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02 set 2015

Il mio minimo comune denominatore.



In mezzo a gente allegra, che una volta tanto sapeva prendere la vita alla leggera, lei si sentiva infelice. Un ambiente piacevole la irritava. Una giornata di sole la faceva precipitare in una malinconia ancora più profonda.
Thomas Bernhard
"Perturbamento"

Sono assente da parecchio. Non trovo stimoli né tanto meno motivi per cui dovrei ricordarmi ulteriormente quanto mi senta impotente, inutile, sciatta, grassa, anonima, apatica, ingombrante, sciocca. Non serve che anche il blog funga da memorandum dei miei costanti pensieri ed idee, visto che vedo e sento tutto ciò ogni santo maledetto giorno, appena apro gli occhi. Tutta questa situazione, che ormai perdura da anni, è diventata il mio minimo comune denominatore.

I giorni afosi di Roma si susseguono uno dopo l'altro, anche ora che siamo a Settembre. Mettere anche un solo piede fuori casa implica tenere in conto che inizierai a sudare immediatamente. Odio sudare..e pensare che fino a qualche anno fa (nel periodo anoressico) era un fenomeno di cui non avevo fatto esperienza. Anche quando praticavo kick boxing ero l'unica ad essere completamente asciutta. Oggi invece quella sensazione di "fresco" mi è completamente estranea: sudo come non so cosa ed odio le gocce di sudore che scendono lungo la schiena o sul collo per finire tra i seni. Esco di casa solo per estrema necessità: esami all'università, comprare tabacco/cartine/filtri e al massimo per rifornirmi degli antidepressivi che continuo ovviamente ad assumere. Convivo con la difficoltà di uscire da parecchio tempo, nel senso che se posso evitare qualche evento lo faccio in maniera quasi automatica. Se esco, seguo disciplinatamente tutti i miei comportamenti contorti: non bevo liquidi e se l'evento è serale faccio in modo da digiunare anche a cena. Da Giugno fino ad oggi, sono uscita per 'svago' solo tre volte. Cosa direbbe il Dottor R., lo so già. Il mio è tutto un evitamento esperienziale e finché non rompo questa mia abitudine difensiva, certo non posso sperare di risolvere la situazione. Tempo fa sarei dovuta andare ad Ostia da un paio di miei colleghi di filosofia nonché cari amici. L'idea era quella di "sbragarci" che, in "gergo", significa ubriacarci fino a crollare. A prescindere che fosse alcool o acqua, sapete bene che io tendo proprio ad evitare il fatto di ingerire liquidi di fronte ad occhi, per così dire, estranei. Figuriamoci se si fosse trattata di una situazione in cui, per mezzo dell'alcool, vi fosse anche la sola possibilità di "lasciarsi andare" fino a non avere più il controllo di sé. Alla sola idea che per effetto dell'alcool potessi dimenticarmi di tirare indietro il ventre o anche solo di sistemare la maglietta in modo tale che nessuno potesse vedere la pancia che si gonfiasse..mi sono sentita impazzire. Tuttavia fino a quella mattina sembrava che potessi riuscirci, mi stavo costringendo ad andarci a dirla tutta. Poi ho pensato agli antidepressivi che devo prendere ogni sera, dopo cena. E' scritto nel cosiddetto 'bugiardino' che non si devono bere alcoolici. Ed ecco che è scoccata la scintilla: può essere una scusante, un alibi (paradossalmente innocente) più che solido per evitare di andare. E così è stato. Ho declinato l'uscita ed ho mandato all'aria la serata, facendo dispiace qualcuno. Più rimango a casa, più mi sento al sicuro. Più mi impegno per il minimo indispensabile nelle attività sociali, più mi basta.

Mi chiedo spesso come mia sorella riesca a non pensare a queste cose quando esce con la sua amica o il suo ragazzo, dopo cena. Mi chiedo come possa essere così spensierata e che addirittura non si ponga mai questo genere di problema. Mi chiedo come riesca a gestire quella che per me ormai è un'idea fissa, quell'idée fixe di cui parla il noto psichiatra Pierre Janet nel caso di Nadia. Io, al contrario, sono continuamente ossessionata da questa folle idea che tutti debbano per forza notare quanto io sia grassa. Sì, è pur sempre un'idea che proviene dalla mia mente (quella di essere grassa) ma giuro che io mi vedo così. E quindi, l'idea di "espormi", di "rischiare" è una cosa improponibile, infattibile. Non devo farlo. Non posso. Perchè nessuno ci pensa? Questo è ciò che spesso mi viene in mente da chiedermi. Perchè nessuno fa caso, come me, a queste cose? Perchè devo risultare io quella pazza? Perchè sono solo io che mi pongo questioni simili? Perchè sono sempre io quella paralizzata nella vita? Perchè io mi ostini a nascondermi dietro una roccia, lo so bene. Conosco la teoria della "mia" anoressia-bulimia fin troppo bene. Manca "solo" la pratica, tutto il resto lo conosco a menadito.

Oggi ho ripreso la terapia con il Dottor R. dopo la "pausa estiva" del centro dove pratica. Gli ho raccontato dei miei 3 giorni a Barcellona con mia sorella. Lì, per ovvi motivi, ho fatto colazione, pranzato e cenato. Gli ho anche detto di non essermi mai svegliata in quelle notti. Certo, sapevo che tanto non c'era niente in camera da mangiare. Fatto sta che non ho aperto occhio. Il Dottor R. mi ha guardato come per dire (ed in effetti poi lo ha detto) "Ma allora lo vedi che un'alimentazione regolare unzionerebbe se continuassi a farlo anche a Roma?". Abbiamo parlato della possibilità di riprendere a mangiare normalmente. Assurdo, vero? Intendo il fatto che stia pensando all'idea di recuperare un'alimentazione equilibrata: dovrebbe essere una cosa naturale, no? Invece, è ormai un anno e mezzo che barcollo nel mio circolo vizioso. Il Dottor R. ha proposto "due mesi di prova" ed io sono forse pronta a farlo. Certo, finché ora rimane solo un'idea credo che andrà tutto bene. Voglio immaginarmi domani all'ora di pranzo: cosa farò? Ci sarà una lotta di "coscienze"? Quella che mi dice di mangiare, di fare ciò che devo, che ne vale la pena perchè potrò probabilmente eliminare le abbuffate. Poi soggiungerebbe la seconda coscienza a dirmi che invece non posso, perchè sono grassa: e se nonostante il pranzo le abbuffate continuassero facendomi così ingrassare? Anche di questo ho parlato con il Dottor R., perchè è il mio timore primario. Male che vada, mi ha detto, quei 5 o 6 kg che credo di prendere in questi due mesi li potrò riperdere. Pare facile, ho pensato. Chi vincerà tra le due coscienze? Il narratore esterno dei cartoni animati di solito terminerebbe con "Lo vedremo nella prossima puntata".

Ho raccontato al Dottor R. anche dei miei progetti futuri: dopo la magistrale voglio fare richiesta per un dottorato di ricerca all'Université Descartes di Parigi, precisamente alla scuola dottorale di Sciences humaines et sociales. Appena dettogli che, se rispettassi i tempi con la discussione della tesi magistrale, potrei andare lì per Ottobre, mi ha detto: "Beh allora abbiamo 7-8 mesi di tempo per curarti. Io non ti ci mando così in Francia". Ho riso, forse per il nervosismo o per il fatto che sì, probabilmente in Francia in queste condizioni potrei probabilmente peggiorare le cose. Se riuscissimi a laurearmi in tempo (Luglio) potrei fare richiesta per questa scuola dottorale senza perdere l'anno. Questo implicherebbe ottenere in tempo anche una certificazione del DELF che l'Università richiede agli studenti stranieri, e che serve ad attestare la conoscenza nonché praticità nella lingua francese. Ovviamente non c'è solo questo tipo di "problema" (anche di tipo economico). Si aggiunge la mia (personale) difficoltà a capire come funzionano le modalità di richiesta. So che a differenza dell'Italia, in Francia non ci sono concorsi ma si contatta il docente da cui si vuole essere seguiti, sottoponendogli il proprio progetto. Ma se in Italia ci sono online i file fatti proprio per questo tipo di progetti, non ne ho trovata la minima ombra nel sito della scuola dottorale. Per non parlare poi dei mille impicci che si creano se si è stranieri: documenti su documenti. Suppongo che dovrò spostarmi più volte in Francia prima ancora di iniziare il dottorato (se mai sarò accettata) per trovare una casa ed anche un lavoro. Quello che mi preoccupa è l'appartamento: i francesi vogliono che abbia come "copertura" anche un garante che, nel momento in cui io non dovessi pagari l'affitto, possa farlo per me. Spesso ne preferiscono uno francese, ma forse per gli studenti stranieri non dovrebbero fare troppe storie. In più esistono due fasi di iscrizione per il dottorato: pedagogica ed amministrativa. Tutte e due comprendono ulteriori passaggi da seguire e documenti da dare che non sto neanche a scrivere. Se ti accettano all'iscrizione pedagogica si è convocati presso l'Università per mettere in atto quella amministrativa. Insomma, se mai riuscissi in ciò, dovrei fare inizialmente avanti ed indietro tra Roma e Parigi. Un'altra alternativa sarebbe la tesi in cotutela: si è seguiti da due docenti (in questo caso uno italiano ed uno francese), si svolgono attività un pò lì e un pò qui, si decide in che lingua scrivere la tesi e alla fine si è "doppio" dottore. Mica male, no? Però anche in questo caso, le questioni burocratiche sono lunghe che al solo pensiero mi destabilizzano e mi fanno rattristare perchè temo di non riuscire ad essere accettata, di non riuscirci e via discorrendo. Ho ancora tempo per pensarci: persino il mio relatore mi ha detto che ci penseremo più in là (tra l'altro è stato lui a dirmi di andare via dall'Italia: grazie eh, prof.).

Ebbene, dopo tutto questo racconto quello che ha saputo dirmi il Dottor R. è che è solo un unico ed esclusivo progetto. Per carità, la mia determinazione potrà portarmi a fare cose che mi piacciono e a darmi magari anche soddisfazioni dal punto di vista lavorativo. Ma solo questo? E se qualcosa andasse storto? L'esempio delle puntate al casinò calza a pennello: se punti 100 euro solo su un numero la perdita sarà percepita in maniera maggiore rispetto al puntarne su più numeri. In questo momento, sto puntando solo 100 su quest'unica cosa. La mia mente in questo momento è confusa: la seduta con il Dottor R. è stata un pò carica di questioni, in più il 7 ho un esame e sto indietro perchè non riesco a pensare ad altro che alla sensazione disgustosa di indossare questo corpo o al dottorato. In questo momento un pò di repirazione stile mindfullness mi sarebbe utile.

Quando si è abituati a vivere in determinate condizioni psicologiche, con determinati pensieri, con determinate convinzioni e dopo avere assunto certi comportamenti come normali (quando in realtà non lo sono), è difficile sradicarsi da tutto ciò. Ad immaginarmi diversa (o normale?) mi sembra, paradossalmente, anormale. Se provassi a cambiare, a prendere una decisione diversa da tutte quelle a cui mi sono abituata in questi troppi anni, immagino delle radici crescere de terra e stringere le mie caviglie. Se provo ad usare la forza per contrastare le presa, questi rami crescono sempre più rapidamente fino ad impedirmi di camminare. Ogni mio tentativo è vano, nullo. Questi rami mi ancorano a terra, mi bloccano. Si attorcigliano su tutto il mio corpo, imprigionandomi così nei pensieri, convinzioni, idee, fissazioni, paranoie a cui sono sottoposta ancora oggi. Sono ancora qui: paralizzata.


Un saluto imprigionato, da Val.

4 commenti:

  1. Ciao Val, i tuoi post fanno nascere in me molti ragionamenti; mi piace concedermi alla riflessione, perciò ti ringrazio.

    Questo minimo comun denominatore di cui parli non è nient'altro che il "circolo vizioso" del disturbo, talmente alimentato da far sembrare ogni pensiero, ogni paura, ogni ossessione come normalità.
    E questa normalità sei convinta che ti appartenga tutta, dal primo minuto in cui ti svegli la mattina, fino al secondo prima di crollare nel sonno notturno.

    Anch'io ho sempre immaginato queste mie abitudini come prigioni. Mani che mi ammanettano, che mi tengano ferma, paralizzata nel solito punto, senza via di scampo.
    L'anoressia l'ho sempre vista come una donna, dai lunghi capelli biondi, che mi corre dietro tre le colline desolate.

    Tu immagini radici che stringono le tue caviglie e che ti impediscono di andare avanti al primo momento di ribellione.
    E' qui lo sbaglio: la convinzione per la quale "Se io provassi a fare un passo in avanti ci dovrà essere obbligatoriamente una forza che mi ferma, che mi stringe a sè ancor più forte e rapidamente", è completamente sbagliata.
    Le radici di cui parli non esistono, o meglio esistono "soltanto" nella tua mente, ignora questa brutta immagine di te paralizzata, pensa piuttosto a te, forzuta, che passi avanti, lasciandoti alle spalle i rami "cattivi".
    Che non sia facile ne sono altamente sicura, che tu non credi di farcela altrettanto, ma si arriva ad punto in cui è necessario spezzare la monotonia, prendere coraggio e buttarsi in avanti. E io ti sento desiderosa di farlo, pur con le convinzioni sbagliate.
    Credo che la proposta del dottore possa essere un inizio a tutto ciò. Cominciare con i pasti giusti, ad orari adeguati potrebbe darti sicurezza e soddisfazione per fare tanto altro.
    Credi che ingrasserai? E' un timore tipico, che pure io ho fatto mio in questi mesi di ripresa. Ho sempre creduto di ingrassare, di cominciare ad abbuffarmi... ma non è successo niente di ciò. Devi provare per credere alla mie parole.
    ...In fondo in vacanza, quei tre giorni, ti sei alzata la notte? No. Seppur per un breve periodo hai fatto ciò che non ti saresti aspettata! Se qualcuno te lo avessi proposto scommetto che non avresti pensato di comportarti così!

    In merito alle uscite, comprendo a fondo. Uscire significa porci in un universo distante anni luce dal nostro, in una terra assai diversa e piena di "pericoli", in cui la nostra figura potrebbe risultare goffa, brutta, incompresa.
    Ma uscire fuori dalle quattro mura protettive significa trovare la spinta per volare un giorno, per spezzare il filo spinoso che ci lega in questa morbosa condizione.
    Sai gia' tutto questo... lo sai probabilmente meglio di me. Devi trovare il coraggio per provare a cambiare.
    Perchè tu meriti di stare bene!

    Un bacio!

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  2. Tu puoi farlo, puoi fare tutto

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  3. Chissa come stai... un abbraccio! :)

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    1. Cara Indefinita,
      Sto "bene", per così dire. Ho traslocato in un'altra zona di Roma dove internet sul cellulare fa schifo e non ho ancora la connessione al pc. Mi sono ripromessa di scrivere, tanto per aggiornare la situazione e perché il blog mi appartiene da anni e non voglio mollarlo così. Ci sono stati eventi che mi hanno distratta dal blog, ma non per questo l'ho dimenticato. Tornerò.
      Un abbraccio

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