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23 lug 2015

Docce violente.


In fondo, avrei molte difficoltà a dire che aspetto ho.
Daniel Pennac
"Storia di un corpo"


Conosco il mio personale cerchio vicissitudinale. Qualche settimana fa mi sono tagliata nuovamente e so bene quali sono le emozioni che provo quando osservo il mio corpo, come si susseguiranno e, di conseguenza, come mi comporterò. Inizia tutto con la "tolleranza" mista a "indifferenza". Guardo il mio corpo e non vedo niente. Guardo il mio corpo ed è solo un corpo, uno fra i tanti, uno come tutti gli altri. E' come se mi dissociassi dalle membra, da queste forme, dalle curve o dal rotondeggiante ventre o le ingombranti cosce. Ma poi arriva il momento in cui questo corpo inizia a darmi fastidio, ad irritarmi. E sopraggiunge così la seconda fase, che è quella della "sopportazione". Guardo il mio corpo e mi infastidisce ma cerco ugualmente di passare sopra quell'emozione negativa che mi pervade. Mi ripeto che magari andrà meglio, che le cose potranno andare bene e che potrò superare anche quel giorno. Ma poi a quel giorno se ne aggiunge un altro, e un altro ancora: accumulo disprezzo nel tempo fino poi a scoppiare ed arrivare così alla terza fase, ovvero l'"odio". L'odio è l'apice delle emozioni di queste fasi ed è scandito dalla decisione di mettere in atto delle azioni lesive. Il mio ventre sembra essere un quadro di Lucio Fontana.

So che solitamente tendo a rinchiudermi nella mia triste depressione quando soffro, ma mi sento particolarmente sola in questo momento e solo il Dottor R. sa cosa sto passando. Le persone che vorrei mi chiedessero come sto, non mi chiamano, non mi scrivono. Ed io vorrei tanto dire a qualcuno (al di là del Dottor R.) che ho raddoppiato la dose di Sertralina perchè sto male, sto di nuovo passando una brutta fase. Vorrei dire a qualcuno che desidero dormire talmente tanto da dimenticarmi tutto ciò che è successo fino ad oggi. Vorrei dimenticare il passato e farmene una ragione, vorrei dimenticare quelle voci che mi prendevano in giro, vorrei non voler credere più a quei mocciosi che mi hanno derisa, vorrei dimenticarmi di quell'episodio vissuto a 12-13 anni allo stage di pallavolo. Vorrei dimenticare le battute, le risate, i confronti con mia sorella. Va da sé che ciò implica che vorrei dimenticare..me. In questo periodo in cui ho più tempo da passare a casa, causa studio, mi permetto di fare lunghe docce/bagni. Riempo la vasca da bagno con acqua fredda di 15-20 cm e mi stendo. Guardo la mia nudità e provo a fare qualche esercizio basato sulla mindfulness: mi abituo a stare nel disagio, aspettando che se ne vada da sé. Ci provo, giuro che lo faccio. Poco dopo mi alzo, apro la tenda della doccia e osservo il mio riflesso nello specchio. Cerco di non farmi violentare da quell'immagine e, con assoluta calma, mi insapono. Ma poi, all'improvviso, strofino più forte, raschio la spugna da doccia contro il mio corpo come se volessi pulirmi dal grasso, come se il bagnoschiuma potesse lavare le forme, smagrire il mio profilo, i fianchi, le cosce. La pelle si arrossa ed io continuo a passare quella spugna sempre più prepotentemente e contemporaneamente guardo il mio riflesso. Più lo osservo, più lo odio e così raschio la mia pelle con la spugna da doccia. Certe volte uso anche le unghie, ma mi rendo conto che l'immagine non è molto felice. Esco poi dalla vasca, mi metto l'accappatoio e mi accovaccio su me stessa. Respiro, ascolto il corpo, le sensazioni, le emozioni e cerco di recuperare quel poco di senno che credo di avere, sebbene sporadicamente. Sospiro e mi alzo per vestirmi. Vedo di nuovo il riflesso nello specchio ed inizio a toccare tutti i punti "critici". Le mie mani toccano il ventre all'altezza dell'ombelico, formando una sorta di cuore. E nonostante questo simbolo, mi odio. In quel momento mi chiedo perchè io non riesco (nonostante gli anni di terapia e l'accumulo di consapevolezze) ad amare questo corpo. Ma queste sono tuttavia domande che chissà quante altre volte mi sarò posta, scrivendole anche qui. Ormai non mi meraviglio più anzi, sono stanca anche di scriverne.

Probabilmente sabato prossimo sarà l'ultima seduta con il Dottor R. (in via del tutto eccezionale) ed anche se ho già passato delle estati senza fare terapia, all'idea di non comunicare con lui vis-à-vis mi mette in difficoltà. Ovviamente so ci sentiremo tramite Whatsapp, ogni tanto, per qualche aggiornamento. Ma dato che sto passando un periodo non proprio bellissimo, temo solo di non sapere gestire questo dolore da sola. Non mi sento molto più a mio agio a comunicare con gli altri se non con lui. Sono arrivata ad una rassegnazione tale che persino scrivere sul blog mi è insufficiente per gestire le mie emozioni, per controllare il mio disagio o la mia ansia. Non è più sufficiente mettere qualche parola nel mondo virtuale e tanto meno non è più sufficiente provare a fare esercizi di mindfulness. Ed è diventato inutile dare voce al mio dolore con altre persone se non con il Dottor R. tanto da rispondere sempre in maniera schiva alla domanda "come stai?" da parte delle persone a me più vicine. Tutto questo non mi è più sufficiente. Non sono più sufficiente neanche a me stessa.


Un saluto violento, da Val.

1 commento:

  1. I tuoi gesti... quelli che fai con il corpo, toccando i punti critici li conosco bene...
    Quante volte, quotidianamente, mi ritrovo di fronte a quel dannato specchio e mi strofino cosce, pancia... Sento la tremenda sensazione della carne e me ne disgusto per un po'... mi vien da piangere, corro ai miei soliti ripari...
    Poi la lucidità...

    In bocca al lupo quest'estate senza il tuo Dottore (a chiamarlo dottore mi sembra di sminuirlo, lo collocherei come un amico, sinceramente), sono certa che ce la farai, pur barcollando.
    Ed è normale che non ti sia sufficiente un blog per sfogarti, per buttare fuori le emozioni. A me non è mai bastato.
    L'unico modo per sentire meno sofferenza è quello di non soffermarmi a guardarla, la distrazione unica momentanea cura che sono riuscita a trovare... sicuramente non la soluzione, ma aiuta. Provaci.

    Sulla domanda "come stai?" degli altri ho lo stesso copione da recitare da anni ormai. Sarebbe inutile spiegare, forse non saprei nemmeno farlo.

    Un abbraccio Val!

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