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27 apr 2015

Apologia del suicidio.



L'ossessione del suicidio è propria di colui che non può né vivere né morire, e la cui attenzione non si allontana mai da questa duplice impossibilità.
Emil Cioran
"Il funesto demiurgo"


Visto il quasi 'scalpore' scaturito dal mio ultimo post sul suicidio, ho deciso di chiarire la questione. Rispondere ad ognuno dei commenti (sebbene pochi) credo che non sarebbe sufficiente e sinceramente non mi sentirei affatto soddisfatta una volta scritte due parole in croce per dirvi la mia. Sarà che studiando filosofia ed in quanto 'filosofa' (così dice il mio attestato di laurea triennale) sono abituata a darmi in chiacchere e fare lunghe speculazioni. Il Dottor R., ironicamente, dice che la filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale non cambia niente. Comunque sia, ho deciso di scrivere un'apologia, ovvero una difesa del suicidio -nei suoi termini più generali- pur immaginando che questo post (per chi lo leggerà) potrà suscitare ulteriori risposte di disaccordo. In vista di questa botta-risposta, questo sarà il primo e ultimo post in cui mi dilungherò sull'argomento.

Certamente il suicidio è stato un tema molto spesso dibattuto in filosofia così come nella letteratura. Si pensi, ad esempio, a Seneca (nel De Ira e nel De Brevitate Vitae), fino a Jean-Paul Sartre (in Essere e nulla) e Albert Camus (nel Mito di Sisifo). In questo mio post non ho nessuna pretesa comunque di realizzare chissà quale profonda dissertazione sul suicidio, ma spero che possano essere messi i puntini sulle "i" e chiarire la mia posizione a riguardo, sperando di non risultare scontrosa: da un computer certo non si può capire l'intonazione delle parole, ma basti far sapere che non voglio mangiare nessuno. Esprimo solo il mio parere con la massima tranquillità -come se stessimo prendendo un caffè tutti insieme e si parlasse del più e del meno-.


ButterflyAnna: hai parlato del suicidio non come "un atto di coraggio". Hai spiegato che, al contrario, il suicidio è "un atto di pura vigliaccheria. Coraggioso è chi riesce a vivere cercando di affrontare tutte le difficoltà che la vita ci mette davanti. Troppo semplice uccidersi e arrendersi così".

Io non ho mai parlato di coraggio, tanto meno di forza. Evidentemente, se dovessi seguire il tuo discorso come fosse un sillogismo, allora io non sono coraggiosa ma penso che sia stato chiaro fin dall'inizio e che lo si possa dedurre anche solo scorrendo un pò tutti i miei post. Sì, il suicidio è una fuga estrema e disperata dalla vita. Ma al di là delle tue motivazioni morali ed ideali di considerare la vita come un bene assoluto e inviolabile, non è possibile non prendere coscienza dei tantissimi elementi che entrano in gioco nel momento in cui si parla di ideazione e poi realizzazione di un suicidio. Rispetto la tua opinione perchè ogni idea deve essere rispettata ma non credo che -senza offesa- questo approccio moralista possa essere usato come motivo di negazione totale del suicidio. Non tutti amano la loro vita, chi per un motivo o chi per un altro. Figuriamoci per coloro che stanno in perenne guerra con sé stessi: pensa allo schizofrenico che deve convivere con allucinazioni visive o uditive non sapendo più distinguere le cose reali da quelle non reali. Pensa all'eutanasia, altrimenti: vorresti vivere attaccata ad una macchina fino a che non funziona nemmeno quella per tenerti in vita? Che senso ha la 'beata vita' a quel punto? Pensa a Piergiorgio Welby che poté -sebbene tramite una macchina- riferire alla moglie del suo desiderio di morte o a Emanuela Englaro che lo aveva dichiarato più volte prima di trovarsi in prima persona in coma. A quel punto, che cosa ha più senso: chiedere -in questi due casi- di farla finita (e quindi si parla di suicidio assistito) o rimanere inermi ed in uno stato vegetativo fino alla fine dei tuoi giorni? Dov'è qui la bellezza della vita? Dov'è qui l'idealizzazione di questa vita così pacifica e serena? Anche qui parleresti di "arresa" o, al contrario, di "rispetto" per la dignità di quella donna e quell'uomo di aver preso quella decisione? Definire il suicidio come "un atto di vigliaccheria" mi sembra essere solo un modo di reagire alla sofferenza che una persona -suicidandosi- può far provare agli altri: Freud li chiama "meccanismi di difesa".


Ilaria: hai definito il suicidio come "una perdita innaturale dell'essere, un'assenza decisa ma non prevista da Dio, dalla natura, dal destino, da chi ti pare. Solo da te stessa. E non porta alle stesse conseguenze del periodo pre-nascita".

Nominando anche solo Dio si aprirebbe un lungo dibattito che cercherò qui di riassumere e di non rendere noioso a chi non si interessa di filosofia. Nel momento in cui mi si cita il famoso Signore onnipotente e onni-quello-che-volete (si capirà bene che parlo da non-credente), mi viene spontaneo chiedere -di rimando-: siamo un foglio già scritto da Dio (e quindi ciò che ci accade e ciò che facciamo è già stato scelto da questa entità superiore) o siamo liberi? Nel primo caso, allora è il tuo Dio che ha già deciso quale sarà la mia via: il mio cammino è già segnato e ciao a tutti. Nel secondo caso, invece, qualora l'essere umano fosse libero, allora sono libera di scegliere e quindi -in base a questa seconda opzione- Dio non è previsto a priori nel discorso. Quindi se è "un'assenza decisa" perchè sono libera, non c'entra nulla la previsione di Dio, della natura o del destino perchè sono io la fautrice di tutto: nessun destino e tanto meno nessun Dio che mi osservi manco fosse l'occhio di Mordor del Signore degli Anelli o del Grande Fratello di George Orwell. Ed anche se il libero arbitrio mi fosse fornito direttamente da un'entità superiore ed astratta, il discorso sarebbe identico: sono libera e -detta banalmente e non filosoficamente- faccio quello che voglio.


Euridice: dici che il suicidio non può "essere considerato un atto d'amore [...] Nè nei confronti di te stessa -perchè dopo la morte non c'è nulla, e consegnarsi al nulla non può essere un gesto d'amore- né, soprattutto, nei confronti di quegli universi altri che non ti comprendono ma ti amano [...]. Il nulla non è pace [...]. La sofferenza e il nulla si escludono a vicenda, secondo me il suicidio dovrebbe essere riservato a un animo già pacificato, non ad uno in tempesta". 

Mi trovo a dover dissentire con le tue affermazioni. Al contrario di te, io credo che il nulla sia la pace più assoluta proprio per la definizione che il "nulla" ha. Il suicidio lo percepisco come l'uscita definitiva dal palcoscenico, da una situazione insostenibile e che ritengo ormai perduta. Quindi potremmo dire che il suicidio assume il suo significato "disperatamente" positivo: è un'epifania. E' proprio per questo che io definisco il suicidio come un atto di amore per sé stessi e per una vita che non si desidera più: perchè dopo la morte non c'è nulla e se non c'è nulla, non c'è disperazione, angoscia, sofferenza, tristezza (tutte sensazioni che io provo). Il nulla mi riappacifica, mi rasserena, mi spoglia dalla stanchezza rassegnata che in questo momento storico io sto vivendo. Per quanto riguarda il dolore che posso provocare agli altri, certamente il suicidio può rappresentare un atto egoista, ma è l'ultima cosa a cui si pensa sinceramente. So del dolore che posso arrecare, ma permettimi di dire che preferisco allora essere egoista piuttosto che continuare soffrire per far contenti gli altri.


Cercherò di provare a riassumere la mia posizione in un solo ed unico esempio. Ellen West (anoressica e non solo) fu seguita dallo psichiatra svizzero Ludwig Binswanger. La donna si suiciderà a 33 anni, ed era seguita da Binswanger solo da tre mesi. L’accusa di “istigazione al suicidio” (lui la fece uscire dalla clinica sapendo cosa lei si sarebbe gettata nelle braccia della morte) per me è infondata: l'antropoanalisi di cui Binswanger è il padre fondatore, è la ricerca di una sintonia, empatia tra due persone con il riconoscimento dell’altro in quanto essere umano e non ci può essere nessuna forma di coercizione. La scelta di Binswanger di far uscire dalla clinica la paziente pur sapendo che si sarebbe suicidata, va vista nell'ottica del raggiungimento di questa sintonia e del rispetto totale dell’altro che essa sottintende. Rispettare l’altro significa riconoscere la sua dignità in quanto essere umano e riconoscere il suo diritto di costruzione della propria vita. La West in quel momento era arrivata alla scelta consapevole che l’unica vita possibile dignitosa per lei fosse la non-vita. Lasciarla libera di attuare questa scelta deve essere vista come una dimostrazione di totale considerazione dell’altro in quanto persona. La morte era l’unica cosa che West voleva e Binswanger ha fatto sì che lei potesse essere-nella-morte.


Un saluto apologetico, da Val.

3 commenti:

  1. Ciao val e grazie per aver risposto al commento!
    molto probabilmente,anzi sicuramente io mi sono lasciata trasportare dalle mie emozioni quando ho letto il tuo precedente post che non mi ha di certo lasciato il tempo di pensare al suicidio per casi estremi come quello dell'eutanasia o per malattie mentali molto gravi! È ovvio che nanche io personalmente non vorrei vivere in uno stato vegetativo per tutta la vita(anzi per tutta la non-vita,perché non sarebbe più vivere) ma rimango comunque della mia idea per certi casi perché per me,persona più o meno sana fisicamente anche se non mentalmente,ma pur sempre capace di poter cambiare le cose e la propia vita,sarebbe un insulto suicidarmi verso persone come può essere Emanuela Englaro che se solo avesse potuto scegliere avrebbe scelto la vita e non la morte,perché sono sicura che avrebbe pagato per poter vivere come me o come te,quindi non penso sia un paragone giusto da fare! Il mio non è un meccanismo di difesa,e non sono una persona che non può capirti perché sono esattamente nella tua stessa situazione fino al collo da 10 anni,so bene la sofferenza che puoi provare,e forse l'impressione che ho dato è di essere moralista e se considerassi la vita come un bene inviolabile non mi sarei fatta del male per tutti questi anni!insomma non volevo farti la ramanzina come magari è sembrato! ovviamente non ci conosciamo lo so,ma penso che tu abbia ancora la curiosità nella tua vita abbia ancora qualcosa per cui lottare,sennò a che scopo studiare laurearsi e continuare la tua terapia se sei un essere per la morte?!non è per dirti che non hai un problema grave come la schizofrenia,ogni problema merita la stessa attenzione! Però io sono una persona molto concreta e poco filosofeggiante,e quando si parla di casi non estremi per me il suicidio è vigliaccheria,è scappare da una vita che molte persone che non la hanno più vorrebbero! Non penso che ci siano persone che nascono per la morte,ma solo circostanze che ti possono portare alla morte!
    tu ovviamente sei libera di fare ciò che vuoi,però non penso abbia senso idealizzare così il suicidio e farlo sembrare un atto d'amore o una cosa quasi poetica..ovviamente questa è solo la mia opinione,che magari è sbagliata,ma ognuno la pensa a suo modo infatti rispetto la tua e con questo mio discorso non voglio dire che sei una persona vigliacca sia chiaro,anzi il contrario perché se tu fossi debole e vigliacca non saresti arrivata a questo punto e per questo io penso che tu sia una persona forte!
    Comunque non sei stata per niente scortese..anzi forse lo sono stata io,devi scusarmi ma sono una persona molto polemica a cui piace far valere le propie ragioni (si è una rompi balle insomma-_-)
    un saluto e un abbraccio!

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  2. Ciao Val.
    Mi fa piacere leggere questo post, che tu ti sia dilungata a dare spiegazioni.
    sono dell'idea -forse ho sbagliato ad esprimermi io, ho nominato Dio, destino ecc proprio per sottolineare tale fatto -che tu sia libera di scegliere nella tua vita e che non c'entra niente l'essere credente oppure no. Perchè io credo in Dio, ma non penso che lui ci abbia già predestinati. Semplicemente credo che ci lasci liberi di costruirci la nostra vita. lui ci ha dato la vita, poi siamo noi a farne ciò che vogliamo, nel male o nel bene.
    Quindi rispetto assolutisssimamente questo tuo progetto. Però ho la libertà di dire che per me è sbagliato.
    Sbagliato perché lo vedo come un fallimento. La perdita della guerra che finora hai combattuto. Una lotta dura, lunga, sanguinosa che meriterebbe di essere terminata con il tutto, non con il nulla.
    Tu la vedi come una vittoria, una fine silenziosa, una pace finalmente raggiunta. Guardi la nullità positivamente.
    No io non ce la faccio. È una vita che sento il vuoto dentro che mi assale, mancanze chi logorano da dentro... E cosa dovrei fare? Suicidarmi? Per terminare con altrettanto nulla? Io voglio morire lasciando qualcosa agli altri e lasciandomi qualcosa.
    con questo discorso sicuramente mi contraddirai, probabilmente riuscirai a dare motivazioni più valide delle mie.
    Ti rispetto, rispetto la tua idea perché in un periodo pure io l'ho visto come unica soluzione.
    Poi un bel giorno sono stata accompagnata nel reparto di ospedale di oncologica, con bambini malati di cancro che probabilmente non c'è l'avrebbero fatta. Li ho visti sorridere, li ho visti amare la vita nonostante tutto.
    Mi sono sentita egoista, cattiva, vergognosa. È da lì ho smesso di vederla in quel modo.
    Un gesto estremo quello che mi hanno obbligata a fare ma mi è rimasto impresso nella mente e per loro onore non riesco più a rifiutare la vita, pur vedendo troppe cose a mio sfavore.
    Ti ringrazio ancora per avermi dato la possibilità di rispondere, spero di non essere risultata banale, noiosa e nemmeno bacchettona verso di te. Non è nel mio intento nemmeno farti cambiare idea.
    Ciao Val, io ti abbraccio comunque.

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  3. Ho apprezzato la tua scelta di non lasciar cadere il polverone nel nulla e di scrivere un post apposta (scusa il cacofonico gioco di parole) per spiegare meglio la tua posizione.
    La mia sul suicidio si fonda principalmente sull'insegnamento senecano, le sue Epistole Morali sono la mia lettura quotidiana, penso a Seneca come ad un Maestro che vorrei mi guidasse fuori dalla tempesta della vita e che invece può solo darmi delle indicazioni che, per quanto convincenti, io puntualmente mi faccio sfuggire.
    Perciò, io accetto ed approvo il suicidio di stampo 'stoico', quando rimane l'unica via da percorrere per conservare intatta la propria dignità. Ragion per cui ho abbozzato un testamento biologico nel quale chiedo di fare di tutto per "staccare la spina" qualora dovessi rimanere in coma irreversibile, e per cui penso che se fossi gravemente malata valuterei l'opzione del suicidio assistito (nel mio periodo ipocondriaco avevo anche selezionato una struttura, in Svizzera) e per cui ammiro i suicidi per la libertà.
    Però mi dà angoscia l'idea dell'incompiuto. È vero che la morte arriva all'improvviso e ti coglie senza lasciarti il tempo di prepararti, il più delle volte, ma è proprio per questo che, se dovessi essere io a decidere il limite ultimo della mia vita, vorrei non lasciare nulla di incompleto. Vorrei avere pacificato il mio animo, non perché creda in qualche forma di vita oltremondana, ma perché credo che la morte debba in qualche modo completare il cerchio, vorrei che il cerchio si chiudesse perfettamente, senza lasciare qualcosa d'intentato, di non detto o di non provato.
    Io penso che dopo ci sia il nulla, lo stesso nulla che c'era prima, eppure non riesco a equiparare il nulla alla pace. Il nulla è nulla e inghiotte tutto, pace compresa.
    Se mi uccidessi ora, se tu ti uccidessi ora, avresti di certo il nulla, nel senso che smetteresti di soffrire perché non avresti più alcuna percezione, ma non sarebbe pace, sarebbe, appunto, il nulla. Io vorrei smettere di soffrire e poi uccidermi. Uccidermi quando il mio animo abbia raggiunto l'equilibrio e non restino turbolenze.
    So che è un pensiero strano, il suicidio dopo aver trovato il rimedio ai mali e non come rimedio ai mali, ma credo che Seneca lo intendesse così. Catone che si suicida per non doversi piegare al tiranno ha raggiunto la perfetta maturazione interiore, ha messo in pace il suo animo e sceglie il suicidio come unica via per conservare quella pace. Io, se mi fossi lanciata contro un muro con la macchina, come ho tante volte pensato di fare qualche anno fa, non avrei scelto l'unica via per conservare la perfezione interiore, avrei scelto una fuga dal dolore. Non la condanno, capisco che il dolore a volte possa essere insopportabile e che l'annullamento nella morte possa apparire l'unica soluzione, ma non è la mia idea di suicidio perfetto. Un'idea forse eccessivamente idealizzata, eccessivamente razionale, difficilmente applicabile nella realtà, ma di certo affascinante e convincente, tanto convincente che riuscì a mettere a tacere i miei istinti suicidi, anni fa.
    Un abbraccio!

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