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10 mar 2015

Sono un'esistenza mancata.


Lo sai, mettersi ad amare qualcuno è un'impresa. Bisogna avere un'energia, una generosità, un accecamento..C'è perfino un momento, al principio, in cui bisogna saltare un precipizio: se si riflette non lo si fa. Io so che non salterò mai più.
Jean Paul Sartre
"La nausea"

I latini dicevano "amor vincit omnia", ovvero "l'amore vince su tutto". Io lo trovo ancora molto difficile da credere. Quando leggo/sento qualcosa in merito a questa tesi, mi viene spontaneo storcere il naso: secondo il senso più comune l'amore è ciò che va al di sopra di ogni altra cosa, vincendo su di essa, appunto. Quindi, se dovessimo prendere per vero quanto si dice a riguardo, bisognerebbe anche ammettere (consequenzialmente) che l'amore vince anche sul disturbo mentale, qualsiasi esso sia, no? L'amore dovrebbe riuscire ad andare al di là dei disagi, delle paure, delle sofferenze, delle vulnerabilità, dei limiti, dei silenzi, dei comportamenti forse ritenuti folli. Dovrebbe essere così, no? In fin dei conti, l'amore significa essere visti, visti per davvero.

Quello che io mi chiedo, dopo questo brevissimo preambolo, è se troverò il coraggio di potermi permettere di essere vulnerabile e quindi di mostrarmi. Forse in realtà non si tratta nemmeno di 'permissione': le parole giuste e probabilmente più adatte da usare sarebbero il 'potersi lasciare essere'. Sembra semplice, no? In fin dei conti, si tratta di essere se stessi, no? Di accettare che qualcuno possa sfiorare o toccare le mie debolezze, e che le sappia accogliere in sé con l'amore che meritano. Perchè forse, sì, ho bisogno di qualcuno che mi sappia vedere per ciò che sono. Forse ho bisogno di amore. Ma non di quello delle favole: lo stesso termine 'favola' per definizione indica una 'narrazione di fatti inventati'. Io non voglio niente di fittizio. Vorrei tanto rassicurarmi sul fatto che ci sia qualcuno che mi possa amare, sul serio. Solo che appena ci penso, mi dico che non può essere, che non può esistere nessuno (del sesso maschile, intendo) che possa pensarla in questo modo. G. se ne è andato via (anche) per i miei problemi e quindi non è riuscito ad accettarli. Al contrario, O. non voleva sentirne neanche parlare (mi disse palesemente che non voleva conoscerli e che se andavo dallo psicoterapeuta potevo dirlo a lui). Che ve lo dico a fare: con O. non mi sono sentita accettata, tanto meno riconosciuta. Con quest'ultimo mi sono annichilita, mi sono annullata per non dare fastidio, convincendomi che solo così potessi essere voluta bene e che ciò che nascondevo non poteva meritare di essere visto. Sfortuna? Sì, anche quella la si può tenere in conto.

Vorrei solo non rabbrividire alla vista di me stessa ed all'idea che un ipotetico partner mi veda nuda. Vorrei non tremare al solo pensiero di dover fare sesso/amore con qualcun'altro. Perchè mi dovrei riabituare, dovrei ricominciare da capo. Con il datato G. ormai le mie paure si stavano appiattendo quasi; mentre con il narciso O. le cose non si sono mai evolute quindi, figuriamoci. Ero solo un buco da riempire (sì, non è proprio una cosa sofisticata da dire, ma è stato così).

L'ipotetica possibilità di avere una relazione (che sia con il romano che-vive-a-Venezia-e-vuole-fare-l'Erasmus-ad-Amsterdam di cui ho parlato qui, o che sia chissà chi altro) mi fa andare in paranoia e mi viene ansia solo al pensiero di dover rimettermi in gioco. Forse è proprio questo il problema: dovermi rimettere in discussione, dovermi far vedere, dovermi far conoscere. Di nuovo. E rischiare, conseguentemente, di poter essere 'rifiutata' o 'non accettata'. E' questo che mi fa paura. Sì, lo so, vedo sempre il bicchiere mezzo vuoto, anzi no, totalmente vuoto. Come fare per sradicarsi da queste idee? Rischiare, forse, sarebbe la soluzione migliore: stare nella relazione e scoprire magari che poi, non sono così male. Rischiare di poter essere conosciuta e poi non piacere per ciò che sono. Perchè il fatto è: e se anche fosse così? Dov'è il problema? In fin dei conti non si può piacere a tutti, no? Ma chissà perchè, nonostante questa consapevolezza, continuo ad avere sempre questa sensazione profonda di dispiacere qualora constatassi di non piacere.

Ho capito solo più tardi che le persone, in particolare i bambini, tendono ad "assorbire" l'identità che gli viene data dagli altri. Io, infatti, mi sono cucita addosso la veste della bambina-ragazza "grassa" dal grande "cespuglio" di capelli ricci. Ho indossato le vesti di quella bambina che non meritava di essere voluta bene, chissà perchè. Ho indossato le vesti di quella bambina che non ne valeva pena, perchè troppo ignorante rispetto alla gemella che sapeva più cose. Ho indossato le vesti di quella bambina bruttarella, dal ventre ampio e dai ricci scompigliati. Ho indossato le vesti di quella bambina che non poteva meritare alcun abbraccio, perchè forse non ne era degna.

Mi sono abituata ai bambini che mi prendevano in giro. Mi sono abituata a non ricevere alcuna carezza ma schiaffi improvvisi: mia madre me li tirò perchè non avevo capito matematica o perchè per sbaglio -dandole la buonanotte- le avevo dato una testata. Mi sono abituata a sentirmi dire che non dovevo credermi una bella bambina e che le magliette attillate facevano pronunciare solo il mio ventre ampio e basta. Mi sono abituata, a scuola, ad essere sempre la seconda dopo mia sorella: in bellezza, in intelligenza, in femminilità. Mi sono abituata al "sei simpatica, ma preferisco tua sorella" dagli amici che stilavano le 'liste' delle bambine più carine della classe dove io non comparivo mai e mia sorella era sempre la prima. Mi sono abituata ad essere usata come intermediaria per far conoscere mia sorella ad un altro ragazzo. Mi sono abituata ad essere solo un oggetto finalizzato al puro e mero coito. Mi sono abituata ad essere messa da parte, perchè troppo problematica, troppo triste, troppo di tutto. Mi sono abituata a tutte queste cose, che mi sono convinta di esserle davvero.

Così, mi sono convinta di tutto questo. Mi sono convinta di non essere poi così bella. Mi sono convinta di non valerne così tanto la pena. Mi sono convinta di non poter pensare di meritare affetto perchè non sono 'abbastanza'. Mi sono convinta che se anche penso di essere carina, in realtà è più conveniente averne il dubbio: non vorrò mica ripetere l'errore di quando ero una 13enne, che, convinta di avere addosso una maglietta che mi rendesse carina, in realtà sono stata derisa perchè era una cannottiera troppo attillata? No, non se ne parla. Non deve più ripetersi quell'episodio. Non voglio più illudermi: ed è anche per questo che non riesco a riconoscermi, a vedermi io stessa. Quell'episodio non se ne vuole andare dalla testa. Ed ecco che così è come se ritornassi con i piedi per terra, dicendomi: è impossibile che tu sia così carina da poter piacere, da potere meritare affetto, amore, riconoscimento.

Così ho creduto che l'unico modo per acquisire valore fosse investire sul mio corpo, visto che è stato ciò su cui sono state scaraventate la maggior parte critiche. Persino mia madre, anziché accogliermi nell'ascolto dei miei pianti perchè i bambini mi prendevano in giro, mi rispondeva che era normale: d'altronde mangiavo tantissimo mi diceva. Così ho investito su questo corpo, su questo povero ammasso di grasso, di fianchi e di cosce. E ci ho investito così tanto che mi sono ridotta a non essere nulla, a non voler più essere nulla. Sono voluta non-essere per essere. E cosa c'è di più contraddittorio di questo? Cosa c'è di più profondamente ontologico se non il dramma di chi vive un disturbo alimentare? Che sia anoressia, bulimia, binge eating disorder, eating disorder not otherwise specified. Non importa cosa dica il DSM. Quello che ho capito del mio vissuto da anoressica è, come diceva Ludwig Binswanger, che ciò che è più odioso non è tanto il corpo, ma l'esistere nel corpo.

E' impossibile che qualcuno possa accettarmi e volermi bene per ciò che sono, nonostante tutto. Perchè è proprio quel 'tutto' che provo a tenere all'oscuro dallo sguardo delle persone dell'altro sesso che poi inevitabilmente deve essere svelato. E' il momento in cui confesso che ho alcune particolarità comportamentali -evitare di guidare la macchina, di mangiare ed uscire subito dopo, di mangiare di fronte a persone con le quali devo stare insieme, di bere e via discorrendo- che spaventano le persone. E' nel momento in cui confesso ciò che sono, che ho paura di essere messa da parte. Una con le paranoie non la vuole nessuno, no? Troppi problemi, troppe ansie, troppo di troppo. Non ne valgo la pena.

Quanto ancora dovrò pagare il conto del passato? Quanto ancora dovrò murarmi viva per non rischiare di essere vista? Quanto durerà questa prigionia nella quale sono stata io stessa a rinchiudermi? Quanto ancora dovrà durare il dolore della solitudine che ricerco ed odio allo stesso tempo? Quanto ancora dovrò patire lo sguardo dell'altro? Quanto ancora durerà il dolore di una sofferenza così, ormai, radicata? Quanto rischierò ancora? Quanto ancora dovrò scontare le pene dell'inferno tra le cui fiamme sono stata io stessa a gettarmi?

Durerà per l'eternità?

Un saluto esistenzialmente mancato, da Val.

5 commenti:

  1. Ho spesso paura anch'io di non valerne la pena. L'unico aspetto positivo di questa paura è che mi fa impegnare ad essere più forte. A non adagiarmi nel male che sento, sperando di esserne tratta fuori da altre mani, ma a spingermi io per prima fuori da questo buco. Credo che qualsiasi problema diventi molto più accettabile dagli altri quando si dimostra di starlo combattendo attivamente. Certo capisco quando parli di aver bisogno di essere vista "tutta". Uno vorrebbe amore incondizionato. Hai ragione. Ma è roba difficile, da dare e da ottenere.

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  2. come ti sei convinta di non valere...puoi benissimo convincerti del contrario....di valere....e abituartici....
    perchè ciò che frena ogni tentativo di rilancio è proprio l'abitudine......
    non è detto che tu debba mortificare il tuo corpo fino ad estreme conseguenze...non è detto che tu debba sempre ritenerti inferiore alla tua gemella e di conseguenza a tutte le altre,non è vero che è 'normale'come ti diceva tua madre!
    la normalità è lo specchio che noi costruiamo su noi stessi in base agli altri.....se ti specchierai sempre negli stessi parametri.....fallirai sempre....
    tu sei 'altro'da quella 13enne....
    tu sei altro da quella ragazza non vista....
    verrai vista in toto quando ti vedrai tu per prima.....
    senza annichilirti o privarti....
    ma provando a vedere la tua bellezza.....
    dici che proveresti dispiacere qualora non venissi accettata....
    ma tu ti accetti?
    io credo che la tua parte 'bellezza'sia ancora in ombra perchè lo specchio che la rifletteva era annerito....
    rischiare fino a quando?
    finchè quello specchio non sarà lucidato in toto e apparirai tutta...
    ti vedrai e in quel momento ti vedranno......
    e questa volta sarai per essere....
    il sesso o il piacere o meno sono sono piccole differenze che non prescindono dallo specchio....



    ti stringo forte forte.e ho fiducia in te.

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  3. Più ti leggo più correi ad abbracciarti, persa in un pianto di estrema comprensione per ciò che provi, cercando di allietare le, le nostre, sofferenze.
    Dirti che ti capisco è poco, te lo giuro.
    Proprio stamattina mi sono messa a scrivere un post sull'Amore, non tratta proprio di ciò che hai detto tu, ma la partenza è la stessa. L idea di fondo è proprio quello di aver paura di mettersi in gioco, di scoprirsi di nuovo, di far vedere all' altro i miei numerosi difetti, le mie ansie, il mio passato.
    Amare significa coraggio, secondo me. Il coraggio di lanciarsi nell' aria, senza paracadute.
    Io ho talmente paura da preferire la mia posizione stazionaria, fissa, anzi, alla prima ventata (ossia al primo ragazzo incontrato) indietreggiò pure. E poi me ne pento, ovvio.

    Non mi riesce darti consigli, non c è versi, ho scritto alcune frasi subito dopo cancellate, perché manco io ci credo in quello che ti avrei detto. Niente, ho il buio totale, il caos perenne. Ma ti stringo forte davvero.

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  4. "Amor omnia vincit" dicono i latini, e il verso in questione si chiude con "et nos cedamus amori". Particolarmente indicato a questo post, non trovi? L'amore vince tutto e noi dobbiamo cedergli. È una legge naturale che non sembra contemplare alternative. Eppure noi sappiamo bene che non è così facile cedere all'amore e che si tratta proprio di cedere, di spogliarci delle nostre corazze e mostrarci nude, e non mi riferisco a togliere i vestiti. Però, come scrivevo in un commento al post molto simile di Ilaria, l'amore non è solo un tuffo nel vuoto, potresti scoprire che si atterra sul morbido, che c'è sempre qualcuno pronto ad afferrarti quando ti lanci o quando cadi.
    Ovviamente, uno che non vuole sentirti parlare dei tuoi problemi non merita neppure d'essere considerato uomo, è un ragazzino sciocco e merita di trovarsi una cretinetta superficiale. Ma questo non vuol dire che tu non possa trovare una persona che voglia conoscerti ed amarti con tutte le tue debolezze e che sia pronta ad accettarle e a limarle per renderti felice.
    Un abbraccio!

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  5. la sofferenza che ti pervade penetra dentro come il ghiaccio nelle giornate più fredde...
    lascia zone morte, perché se si è provato il dolore, poi ci si identifica, nostro malgrado...
    augurarti che il male finisca mi sa che sarebe quantomeno provocatorio ed eufemistico, mi limito a sperare per te in calore pari e uguale al dolore, così che possa scendere un'onda positiva ed illuminante dentro te

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