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25 apr 2015

Essere per la morte.



Che cosa sto facendo, qui, in questo inferno senza fine?
Franz Kafka
"La metamorfosi"


Il 23 Aprile è stata la seduta di psicoterapia più triste, più dolorosa, più sofferente che io possa ricordare. Non credevo di potere arrivare così in basso. E non mi sarei neanche aspettata che il Dottor R. leggesse l'ultimo post. Difatti la seduta si è aperta con "So tutto" o qualcosa del genere (non riesco a ricordare le parole esatte). Mi sono stupita, perchè non credevo che proprio nei giorni precedenti a quella seduta avrebbe letto quelle noiose parole. Così, potrete immaginare, il contenuto del nostro colloquio è stato -da parte mia- di umore parecchio basso ed anche forse un pò irritato. Ogni momento era buono per scoppiare in lacrime, ma mi sono contenuta: le ho versate tutte in metropolitana e a casa.

Abbiamo parlato della mia teoria sulla terapia come approssimazione, in riferimento al fatto che nel precedente post ho dichiarato di non sentirmi totalmente compresa (e questo non è motivo di critica, poiché non c'è nessuna ragione per cui dovrei imputargli chissà che cosa). Il Dottor R., invece, ha sostenuto che il percepire la mia sofferenza come qualcosa di non pienamente comprensibile agli occhi dell'altro, è una sorta di "etica positiva": ci si erge al di sopra di tutti, allontanandosene. E la lontananza impedisce chiunque di potersi avvicinare (ma va?), di potere provare a capire: impedisce la cura, potremmo dire. Ci si erge a volersi "sentire speciali" quando in realtà siamo solo un essere umano come un qualsiasi altro. Insomma, dicendo che non potrò mai essere compresa fino in fondo, significherebbe vincolarmi sempre più al progetto di un corpo più magro, mi vincolerebbe ulteriormente nella mia sofferenza. O almeno io cosi ho capito. Tuttavia, non sono stata d'accordo con questa sua reazione, anzi ho manifestato parecchio dissenso a riguardo. Continuavo a dire che non ci fosse nulla di piacevole a soffrire e tanto meno questo non significa che mi voglia ergere al di sopra di chi sa chi. Anzi, come ho avuto modo di dirgli, sto strisciando per cercare di sopravvivere. Non mi metto al di sopra di nessuno. Quello che io volevo far intendere dicendo che la terapia è solo approssimazione, è che non è possibile introdurre una logica che abbia la capacità di spiegare la grande e sterminata sofferenza che io sto vivendo (questo vale per qualsiasi rapporto di cura tra paziente-psicoterapeuta: non solo per me e il Dottor R.). Il qualitativo è irriducibile ed ogni individuo ha la sua esperienza che non è paragonabile con quella dell’altro. Quindi, ciò che caratterizzerebbe l’esperienza psichica è l’impossibilità di trovare una spiegazione uniforme che possa inquadrare l’esperienza individuale in maniera sistematica. Il fatto è che l'altro non è come me, ma è etero rispetto a me. Il che implica, di partenza, una precaria conoscenza e comprensione di ciò che io, personalmente, sto vivendo. Questo era quello che volevo intendere. La mia era più una teoria-base per qualsiasi rapporto: paziente-terapeuta, amica-amica, relazione di coppia, madre-figlia, sorella-sorella. Il Dottor R., per fare un esempio, non potrà capire fino in fondo cosa significa essere me, cosa significa sentirsi sempre intralciate da un corpo che si percepisce sempre "di troppo", non potrà capire cose significa avere quella sensazione così profonda di disgusto per sé stessi da non volere uscire, non potrà mai immaginare la mia sofferenza di quando mi osservo e scruto allo specchio, non potrà farsi un'idea così completa della mia sofferenza. Ripeto, questo non significa che io abbia qualcosa da imputargli, assolutamente no. Penso che sia la base principale da riconoscere nella terapia: il non-comprensibile. Ma nonostante tutto questo, lui continuava a dirmi che anche se fosse stato possibile comprendere in toto ciò che io sento, probabilmente non si cambierebbe molto. Insomma, quel giorno ero parecchio frustrata/triste/sofferente. Voglio essere sarcastica (se il Dottor R. leggerà, spero che possa coglierne l'ironia): l'immagine che potrebbe riassumere la rabbia è esattamente questa;




Perchè "irritante"? (Si fa per dire eh). Perchè è da diverso tempo che mi sento dire di dover considerare l'idea di abbandonare il progetto-di-vita. Ed ovviamente non è che ne sia felice. In più, ogni cosa che dico "non va bene", nel senso che il Dottor R. ci mette poco e niente a "smontarmi" ed è una cosa che ritengo frustrante perchè mi dà fastidio essere contraddetta o forse sarebbe meglio dire: mi dà fastidio essere scoperta, essere svestita dalle mie convinzioni. Ci sono volte in cui, ad esempio, rispondo "come-dovrebbe-essere" e il Dottor R. mi sgama sempre. Ma non lo faccio con l'intenzione di dargliela a bere. Al contrario, mi viene spontaneo rispondere come si dovrebbe rispondere. Chissà se "essere-irritante" sia ciò che serve nella terapia. Riflettendoci ora su due piedi, penso che per forza di cose bisogna avere un polso duro quando si lavora come "curatore". Bisogna essere forti, lucidi più che mai, attenti, perseveranti. E questo significa anche mettere in crisi i pregiudizi del paziente, le sue convinzioni, le sue idee-fisse. Quindi sì, ogni tanto il Dottor R. un pò irritante lo è stato ma solo perchè mette in crisi i miei preconcetti. Non per altro, è capitato che qualche volta mi dicesse: "sei arrabbiata con me vero? Ora mi odi". No, non lo odio, assolutamente. Il problema è la destabilizzazione che mi provoca: e questo sono sicura che lo comprenda molto bene visto che ha avuto modo di dirmelo che sa cosa può significare per me mettere da parte quasi tutto ciò che è stata la mia vita. Ma alla fine, con il passare degli anni ho capito che la terapia deve, inevitabilmente prima o poi, indirizzarsi verso questa strada: è necessario 'destabilizzare' le mie convinzioni, i miei pregiudizi e quindi il mio stesso progetto. Fa parte della terapia, suppongo.

Questo ultimo periodo (che non riesco neanche a quantificare) è uno dei più infernali che io abbia mai vissuto. Gli inferni non sono né piccoli né grandi, sono inferni punto e basta. L'inferno è la mancanza totale di speranza. In questo inferno -che duri un giorno, sei mesi, un anno o dieci anni- quando ci precipiti non vedi più niente. Il gesto estremo è il suicidio, che io ritengo essere l'atto d'amore per quella vita che non si riesce più ad avere. Forse il Dottor R. avrebbe da ridire al riguardo. Gli provocherei un forte dolore, mi ha detto quando abbiamo parlato del suicidio. Penso che l'immagine di lui che soffra, mi farebbe sentire in colpa persino da morta. Questo forse mi impedirà di farlo, visto che il senso di colpa è uno dei miei talloni di Achille? Chi lo sa. Certo che pensare alla sofferenza del Dottor R. mi frena, lo ammetto. Che il suo sia un modo per evitare che mi annulli, visto che conosce bene i miei sensi di colpa? Lui ha detto di no (ha anticipato la mia supposizione, negandomi che fosse una 'tattica').

Ricordate la Divina Commedia? "Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita". E se Dante non avesse trovato Virgilio -il sommo poeta a cui lui si era tanto ispirato e che lo accompagna fino alle porte del Paradiso- il nostro caro Dante non avrebbe potuto tirarsi fuori dalla selva oscura. Questo vuol dire che quando siamo in una selva oscura, solo qualcosa o qualcuno può tirarci via dalla disperazione. La disperazione può essere un crollo finanziario, una malattia, una depressione. Anche io sto in una selva oscura, in fin dei conti. Mi sono sentita ed ancora oggi mi sento persa, a dire il vero. Ho pensato al suicidio diverse volte ed ancora oggi ci penso.

So che è contraddittorio dirlo -visto che in questo post parlo di suicidio e di assenza di speranza- ma voglio che si sappia che il "mio" (si fa per dire) Virgilio è il Dottor R., che sta in trincea con me e combatte con me da anni. Quando gli regalai una copia della mia tesi, gli scrissi una lettera a parte, in cui dissi esplicitamente che ancora non riuscivo a trovare la luce, poiché mi sentivo (così come ora) ancora persa nella mia selva oscura. Contemporaneamente però gli dissi "grazie". In questo post voglio nuovamente ricordare (e magari ricordarti, mio caro Dottor R., se stai leggendo): grazie per essere stato il guerriero al mio fianco, di essere stato sempre con me in qualsiasi momento/fase della mia sofferenza, grazie per avermi permesso di solcare i mari della mia mente. Ti ringrazio, mio caro Virgilio, per essere stato la costante dei miei giorni, della mia storia di vita.

Chi sa se prima o poi ci sarà il mio ultimo post, in questo mio diario virtuale. Chi sa se prima o poi capiterà di fare "ciao ciao" con la mano e trovare quel coraggio -ancora oggi mancante- di farla finita. Chi sa se capiterà per caso di arrendermi una volte per tutte, senza troppi rimuginamenti. Sono troppi giorni che spero che il coraggio mi spinga dalla banchina della metro nel momento in cui sta passando il vagone. Anche se la voce metallica dice di "allontanarsi dalla linea gialla", io mi metto sempre lì e chiudo gli occhi nel momento in cui la metro, passando, scuote i miei capelli; nel momento in cui le mie larghe magliette aleggiano nell'aria mossa dal lungo lombrico sotterraneo. In quell'istante sto immaginando la scena di "come-sarebbe-se-mi-buttassi", ma poi non lo faccio mai. Mi sentirei in colpa -persino da morta!- di avere fatto ritardare tutti gli altri e di avere messo un bastone tra le ruote alla loro giornata. Patetica, non è vero? Abbastanza, se non del tutto.

Ludwig Binswanger parlerebbe di "esistenza mancata" riprendendo il famoso termine heideggeriano di "essere-per-la-morte" (Sein-zum-Tode, in tedesco). La questione dell'essere per la morte viene però interpretata diversamente da Binswanger. Se per Martin Heidegger si tratta della consapevolezza che l'essere umano ha per essere-per-la-morte come situazione esistenziale universale, in Ludwig Binswanger l'essere per la morte è il riscatto per una vita difficile e piena di sofferenza. E' un'interpretazione piuttosto forte, in cui l'esistenza non ha più senso. Nell'esistenza mancata la morte diviene l'unica soluzione poiché la vita è manchevole di un senso esistenziale che riguarda il futuro: non c'è più una progettualità e l'esistenza viene messa in crisi.

Se mi uccido tornerà come prima di nascere: ci sarà un nulla sereno, un nulla pacifico. Il suicidio non è in fondo come prima di nascere? Nessuno si angoscia all'idea di pensare alla nascita. Ebbene, il suicidio è la stessa cosa.


Un saluto suicidario, da Val.

4 commenti:

  1. spero davvero che non concretizzi MAI questo progetto 'mortifero'...!
    secondo me se ci pensi troppo poi finisce che lo fai....te lo dico per esperienza.....
    potrebbe consolarti il pensiero della morte....come cosa che c'è.e ci sarà.
    è una presenza.nell'assenza.
    per quanto riguarda la seduta col tuo terapeuta posso capire entrambi i punti di vista ma credo che lui avesse ragione....
    questo non vuol dire che tu non voglia guarire...
    ma forse non accetti totalmente l'altro....per paura...per principio...per colpa.....
    il fatto che il tuo medico ti destabilizzi è positivo......perchè significa sia che sei pronta a metterti in discussione sia che hai accettato ciò....e per te è una sfida vincere i tuoi limiti....purchè contemplino la vita.

    ti stringo forte forte

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  2. Non credo che ci sarà un nulla sereno, un nulla pacifico dopo la realizzazione di questo progetto. (Che ha chiamarlo così rabbrividisco)
    La nascita è evento straordinario, NATURALE che porta ad un nuovo essere in questa terra. Il suicidio è una perdita innaturale dell'essere, una assenza decisa ma non prevista da Dio, dalla natura, dal destino, da chi ti pare. Solo da te stessa. E non porta alle stesse conseguenze del periodo pre nascita.
    Il suicidio ha effetti diversi, devastanti per chi ti sta attorno, per colore che provano affetto verso di te, e persino per colore che appena ti conoscono.
    Tu vedi il suicidio come la fine dell'angoscia, della sofferenza, delle tue mancanze.
    Ok, siamo sinceri, ho pensato pure io questo, non troppo tempo fa.
    Ma sei così sicura che usciresti vittoriosa dopo? Che saresti in pace con te stessa, finalmente priva di tutto il dolore?
    Non hai la sicurezza, non l'avrai mai.
    Stando qui, al contrario, hai la possibilità, seppur minima, di riscattarti, di riprovarci mille giorni a fatti una nuova vita, a colmare qualche vuoto, a sorridere ogni tanto, ad apprezzare le piccole e semplici cose quotidiane.
    "Sai quel che lasci, non sai quel che trovi..."

    Il tuo progetto è folle. E lo sai anche tu. Più ci pensi, più lo troverai giusto, unico, la soluzione perfetta.
    (Non ti sto dando della matta, voglio sottolinearlo. È normale tu ci pensi, ti ripeto, anche io sarei voluta andarmene.)
    Mi fa male al cuore leggere queste parole Val. Pur non conoscendoti, mi viene da ricordare le mie sofferenze e vorrei aiutarti, dirti come uscirne. Ma, porca miseria, non lo so.
    Credo però che ci sia bisogno di qualcosa o di qualcuno che ti tolga un po' fuori da questa selva oscuro, che ti illumini la via, che ti guidi, perlomeno, nella penombra. A me ha aiutato il lavoro. L'unica cosa, altrimenti sono quasi certa che sarei volata via, te lo giuro.
    Per cui cerca qualcosa (qualcuno è più complicato, ma può esserci, forse non te ne accorgi) che ti possa far allontanare dall'inferno....

    (Menomale che il dottor R. Ha letto il post, la trovo molto positiva come cosa, per lui e per te, sopratutto. Il vostro rapporto è veramente bello. Proverebbe dolore a sapere della realizzazione del tuo progetto, sicuramente. Non si tratta di tattica medica, di strategia, si tratta di sentimenti, di affetto che nutre verso di te. E pure di soddisfazione personale. Salvarti potrebbe essere un vero piacere per lui, non vederti più probabilmente sarebbe un fallimento.)
    Un abbraccio, fatti coraggio ti prego.

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  3. Ciao val! Se posso permettermi di "contraddirti" io non penso che tu abbia poi tutta questa voglia di morire..si ci pensi e ti sembra magari un idea liberatoria ma penso che hai anche ancora tante cose che ti tengono ben salda alla tua vita terrena sennò lo avresti gia fatto! Non voglio sembrare scortese ma a me da sempre un po fastidio sentir parlare di suicidio come un atto di coraggio,per me è un atto di pura vigliaccheria,coraggioso è chi riesce a vivere cercando di affrontare tutte le difficoltà che la vita ci mette davanti,troppo semplice uccidersi e arrendersi così! Purtroppo nel mio paese ci sono molti suicidi ogni anno,solo qualche mese fa sono stata al funerale del figlio di un amico che si è impiccato..il vuoto e il dolore che lascia un gesto del genere in tutte le persone che lo hanno conosciuto e li hanno voluto bene è incolmabile,perché ci si chiede sempre cosa si poteva fare di più per aiutarlo e perché abbia deciso di fare un gesto così estremo! Forse per questo mi infastidisce questo discorso,perché so quanta sofferenza lascia un gesto del genere a tutte le persone che decidono di affrontarla la vita e non di aggirarla! Ci tengo a precisare che io sono infastidita ma niente di personale ce non penso che tu sia una brutta persona per il tuo pensiero,anzi tutto il contrario perché io trovo molto bello e utile il tuo blog mi da sempre da riflettere su tante cose! Però ecco no si può dire che il suicidio sia un atto di coraggio o una bella cosa e infondo infondo secondo me lo sai anche tu..
    Spero che questo tuo "progetto" si fermi solo al pensiero e non vada oltre..non ne varrebbe la pena sopratutto dopo tutto il lavoro che hai fatto fin ora per cercare di uscire da tutto questo schifo!
    Un abbraccio..

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  4. Cerco di buttar giù con ordine tutte le cose che mi sono venute in mente leggendoti.
    Tanto per cominciare, sono d'accordo con te quando scrivi che la terapia è approssimazione, non per una superficialità del terapeuta né del paziente, ma è ontologicamente approssimazione. Io non sono filosofa di formazione ma una mia carissima amica ha scritto una tesi sull'intersoggettività in Husserl e mi aveva colpito proprio questo: la profonda inconoscibilità dell'altro, l'ineliminabile divario tra me e il resto del mondo. Per quanto mi sforzi di capire un'altra persona, questa rimane comunque 'altra' rispetto a me e non potrò mai sentire quello che sente, provare quello che prova. La comprensione sarà sempre imperfetta, l'immedesimazione incompleta. Non escludo che si possa provare a entrare il più possibile in empatia, ma nessuno ci conoscerà mai del tutto, nessuno potrà svelarci a noi stesse.
    Detto questo, credo che però il dottor R. faccia bene a tirare acqua al suo mulino, nel senso che l'inconoscibilità dell'altro non può essere una 'scusa' che ci spinga nella solitudine, ma dev'essere una sfida, e il suo lavoro con te, anche col fatto di irritarvi spesso a vicenda, è una bella sfida.

    Per quanto riguarda il suicidio, io non lo condanno a priori. Penso, però, che non possa essere considerato un atto d'amore nei confronti di chicchessia. Lo accetto come atto di dignità - penso sempre che mi ucciderei se fossi molto malata, ad esempio, anche se non escludo di poter cambiare idea - ma non penso possa essere un gesto d'amore. Né nei confronti di te stessa - perché dopo la morte, io credo, non c'è nulla, e consegnarsi al nulla non può essere un gesto d'amore, secondo me - né, soprattutto, nei confronti di quegli universi altri che non ti comprendono ma ti amano, e soffrirebbero immensamente e forse ingiustamente, sentendosi in colpa per qualcosa della quale non sono responsabili. O non del tutto, almeno.
    Non dico che non ci ho pensato anche io, alle volte, quando non vedevo via di fuga al dolore e mi sembrava l'unica strada per raggiungere l'agognata pace, ma il nulla non è pace e noi non siamo pronte al nulla. La sofferenza e il nulla si escludono a vicenda, secondo me il suicidio dovrebbe essere riservato a un animo già pacificato, non ad uno in tempesta.
    Ti stringo forte!

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