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19 apr 2015

Il problema è sentirmi.


Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude, che ti mura vivo, che sembra sotterrarti, eppure si sentono non so quali sbarre, quali muri. Tutto ciò è fantasia, immaginazione? Non credo, e poi uno si chiede: "Mio Dio, durerà molto, durerà sempre, durerà per l'eternità?". Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? E' un affetto profondo, serio.
Vincent Van Gogh
"Lettere a Theo"


Solitamente, con le sedute del Dottor R., reagisco in due modi: o scrivo in maniera quasi compulsiva con post lunghi e noiosi; oppure taccio ed elaboro ciò che ci siamo detti io e lui poiché spesso i nostri colloqui mi mettono in una posizione tale da non sapere più cosa fare. Il motivo per cui scrivo solitamente è l'urgenza: se non mi fosse necessario molto probabilmente non scriverei nemmeno. Quando scrivo temo sempre di rovinare le cose che racconto e di non riuscire a trovare invece le parole giuste, di non essere capace ad individuare quelle parole che possono toccare l'oggetto di cui voglio parlare. Come si fa a nominare le cose in maniera corretta quando si parla di temi ben precisi e toccanti sul personale? Se scrivo è perchè non posso fare altrimenti. Questo, quindi, è uno di quei momenti in cui sento la necessità urgente di scrivere.

"Finalmente" (si fa per dire, s'intende) il Dottor R. mi ha detto: più che dimostrarti a parole che sei una persona che vale a prescindere dal tuo corpo, devi fare qualcosa te. Non sono proprio le parole esatte, ma insomma il succo è questo. Sapevo che prima o poi sarebbero arrivate. Sapevo che prima o poi saremmo giunti al "punto morto" dove ora tocca solo al paziente fare qualcosa. In poche parole l'ultima seduta si è concentrata di nuovo sul tema del valore. Il Dottor R. mi chiedeva perchè ancora continuo a fare il gioco di coloro che mi hanno presa in giro: perchè sì, sto dando ragione di ciò che mi è stato detto nel corso del tempo. Con il senno di poi, in base alle mie esperienze, ho riferito che la mia pancia a quel tempo era come se fosse una sorta di muraglia che impediva agli altri di vedermi per ciò che ero, che impossibilitava lo sguardo altrui di andare oltre quelle forme rotondeggianti. Era come se le persone non riuscissero a vedere altro che il mio corpo e null'altro. Non riuscivano ad andare oltre il giudizio puramente estetico, fisico. Raccontando questa metafora ho manifestato una palese rabbia perchè, in base forse ad una mia particolare sensibilità, so che è stato ingiusto quello che ho vissuto. Il problema è che anziché fare qualcosa che dimostrasse che non ero solo corpo, ho fatto l'esatto contrario: ho investito sul corpo, ho odiato questo corpo, ho voluto annientarlo, ho voluto tagliarlo. Sono stata la prima a non guardarmi per davvero (come desideravo che non venisse fatto ai tempi delle mie ormai sommate esperienze), sono stata io stessa a giudicarmi in base alle mie forme corporee, dando così valore a quelle parole e a quelle immagini che ancora oggi risuonano e si ripresentano nella mia testa. Ho pensato che eliminando la carne che contornava il mio ventre o le mie cosce, potessi liberarmi di quel muro e permettere agli altri di vedermi davvero e di andare oltre quella muraglia di carne: il problema è che non ho fatto altro che stare al gioco del giudizio altrui, come di quei due famosi mocciosi che mi presero in giro perchè avevo la maglietta attillata o anche dei bambini che hanno spesso preferito mia sorella alla sottoscritta. Ed è divenuto, tutto questo, un circolo disordinatamente vizioso perchè ancora oggi -e sono passati 11/12 anni- continuo a fare la stessa cosa: sto assegnando -in termini negativi s'intende- valore a questo corpo, sto dando ragione a quei giudizi che ricevevo dall'esterno.

La mia assenza (anche nei commenti) è derivata anche dal fatto che sto riattraversando la mia fase "down": sono spesso triste, evito categoricamente di osservarmi allo specchio e non nego che sono ritornati i pensieri sul "facciamola-finita-e-ciao-a-tutti". Il problema è che mi sento. Sento la pancia, sento la rotondità di sempre, sento l'insoddisfazione di sentirmi. Ed è un continuo dolore. So per certo che se mi soffermo anche solo per un istante sul profilo del ventre o sull'intera mia figura, mi taglio. Sono sicura. Sono passati tanti anni, ed oramai il dolore mi ha disarmata. Sono spoglia. Sono nuda da qualsiasi armatura, da qualsiasi scudo o altra difesa. Ma sono soprattutto stanca. Ma non è una stanchezza finalizzata ad un'evoluzione. No, è una stanchezza ormai..rassegnata, impantanata, una stanchezza impotente di fronte al trascorrere del tempo. Io non ce la faccio più, ecco l'ho detto. Oggi provo pietà per me stessa, mi sento di essere condannata a questo dolore, a questa rassegnazione, a questa stanchezza, a questa voragine, a questi sogni infranti, a questi respiri interrotti. E' un ombra imponente, quella di questo mio dolore. Ormai è un'ombra che mi veste, che mi abbraccia con le sue tenaglie, con le sue mani a forma di zampe di ragno, con la sua tela indistruttibile. Vorrei dire al Dottor R. che io non ce la faccio più e che sì, il pensiero di farla finita si è rifatto sentire: ha ripreso ad echeggiare tra i miei pensieri. Ahhh, se potessi dirgli che desidero tanto avere il coraggio di mettere in atto un pensiero come quello dell'annientamento. Perchè poi non lo faccio, non lo so. E che non mi si venga a dire che in fondo in fondo mi amo, per favore, perchè non c'è niente d'amare. Se riferissi tutto ciò al Dottor R., forse ai suoi occhi potrei risultare una 23enne lagnosa e basta. Non si tratta di niente di nuovo: è solo la mia fase "down". Il Dottor R. sa che ho vissuto altre fasi analoghe a questa, ma tanto poi ritorno sempre nel suo studio. Tanto poi continuo ad odiarmi, no? Tanto poi continuo a non volermi vedere, vero? Tanto poi continuo e basta, no? Non penso quindi che si stupirebbe se gli riferissi questo. Sono sincera: vorrei che leggesse questo post. So benissimo che lui è molto empatico nei miei confronti ma è come se, alla fine dei conti, venisse a mancare sempre un pezzo del puzzle. E' come se non ritornasse qualcosa, come se mancasse la completa e totale comprensione di questo mio disagio, di questa mia sofferenza. Cos'è che non si capisce? Cos'è che non si riesce neanche a sfiorare? Sia chiaro, questa non è una critica nei confronti del mio psicoterapeuta, anzi apprezzo la sua pazienza, il suo affetto nel volermi seguire, apprezzo la sua persona, le sue preoccupazioni, le sue parole. Con queste mie domande non faccio altro che riassumere la lezione del filosofo e medico Karl Jaspers: la pratica clinica si basa sull'approssimazione. Anche se questo non significa che il viaggio della terapia sia destinato a terminare sul binario morto dello scetticismo, del cinismo o del misticismo. Il problema è che questa approssimazione la vivo io, come paziente: sento che mai nessuno riuscirà a cogliere in pieno il disagio che provo. E qui risiede anche la mia difficoltà nel fare capire alle persone (in primis al Dottor R.) la sofferenza: spesso ritengo di non essere abbastanza brava a descrivere le mie sensazioni, o un particolare disagio. Forse è proprio per colpa di questa mia incapacità che può risultare difficile capirmi o farmi capire, che può risultare difficile capire cosa significa tutta questa mia disperazione per il corpo o meno. Posso certamente immaginare anche il dispiacere nonché impotenza che può provare il Dottor R. a vedermi in questo stato così..depresso, ma non è che io poi stia messa così tanto meglio. Grazie a lui però, come ho avuto modi di ripetere più volte, ho potuto conoscere tante cose di me.

Sì, conosco tutto: so come funziono dal punto di vista cognitivo, so perchè ragiono in determinati modi ed il motivo per cui mi comporto di conseguenza. Conosco persino le potenziali cause del mio percorso. So tutto ormai. E nonostante questo, non faccio niente. Forse perchè, come ha concluso il Dottor R. all'ultima seduta, sono io stessa a non credermi meritevole di valore. Questa era una cosa a cui ero giunta già da diverso tempo -tra me e me-, ma sentirmelo dire dal Dottor R., dal suo tono di voce così vicino al mio stato d'animo, è stato come sentirmi strozzare da questa vigliacca consapevolezza: quella di non fare niente per cambiare, di non volere riconsiderare questo "famoso" progetto-di-vita sul quale ho investito tanti anni della mia vita.

Sono io che mi sono maledetta. Sono io che mi sono voluta incontrare con il dolore. Sono diventata ciò che gli altri dicevano di me (solo un ammasso di carne), dando peso al mio corpo (inevitabilmente nascono questi giochi di parole, lo so). Mi sento essere uno strappo di vita. Un insulso stralcio di essere vivente.

Voglio saltare dal ring di questo mio vegetare. Per non potermi più sentire. Per non potermi più vedere. Per non potermi più ascoltare. Per non potere più essere.


Un saluto di-non-valore, da Val.

2 commenti:

  1. Val, ho letto nei dettagli questo tuo sfogo, questa tua necessità di scrivere robe così forti, ma così vicine a me.
    Non è che ti comprendo completamente, siamo sinceri, ma, credimi, pensieri come i tuoi nè ho fatti pure io.
    Anche io vedevo ( mi capita pure adesso) un tunnel buio, infinito, sempre più stretto in cui io mi ero persa da anni, stremata dalla fatica, pensavo di rimanerci incastrata, di non andare avanti perché in fondo non mi meritavo la luce. Non meritavo di sentire calore, suoni dolci, persine accanto.
    Mesi e mesi passati con la convinzione che sparire sarebbe stata la cosa migliore.
    Scomparire per non essere. Per non guardarsi. Per non sentirsi, per non assaporare il dolore, non toccarsi quel corpo che tanto odiavo e per, finalmente, ottenere una pace profonda.
    Vedevo la morte come un desiderio assoluto, eppure non era talmente coraggiosa a farla finita.
    Volevo sparire, ma non avevo il coraggio, la forza per farlo. E allora l unico modo è stato di svanire piano piano attraverso il rifiuto del cibo, delle emozioni, del chiudersi sempre di più in una prigione che poteva identificarsi con una tomba, se non soltanto gli altri riuscissero a vedermi ancora.
    Non so dirti perché adesso non sia in tale fase, perché abbia in un certo senso superato l'ostacolo (che si riprorrà, ne sono certa) non so veramente darmi una spiegazione lucida, seria. È inutile che ti dica che passa, che devi pensare differentemente, non so e basta.

    Io però consegnerei, invierei per mail, il tuo post al dottor r.
    Non ti capirebbe del tutto, ma forse potreste capire insieme perché questo tuo desiderio sia tornato fuori, una spiegazione ci dovrá pur essere. A me capita di mandare via mail alcuni miei sfoghi alla psicologa, perché non riesco ancora a dirle tutto a voce, non riuscirei a parlare senza non essere fermata, contraddetta, è così riesco ad esprimermi anche meglio.
    Pensaci, magari per te è una cavolata, ma forse è il modo per dare a lui la possibilità di capirti ancora meglio.
    Nonostante non potrà mai comprenderti del tutto, è inevitabile.

    Un abbraccio...!

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  2. I tuoi post sono sempre così densi, ricchi di spunti di riflessione, così profondi e vicini a quello che tanto spesso provo e penso anche io che non so mai se scrivere per due secondi o due ore. Vorrei dirti che capisco tutto e non so che sltro aggiungere, e contemporaneamente vorrei parlare di tutte le cose che mi vengono in mente leggendo e che poi sfuggono mentre scrivo in questo piccolo riquadro.
    Anche io ho realizzato (anche abbastanza di recente, a dire il vero) di aver donato al corpo che odiavo un posto privilegiato. Io, che volevo non doverlo più vedere il mio corpo schifoso, grasso, sgraziato, distruggendolo in realtà l'ho reso il centro della mia vita. Prima perché ha attirato su di sé tutte le attenzioni di parenti, amici e medici, poi perché ha continuato ad attirare le mie. Lo odiavo, ma l'ho trasformato in un idolo cui tributare una sorta di culto perverso. Bilancia, palestra, creme, cardio, pesi, bilancia. Il culto di qualcosa che disprezzo, è profano e surreale insieme.

    Dovremmo strappare al nostro corpo questo potere, il potere di controllare la nostra mente, che poi forse è il potere della nostra mente che crede di poter controllare il corpo. Non lo so, è uno di quei corti circuiti come l'uovo e la gallina e dopo tanti anni non sai più se sia venuto prima lo strapotere del corpo o della mente. L'unica certezza è la stanchezza.
    Come ti capisco, Val. Capita di stare meglio: periodi in cui i fantasmi del passato si inabissano, riassapori la vita che non hai mai assaporato abbastanza, ti sembra perfino di essere guarita, e poi ricomincia tutto daccapo e rimani svuotata, affranta a chiederti quante altre volte dovrà succedere prima che la stanchezza vinca sulla perseveranza. Arriverà un giorno in cui saremo troppo stanche per farci del male? O solo troppo stanche per opporci al male che ci facciamo?
    E forse questo commento disperato e disperante, che voleva solo esprimere comprensione e vicinanza ma rischia di diventare davvero deprimente, non sono le parole di conforto che ti aspettavi, ma sento la tua situazione - l'ennesimo periodo down, che passerà ma poi tornerà, forte come ora o forse meno, o forse di più - troppo simile alla mia per riuscire a dirti che andrà tutto bene, che domani non penserai più di essere troppo stanca per vivere.
    Però forse dobbiamo crederci, forse è l'unico modo per non farci vincere da noi stesse.
    Ti abbraccio forte!

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