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04 mag 2015

Il ritorno di Dottor S.


Accumulava laboriosamente la sua sofferenza. Camminava passo per passo, senz'avanzare. Come negli incubi.
Gilbert Cesbron
"E' più tardi di quanto credi"



Non è poi così tanto vero il detto che quando si tocca il fondo non si può fare altro che risalire. Credo di star scavando ancora più in profondità, a dire il vero: una vera e propria fossa per la tomba. Oppure -altra possibilità da prendere in considerazione- non ho ancora toccato il fondo, il che non mi rasserena visto che, di conseguenza, questo significa che potrebbe andare ulteriormente peggio. Anche quest'ultima seduta settimanale dal Dottor R., è stata parecchio tosta. Questa volta sì, ho pianto un pò ma non in maniera esagerata. Ero piuttosto contenuta: lacrimoni, qualche tirata su col naso (wow che bell'immagine) e tremolii delle labbra, manco fossi uno dei personaggi dei cartoni animati. Devo affidarmi a lui, mi ha detto, il che non significa che non lo abbia mai fatto: devo solo farmi sorreggere dalle sue braccia e fare le cose che dice, perchè sa che funzioneranno, sa che mi faranno stare meglio. Il fatto che ancora oggi (dopo ormai diversi anni di psicoterapia) non mi sia affidata completamente in tal senso, è solo perchè ne temo le conseguenze. Quello che il Dottor R. ha voluto farmi capire è che bisogna togliere un pò di sofferenza, un 5% qui, un 7% lì, un 10% da un'altra parte e via discorrendo. Operando in questo modo bisognerà successivamente cercare altre cose che potrebbero sostituire quelle percentuali di sofferenza. Non ho avuto modo di dirgli che sì, mi voglio affidare a lui, semplicemente perchè ogni 3 per 2 piangevo e lui era costretto a fermarsi per cercare di capire e capirmi. Posso non avere fatto pianti greci, ma i miei lacrimoni che comparivano sì e no ogni 10 minuti non hanno aiutato né me né tanto meno il Dottor R. a cercare di delineare un programma o un progetto definito. E' stata una seduta parecchio cupa di umore -da parte mia s'intende-, anzi lui cerca sempre di farmi ridere. Ogni tanto, soprattutto in periodi così tristi e tetri, mi sento in colpa: il Dottor R. fa così tanti sforzi..ed io non gli mostro la mia gratitudine. Lui non lavora per un compenso, ma per me, ed è qualcosa di umanamente straordinario. Mi ha detto che il modo per cui posso mostrargli la mia gratitudine è, appunto, affidarmi. Ho deciso, quindi, di farlo: di fare quello che mi dirà di fare, anche se non mi andrà, anche se vorrò evitare di svolgere alcuni compiti.

Quello che mi ha scosso è stato sentire parole di impotenza da parte del Dottor R.: il fatto di vedermi così tanto soffrire lo fa stare male a sua volta. Il fatto è che dove finisce il suo 'potere' di psicoterapeuta, inizia il mio. In fin dei conti, sono io che devo agire, no? Lui mi ha aiutata a conoscere tutto dei miei meccanismi cognitivi (cosa che avrò detto e ridetto); ma poi sta a me raddrizzarmi. "Farò tutto il possibile per farti stare meglio", mi ha detto. E, capirete bene, che sentire una vicinanza così umana, mi ha commosso talmente tanto che mi sarei voluta alzare da quella sedia nera ed abbracciarlo (piangendo, ovviamente). Invece, nella realtà dei fatti quando ho sentito quelle parole, non sono riuscita nemmeno a guardarlo: mi sono coperta dietro i capelli, lasciando che i miei occhi si appannassero di lacrime tanto da non riuscire più a vedere niente. E' stata così triste questa seduta che è durata persino più del previsto: mi dispiace per quel ragazzo che ho fatto attendere. Sono uscita dalla stanza del Dottor R. sforando di ben 22 minuti! E sebbene quindi la seduta quel giorno sia durata un'ora e ventidue minuti, ho avuto poche cose da dire, perchè temevo di rovinarle, una volta che le pronunciavo. Quindi ammetto di avere fatto parecchio difficoltà a parlare: sarà la mia vena da approccio esistenzialista alla mia sofferenza, ma non riuscivo a spiccicare una sola frase di senso compiuto, ero solo capace di dire "E' normale, è sempre così". Il Dottor R. mi ha prestato un libro di Viktor Frankl, padre della logoterapia e dall'approccio, anche lui, esistenzialista: "La sofferenza di una vita senza senso". Lo leggerò sicuramente.

Persino quando si parlava di tutt'altro (ovvero del progetto di eliminare sofferenza per sofferenza) ero lì lì per piangere. Così il Dottor R. è stato impossibilitato ad andare avanti e quando mi ha chiesto il motivo per cui stavo piangendo, io alzavo le spalle e dicevo che ero solo stanca e che non ce la facevo più. Che andava così da settimane: piangere per una disperazione così ontologica era diventata pura routine. (Sì, ho una visione ontologica ed ontica della malattia, ma della sofferenza soprattutto). Lui mi ha guardato con uno sguardo che neanche saprei descrivere a dire il vero: forse è stato uno sguardo di tristezza nel vedermi soffrire così, ma non saprei dire di più e forse mi sto anche sbagliando. Ogni tanto mi diceva "guardami", ma io non riuscivo un granché, mi veniva difficile fissare il suo sguardo con i lacrimoni agli occhi. Per quel poco che riuscivo, vedere le sue iridi chiare scorrere sul mio volto, mi faceva venire sempre più voglia di piangere, perchè a dire il vero è da tanto tempo che non piango proprio di cuore.

E' stato solo verso la fine della seduta che, ripresentandosi nuovamente questa scena, il Dottor R. ha chiesto se pensavo che un supporto farmacologico potesse essere utile a questa situazione. Alla memoria sono ritornare le mie esperienze di un anno fa (circa) con la Fluoxetina ed il Topamax (il primo per aumentare i livelli di serotonina, il secondo per tentare di placare le abbuffate -sebbene sia un antiepilettico-). Entrambi i tentativi sono stati un buco nell'acqua: ho avuto degli effetti collaterali piuttosto evidenti e quindi li ho smessi praticamente quasi subito (in camera mia, ben nascoste, tengo ancora due scatole di ognuno dei due farmaci, di cui uno è tra l'altro scaduto). Vista l'esperienza passata, ho palesato il timore degli effetti collaterali, in particolar modo l'aumento di peso e la perdita della concentrazione nello studio (già faccio difficoltà senza farmaci!). Il Dottor R. mi ha detto che a questo si può rimediare facendolo presente direttamente al Dottor S. (chi mi legge da più tempo sa che è colui che mi prescrisse la Fluoxetina e il Topamax). E così ho fatto: ho scritto al Dottor S., riferendogli tutto il necessario (inoltrando la mail al Dottor R. che immagino abbia poi inoltrato al Dottor S. facendo presente la mia situazione con i dettagli). Morale della favola: mercoledì alle 13.30 andrò dal Dottor S. e decideremo insieme il da farsi.

Di questa decisione non ne ho parlato né con mia sorella né tanto meno con mio padre figuriamoci: a mia sorella lo riferii ai tempi della Fluoxetina e del Topamax, immagino perchè fosse la mia prima esperienza con dei farmaci. Ora sono abbastanza matura da poter scegliere di non farlo. E poi se glielo dicessi, immagino che penserebbero che è più "grave" di quanto potevano immaginare. Mio padre è all'oscuro persino dei tagli (ci mancherebbe altro!), mentre mia sorella li ha visti per caso e l'unica cosa che è riuscita a dire è stata -con tono pacato- "Non farlo più però". Peccato che da quella volta, mi sarò tagliata numerose altre volte e lei non lo sa. Per carità, cosa avrebbe dovuto dire, in fin dei conti? Di fronte a queste esplicitazioni di sofferenza, c'è poco da fare o da dire. Né mia sorella né mio padre sanno minimamente nulla di quello che sto passando, ma non li biasimo: non sono nemmeno io a dirgli qualcosa. Va da sé che, non avendo voluto riferire loro nulla di tutto ciò, le spese (sia per il Dottor S. che per i farmaci) saranno mie. Grazie al cielo il Dottor S. lo vedo solo mercoledì e al massimo ci si risente ogni tot. settimane per decidere se è necessario incontrarci (e lì saranno altri soldi, ma almeno non devo pagarlo a cadenza settimanale). Per quanto riguarda i supporti farmacologici, beh, spero che la ricetta mi permetta di risparmiare: i miei fondi sono palesemente limitati, non avendo alcun lavoro o lavoretto.

L'unica persona -oltre al Dottor R.- a cui ho voluto urlare questa decisione, è stata C. (che non riesco a vedere in questo periodo ma che mi manca tanto): so che lei è una di quelle poche persone che mi sa stare dolcemente vicina ed accogliere come solo una vera amica può e riesce a fare. La sua voce mi culla nella sofferenza, allietandomi dal dolore e dalla tristezza, questa è la sua magia. Così l'ho chiamata e le ho urlato quanto successo quel giorno alla seduta. Era da un pò di tempo che non le dicevo come stavo veramente: sarà che sono abituata a farlo quando ci vediamo. Le scrissi solo un messaggio qualche giorno prima, dove manifestavo parecchia sofferenza. Solo con quel messaggio, forse, si è resa conto che non andava poi così tanto bene. Per carità, sa che per me c'è sempre qualcosa che non va, ma non credo che abbia potuto intuire che le cose stavano peggiorando. Mi sento un pò in colpa perchè l'ho caricata di un ulteriore peso (insomma mica solo io ho dei problemi!).

L'idea di rivedere il Dottor S. un pò mi intimidisce, ma solo perchè non è il Dottor R., credo. Immagino già che mi possa chiedere qualcosa in merito al mio stato d'animo o cose analoghe. Il che, un pò mi viene da ridere: come puoi capire il mio stato d'animo se non mi conosci bene come il Dottor R.? Deve solo farmi una prescrizione e poi ci si saluta. Ma so anche che il Dottor S. non è solo un medico, ma è anche uno psichiatra, quindi ha studiato anche psicologia e non solo chimica, fisiologia, anatomia, biologia e tante altre cose di cui sono all'oscuro visto che non sono laureata in questa materia. Quindi mi fido del Dottor R. quando mi dice che del Dottor S. posso fidarmi: sa cosa significa soffrire, ecco. Ma la cosa mi mette ugualmente in imbarazzo. Il giorno dopo aver visto il Dottor S., sarà poi il turno del Dottor R., con il quale spero di ristabilire una conversazione normale ma soprattutto lineare, che abbia un inizio ed una fine, anziché interrotta da piantarelli qui e lì.

Se è necessario, in questo momento, un supporto farmacologico? Sì, ne sono sicura. Non abolisco le cure farmacologiche per la sofferenza psichica. Le abolisco nel momento in cui vengono usate solo queste come metodo di cura. Le abolisco quando si crede che solo con queste possano mettere a tacere la tristezza, la depressione, il disagio ed il dolore. Ecco, in questo caso abolisco i supporti farmacologici. Ma, se necessario, sono utili quando usati parallelamente ad una psicoterapia basata sull'ascolto, sulla comunicazione. Essere psicoterapeuta, significa svolgere un cammino lungo gli abissi dell'interiorità, ma non di quella che si vede con gli occhi sensoriali, quanto invece ciò che si vede con gli occhi dell'intuizione. Questa, è psicoterapia.


Un saluto farmacologico, da Val.

8 commenti:

  1. se senti di aver bisogno di medicine.....affidati al dottor S.
    in fondo hanno anche dalla loro un'efficacia nell'effetto placebo....quindi è bene predisporsi benevolmente alla terapia....
    spero che la tua sofferenza trovi il suo contenente.....almeno un 7%!!!

    un abbraccio stretto

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  2. CIao Val, ho letto attentamente il post, e se devo essere sincera, ti dico che mi ha trasmesso fiducia.
    Fiducia nel senso che noto il tuo impegno, la tua voglia di non sprofondare ancor di più (Sono della filosofia che al peggio non c'è mai fine), il tuo lavoro psicologico continuo.
    Questi sono segni evidenti di una forte debolezza, di una grande crisi ma, allo stesso tempo, di una grande volontà a diminuire la sofferenza.
    Lo dimostra persino il tuo appuntamento con il dottor S., il non rifiuto a prendere le medicine.
    Io per un anno, nonostante i consigli medici, mi sono rifiutata di ingerirle, nonostante fosse lì nell'armadio di camera mia.
    Poi dopo - quando ero allo stremo - ho cominciato a prenderle, assieme al supporto psicologico (che prima non facevo, sempre per mio personale rifiuto) e non sono stata poi così male.
    Non fanno miracoli, però aiutano nella ripresa, nel modo di ragionare e di guardare il mondo.
    Ho fatto da Luglio fino a Febbraio, poi li ho tolti da sola. (Nessuno me lo aveva detto, ma ho capito che ero pronta a farlo... so' che non è un comportamento giustissimo)
    Ho preso una compressa al dì di Zoloft (serotonina), inizialmente da 50 mg, poi da 100mg. Assieme alle goccie per dormire, dato che il sonno era un inferno.
    Non tutti i farmaci sono adeguati al nostro corpo, se ti hanno fatto male i passati, non significa che i prossimi non possano fare bene. (Io ho cambiato molti medicinali per dormire perchè non facevano effetto o davano ansia)
    Dopo questo poema.. ti saluto.
    In bocca al lupo per le visite!

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  3. Approvo e sostengo la tua decisione di rimetterti nelle mani del dottor S. Puoi fargli presente i problemi avuti con i farmaci che hai preso l'altra volta e potete cercare insieme una soluzione diversa. A me era successo con le benzodiazepine: dovevo prendere necessariamente qualcosa per dormire perché passavo notti completamente in bianco o mi addormentavo alle cinque e alle sei e mezza dovevo svegliarmi e avevo cominciato con lo xanax, che però mi lasciava rimbambita per tutto il giorno, e per un bel po' non ho voluto provare niente perché pensavo che fossero tutti uguali, che i sonniferi addormentassero anche il cervello, poi invece provando altro sono riuscita a trovare qualcosa che mi facesse dormire senza farmi rimanere sfasata tutto il giorno.
    Comunque secondo me la scelta dei farmaci è coraggiosa, significa comprendere ed accettare di avere un problema e di avere bisogno di un aiuto ulteriore, non è segno di debolezza come pensano tanti, a me avevano fatto bene. Spero che facciano bene anche a te!
    Un abbraccio!

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  4. Leggendo il post ho immaginato tutta la stanchezza che hai accumulato in questi anni!
    I farmaci non fanno miracoli e sopratutto devono essere sostenuti da una costante psicoterapia, sono fermamente convinta di questo! ma tu stai facendo tutto quello che bisogna fare in questi casi, tutto il possibile, stai lottando... gli eventuali farmaci servirebbero solo ad aiutarti e farti riposare un po'!

    Non rifiutarli se ti verranno prescritti, considerali come un aiuto momentaneo per un momento particolarmente difficile!

    E, come ultima cosa, ti consiglio di parlarne con qualcuno, non puoi affrontare tutto da sola, te lo dice una che va a sottoporsi ad interventi medici da sola (anestesia e quant'altro) che parla con i medici e decide cosa fare... ho deciso inconsciamente anni fa di dover gestire la mia condizione da sola, ma ho sbagliato e me ne rendo conto solo ora....

    Un abbraccio Val.... in bocca al lupo!! ;)

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  5. hai fatto molto bene a dedicare tempo ad un dottore che potesse aiutarti a rimettere ordine nella tua vita, e nelle tue scelte... capisco non sia facile decidere di farsi dare una mano, ma è la cosa più bella ed importante da fare.
    io sono stata da uno strizzacervelli, e mi ha dato un indispensabile aiuto...

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  6. Risposte
    1. Carissima,
      Sì, va bene. Non ho più scritto sul blog per non so quale motivo preciso e di conseguenza non ho più letto gli altri blog. Ogni tanto abbozzo qualcosa ma non avrei un granché da dire anche perché mi sto preparando per la sessione di esami, quindi sono un pò occupata. Ma non ti preoccupare, tutto procede. Presto tornerò: non abbandono il blog.

      Un abbraccio

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  7. Sono entrata nel tuo blog per chiederti che fine avessi fatto e scopro che hai scritto proprio qst mattina... qst è telepatia ragazza!! ;)

    Torna quando vuoi, noi siamo qui che aspettiamo!! :)

    Un abbraccio forte

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