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24 mar 2015

Perchè ancora il corpo?


"Come va?" domandò l'ispettore.
"Non va" disse l'uomo.
"Che cosa non va?"
"Tutto"
"E prima?"
"Prima di che?"
"Prima, dico, andava?"
"Mai"
Leonardo Sciascia
"Il contesto"


Non è mai così semplice rielaborare una seduta di psicoterapia con il Dottor R. soprattutto quando in quell'ora si provano a toccare temi piuttosto particolari. E, a dirla tutta, non è neanche la prima volta che mi ritrovo in una situazione come questa. Oggi, però, abbiamo ripreso a parlare delle abbuffate, del mio rapporto con il cibo e con il corpo, (a cui tra l'altro è collegato inevitabilmente il giudizio degli altri) e del motivo per cui ancora oggi -dopo parecchia maturazione cognitiva ed anni di psicoterapia- ancora sono attaccata a questo corpo, ancora lo odio ma soprattutto, ancora mi odio.

Perchè ancora il corpo? Me lo ha chiesto oggi il Dottor R., infatti. Perchè ancora ci tengo ad avere un corpo longilineo, slanciato, magro, nonostante ormai abbia bene in mente tutte le modalità, le peculiarità di come funziona l'anoressia? Quello che ho risposto al Dottor R., è stato contorto: come ho già avuto modo di scrivere, non sentendomi in grado io stessa di assegnarmi valore perchè non me ne riconosco alcuno (fisico o intellettuale che sia) ho bisogno dell'altro, del giudizio esterno. Non riesco a darmi per vinta: anche se ricevessi un giudizio negativo, devo fare in modo che possa riscattarmi. Ed è stato questo specifico verbo che ha 'incuriosito' il Dottor R., se vogliamo metterla così. Essendo tra l'altro a dir poco difficile far cambiare idea ad una persona (perchè significa questo il riscatto: far cambiare idea di ciò che sono all'altro), perchè ne sento così tanto il bisogno? Perchè ne sono così attaccata? Forse, il problema alla base, è che continuo a non accettarmi, a non vedermi. E nonostante, però, sappia benissimo il motivo per cui non faccio tutto questo, non riesco a cambiare o ad evolvere la mia situazione.

Da diverso tempo ho ripreso ad abbuffarmi più del 'dovuto'. Quello che mi ha detto il Dottor R. è che le mie scorpacciate notturne sono una mia scelta. Quando mi alzo alle 01.00 o alle 03.00 di notte, so quello che andrò a fare. Senza neanche pensarci troppo, mi alzo, vado in cucina, mangio il pane dalla cena, poi prendo la chiave della dispensa (che mio padre crede che io non sappia dove sia) e mangio quanto mi è più possibile (evitando ovviamente che mio padre non si accorga in maniera evidente della mia conoscenza della chiave). Insomma, il cerchio si ripete.

So, come già più volte ho detto, altrettanto bene che per spezzarlo dovrei provare a mangiare a pranzo. So che se mangio a pranzo, certamente ho il vantaggio di potere smaltire più facilmente le kcal ingerite; a differenza dell'abbuffata notturna in cui invece tutto ciò che mangio invece ha più probabilità di stabilizzarsi sui fianchi o sulle cosce. Anche qui, il Dottor R. -almeno è stata la mia impressione- si è stupito. O per lo meno, ha sottolineato questa mia consapevolezza come se tramite questa enfatizzazione, potessi cambiare radicalmente comportamento. A dire il vero, questi "up e down di lucidità" -così come li ho voluti chiamare io- mi destabilizzano allo stesso tempo: so i danni del binge eating, so gli altrettanti vantaggi di un'alimentazione sana e regolare, eppure..sempre qui mi ritrovo: a piagnucolare sul grasso accumulato. Odio, allo stesso tempo, queste fasi: quando vivo queste profonde consapevolezze "up/down", credo di essere pazza.

Non so più a chi/cosa dare retta. Ricominciare o no? Continuare a farmi 'male' o abbandonare questo progetto di magrezza che mi ha accompagnato per così tanti anni e su cui ho costruito la mia intera persona? Infatti, mettere definitivamente da parte o riconoscere la fallacia di quello per cui ho concentrato tutte le mie forze e la definizione di ciò che sono, mi fa percepire una perdita di senso incolmabile. Questo lo sa bene anche lo psicoterapeuta: sa che il giorno in cui deciderò per davvero di volere riprendere sanamente a mangiare, sarà molto difficile, tanto. Addirittura, si è proposto lui stesso che -quel giorno- potremmo farlo insieme perchè -così come anche io riconosco- forse lui è la sola persona che potrebbe starmi vicino nel modo giusto perchè saprebbe comprendere ciò che sto provando o ciò con cui mi sto scontrando: il riconoscimento di quanto sia fallace ciò per cui ho voluto lottare fino ad ora, il mio progetto-di-vita (modo con cui tra l'altro lo stesso Binswanger, descrivendo il caso clinico della storia anoressia di Ellen West, definisce la sua storia di vita).

Però io, detta tra noi, non so cosa fare. Accetto (ma faccio difficoltà a condividere) tutto ciò che ci siamo detti io ed il Dottor R., eppure rimane sempre il dubbio, mi 'fido' del controllo che ho creduto di ri-ottenere nelle ultime settimane e che tuttavia oggi ho perso di nuovo con le ultime abbuffate. Mi dico che le cose cambieranno e che quindi riuscirò a dimagrire come voglio io. Probabilmente, il motivo per cui lo faccio, è perchè non conosco vie di mezzo: o digiuno o mi abbuffo. Ecco perchè l'apporto nutritivo strettamente ridotto ritengo che sia il miglior modo per giungere al mio obiettivo.

Per diverso tempo il Dottor R. aveva smesso di parlare di alimentazione: era ormai un argomento su cui io continuo a non cambiare idea e continuo convinta nel mio procedere. E se, ha detto il Dottor R., avevo trovato ormai una sorta di (dis)equilibrio -non mangiando a pranzo, cenando e mangiando di meno la notte- allora era 'inutile' parlarne. Se ne era fatto una sorta di ragione, si potrebbe dire. Ma visto che nota la mia più che patita sofferenza quando le abbuffate si ripresentano in maniera più evidente e 'grave', allora oggi se ne è -appunto- riparlato: conosce la mia sofferenza, o meglio dire, la comprende nella maniera più empatica possibile, nella maniera più umana come poche persone possono essere capaci di fare.

Ho trovato la 'crepa' del mio dolore che si è mutato -nel corso della mia vita- in un disturbo alimentare. La crepa mi ha permesso di scoprire, di capire. Ed è dalla crepa che può entrare la luce, in effetti. Io questa luce -non lo nego- credo in qualche maniera di averla potuta vedere proprio perchè conosco la mia crepa e perchè ho avuto al mio fianco il Dottor R. che non smetterò mai di ringraziare vista la sua pazienza ad avermi ancora come paziente. Ora, però, devo potere essere capace di osservare diritta quella luce. Dovrei riuscire a sostenere lo sguardo su quel bagliore, su quella crepa.


Un saluto crepato, da Val.

2 commenti:

  1. Non riesco mai a lasciarti qualche frase visto il mio poco tempo, ma leggo ogni tuo "componimento"... si perchè resto sempre incantata dal modo in cui racconti la tua vita.

    Perchè ancora il corpo?... Bella domanda.... la risposta che mi sono data è che essendo il corpo lo specchio di ciò che siamo, lo trattiamo e curiamo in base a come trattiamo e curiamo la nostra anima e noi stesse.
    Personalmente mangio per sentirmi piena, per sentirmi coccolata... il cibo come affetto... so che sto scrivendo una cosa praticamente folle ma per me è così... ho bisogno di affetto? mi sento sola? mi sento vuota? allora butto dentro un po' di cibo sperando passi questa sensazione...

    Ho fatto terapia per quasi due anni, poi per motivi di lavoro ho smesso, ma vorrei tanto tornarci... era strano come riusciva a capire così bene quello che provavo e come sapeva smuovere i giusti tasti per farmi parlare... l'argomento cibo non l'ho mai toccato con lei... diciamo che quando ho iniziato la terapia avevo problemi più gravi; il cibo era solo una delle tante conseguenze del malessere...

    Te però hai già capito cosa c'è che non va, hai trovato la "crepa" del tuo dolore... non devi avere paura ad affrontarla, ce la farai! ti manca così poco per attraversarla ed uscirne fuori, studiala bene, analizzala fino a che non ti farà più paura... impiegaci tutto il tempo che vuoi e che ti serve, non c'è fretta! :)

    Ti abbraccio forte!

    A.

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  2. Aver trovato la crepa del tuo dolore è già molto. È veramente utile ciò per continuare a combattere..
    Saper contro chi si combatte è un punto di forza, si può colpire meglio, in maniera più precisa, più sucura e con maggior risultato! Essere riuscita a trovare la crepa credo sia stato estremamente difficile, è lungo in termini di tempo. Per cui ora devi continuare a lottare, sennò il tuo tempo passato in terapia, a sforzarti di non fare cazzate indotte dal DCA, a piangere per buttare fuori tutto il dolore, sarà sprecato.
    Sei a buon punto... Non sei in discesa, ma quasi.... Per cui ti incoraggio totalmente!

    Perché ancora il corpo? Personalmente ti dico che non lo so. Probabilmente la continua insoddisfazione verso tutto, me stessa in primis ed i miei sentimenti, mi fanno continuare questa frenetica ricerca della perfezione, del controllo in quell'anno,Bito. Forse l'unico a cui posso arrivare così... Banalmente.

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