Pagine

05 apr 2015

Anestetico.



Qualche volta la notte, questa oscurità, questo silenzio mi pesano. E' la pace che mi fa paura: temo la pace più di ogni altra cosa. Mi sembra che sia soltanto un'apparenza e che la sconta l'inferno [...]. Dovremo riuscire ad amarci tanto dal vivere fuori dal tempo, distaccati. Distaccati.
Dal film "La Dolcevita"


"Io penso positivo, perchè son vivo perchè son vivo" canta Lorenzo Cherubini (per gli amici 'Jovanotti'). Mah. Sì, può darsi, forse è così. Mi colpisce sempre lo scaffale dei manuali di autostima e pensiero positivo; insomma, la vita è dura per tutti: ognuno ha le sue turbe, le sue spine nel fianco. Dirsi -ripetendo i 'mantra' interni a questi libri- "io valgo" o "io posso", "tutto dipende da me" ci si illude solo che questi manuali di automedicazione psichica possano funzionare. Poi, puntualmente, non fanno ciò che promettono. Magari bastasse un libro per non pensare più. Pensare positivo è solo un anestetico per non sentirsi.

Il mio personalissimo (nonché opinabile) anestetico è l'autolesionismo. Sì, mi sono ritagliata. Ormai è passata una settimana e mezza d'allora. L'ho fatto perchè mi serviva. L'ho fatto per anestetizzarmi. Nel momento in cui taglio l'addome, in quel preciso momento, esiste solo la parte tagliata. Esiste solo quella parte del corpo che fa male, che brucia. Ma è proprio questo dolore, profondamente fisico, che serve per non sentirmi, per non odiarmi -anche se per poco, lo ammetto-. So già tutti i motivi per cui non funziona questo mio anestetico: io ed il Dottor R. ne parlammo tempo addietro. A primo impatto è molto efficace perchè ha un esito istantaneo ma appunto perchè è istantaneo è chiaro che dura ben poco la sensazione di 'pace interiore'; solo per un poco riesco a mettere a tacere i pensieri malsani e poco piacevoli che mi porto dietro da ormai diversi anni. Per un attimo mi preoccupo di tamponare solo quelle lacrime rosse e nient'altro. In quell'attimo il mio corpo è solo corpo e basta: niente più preoccupazione, niente più ansia, niente più paranoie per le forme. Per un istante, riesco a dimenticarmi del dolore interiore, della profonda insoddisfazione che continuo a provare nei confronti nel mio corpo, di me stessa e di ciò che sono in toto. Ed allora sì, mi servo dell'autolesionismo, per auspicare all'alienazione del mio corpo, per allontanarmi dalla sofferenza psichica la quale -checché se ne dica- è più dolorosa di una gamba rotta: quest'ultima, una volta fatto uso degli giusti strumenti di cura (come il gesso), non fa poi più così tanto male. Il dolore passa, no? Con il disagio (più o meno patologico) è molto più difficile. Non per l'altro la psicoterapia (per non parlare della psicoanalisi poi..) dura diversi anni. La cura della sofferenza derivata dal disturbo mentale fa sempre più male e rimane di fondo (più o meno esplicitamente). Ti ricorderai di esserti rotto una gamba e magari a malapena potrai riportare alla mente quel dolore fisico, ma il disagio mentale è certamente qualcosa che rimarrà sempre con te, quasi come una 'crepa'.

Parlandone meglio con il Dottor R., nella nostra ultima seduta, ho avuto modo di cogliere un significato diverso o, meglio dire, un controsenso: se il mio intento è quello di alienare il corpo (come se non volessi più sentirlo) in realtà non sto facendo altro che assegnargli valore. Ed assegnargli valore certamente non è quello che ho in mente di ricercare quando mi taglio. Il taglio -contrariamente a come la penso io- mi continua a ricordare quanto lo odio, quanto vorrei non volerlo: in questo modo quindi il mio tentativo di alienazione del corpo è inefficace perchè produce il risultato esattamente contrario. Continuo a dare al corpo l'importanza che invece credo di sottrargli con l'autolesionismo. Continuo a dirgli che è ancora importante, che ancora ne sono influenzata, che ancora lo odio. Ecco cosa faccio: ricalco l'insoddisfazione, la non accettazione.

Ho avuto modo di comprendere ed assimilare nel tempo, di non avere più un disturbo mentale: non sono anoressica, né bulimica. Posso definirmi, anzi, una persona piuttosto informata -soprattutto sull'anoressia-. Certo, oggi il DSM-V ci presenta sottocategorie molto più vaste, come il BED, l'EDNOS, l'anoressia-bulimica, l'anoressia-non bulimica, la bulimia-anoressica e la bulimia-non anoressica (un problema che fa discutere molti studiosi di epistemologia clinica e non solo). A parte ciò, posso dire di non rispecchiare più il classico stereotipo da "pro-ana" (da un bel pezzo, vorrei aggiungere). Anzi, appena leggo qualcosa sulla filosofia pro-ana mi viene da rabbrividire soprattutto perchè studiando io filosofia ed essendo una dottoressa in questa materia, mi fa storcere il naso e certamente non mi fa assolutamente piacere vedere che la filosofia venga usata così a sproposito. La filosofia è ben altro ed è molto più alta rispetto ai famosi 'comandamenti di Ana' o addirittura la 'lettera da Ana o Mia'.

Il mio problema ora risiede nel comportamento: non riesco a sradicarmi da determinati atteggiamenti di evitamento o di difesa. La maggior parte di chi mi segue avrà avuto già modo di leggere in diverse occasioni che sono una persona che difficilmente si mette in una condizione 'nuova', con nuove persone (quindi sconosciute), che non beve durante la giornata per timore del gonfiore del ventre, che non usa la macchina perchè si sente essere solo un intralcio, che evita di mangiare ed uscire con amici dopo cena e via discorrendo. Questi sono un pò i problemi -o per lo meno le conseguenze- che mi sono trascinata dietro dalla mia fase anoressica. Non sono così positiva riguardo la possibilità di superarle (per non parlare del digiuno a pranzo).

Il Dottor R., tuttavia, nella nostra ultima seduta, ha proposto un nuovo/vecchio progetto: collaborare con la Dottoressa D. -per chi legge il blog da più tempo, sa già chi è- con un nuovo tipo di 'programma': mirato sulla mindfulness. Lo psicoterapeuta ha riconosciuto che il primo tentativo di lavoro sull'accettazione, è stato forse troppo prematuro ma ora sarebbe il momento giusto per riprovarci. Ha fatto riferimento al fatto che ormai sono un'esperta in materia-anoressica e questo mi può dare una marcia in più perchè ne conosco tutte le dinamiche: non per altro ci ho scritto una tesi il che significa che dietro quel lavoro c'è stato un duro studio. In realtà ci sarebbe anche una sorta di 'gruppo' tenuto da un'altra sua collega -sempre all'interno del centro di Castro Pretorio- che lavora, appunto, sulla mindfulness ed anche questa sarebbe stato interessante come idea, ma purtroppo in quel caso dovrei ovviamente dare un contributo in denaro, il che non è possibile (ricordo che io pago la terapia del Dottor R., traducendo ricerche e testi dall'inglese in italiano). Insomma, in sintesi, dovrei riflettere di nuovo sull'ipotetica possibilità di essere affiancata dalla Dottoressa D. per un lavoro più centrato sull'accettazione e "sul perdono" come ha detto lo psicoterapeuta. Perdonarmi per non essere ciò che vorrei, perdonarmi per tutte le volte che ho voluto strafare ma non con degli ottimi risultati, perdonare il mio corpo che è solo diventato cavia di un dolore più interno. Per, infine, accettarmi.

Quindi l'ipotesi plausibile sarebbe riprendere un lavoro con la Dottoressa D., il che mi mette a disagio per due motivi: primo, perchè mi sentirei in colpa nel momento in cui mi ripresenterei da lei per lavorare di nuovo insieme. Insomma, la prima volta ha comunque speso delle energie e del tempo per starmi vicina e per seguirmi. Avrei la faccia tosta a ripresentarmi da lei e provare a intraprendere un nuovo percorso psicoterapeutico. Secondo poi, se gli esercizi che facevamo insieme fossero gli stessi anche per questa volta, non so se accetterei di nuovo. Se non è andata bene la prima, perchè dovrebbe ora? Forse il Dottor R., direbbe che ora ho maggiore consapevolezza cognitiva e che ora è il momento giusto per farlo.

Ho detto al Dottor R. che ci avrei pensato. Mi ha risposto -usando un detto siciliano- che chi pensa troppo finisce sempre per fare una cazzata. Vedremo.


Un saluto anestetizzato, da Val.

2 commenti:

  1. A me capitata di anestetizzare il cuore per non sentire più il dolore. Oltre a manifestarlo con il corpo, quindi mangiando meno, correndo, camminando, e rinchiudendomi in casa, mi capita di non sentire più niente per nessuno: nessun sentimento, nessuna emozione, nessun attaccamento verso gli altri. Cerco di non affezionarmi, di privarmi di qualsiasi cosa, anche dei sentimenti, pur di non sentire più la sofferenza. In realtà in momenti di benedetta lucidità mi accorgo che ciò non risolve un fico secco, ma che, anzi, anestetizzando elimino il dolore apparentemente, momentaneamente per poi ripresentarsi più forte, più grande di prima.ped ecco che sono sempre l punto di partenza. Addirittura più stanca e più addolorata dell'inizio.

    Forse hai ragione quando dici che per non sentirsi ci sia bisogno di anestetizzarsi. Ma vedi, ci sono anestetici positivi e negativi. Il tuo, il mio, combinano solo altrettanti guai. La positivitá del pensiero invece rafferma la sofferenza per farci vivere in maniera migliore. Forse dobbiamo solo cambiare anestetico. (Il problema è come...)

    Credo che il dottor R, abbia ragione in merito al pensare troppo. C è bisogno anche di agire immediatamente, attraverso l'istinto, poichè troppa riflessione ci lascia fermi, stazionari nel nostro limbo.
    Mi auguro tu faccia la scelta giusta.

    Un bacio Val.


    RispondiElimina
  2. Post interessantissimo, il tuo, anche perché ha riportato alla memoria una delle mie più grandi ossessioni del periodo malato, che in realtà rimane latente in un angolino della mia testa: liberarmi del corpo. Ne ho parlato anche in un post sul mio blog, tempo fa, e avevo constatato di non essere l'unica a sentire questo "peso" dato dalla mia parte corporea. Nei primi tempi da anoressica, forse per convincermi che mangiare era sbagliato, ho sviluppato una sorta di disgusto per tutto ciò che è legato al corpo, tutti quei bisogni che ci rendono così vicini agli animali, quando la nostra mente è così pura, così pulita, così perfetta. Quanto può elevarsi l'uomo oltre la sua condizione animale, grazie alla sua mente! Eppure - ed ecco il grande paradosso - è stata la mente a tradirci, non il corpo. Il corpo non avrebbe mai accettato di essere denutrito, maltrattato, svuotato: è stata quella mente perfetta a distruggerci. E quando ti tagli (io non l'ho mai fatto, ma mi è capitato di farmi male in altro modo, con un intento simile) non lo fai per punire il corpo, ma quasi per riconoscergli importanza, nella speranza che il dolore fisico, così banale e meccanico - mi faccio del male -> soffro - possa per qualche istante offuscare il dolore interiore, che non è mai così facile da capire, e perciò non è facile da guarire.

    Per quanto riguarda la storia con la dottoressa D., non sapendo cosa sia successo in passato non me la sento di dare un giudizio affrettato, ma secondo me non dovresti precluderti la possibilità di lavorare con lei su qualcosa che t'interessa, magari potresti anche approfittarne per riscattarti.
    Un abbraccio!

    RispondiElimina