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01 feb 2015

Meriti immeritevoli.



Era un bambino che piangeva facilmente; ma ora non poteva piangere. Capiva, per intuizione, che si trovava in presenza di qualcosa di inesorabile, qualche cosa di profondo e di inesplicabile, davanti a cui le lacrime erano impotenti
Taylor Caldwell
"Sognare è soffrire"


Com'è sentirsi bene con sé stessi? Com'è volersi bene? Com'è apprezzarsi a prescindere da ciò che più comunemente noi chiamiamo 'difetti'? Com'è, in particolar modo, sentirsi in armonia con il proprio corpo? Com'è riconoscere il semplice fatto che si può essere voluti bene e/o amati solo per l'originario dato di fatto che noi esistiamo? Come si riesce a vedere un pregio che ti viene riconosciuto? Com'è amare le proprie vulnerabilità, nonostante tutto, nonostante sé stessi? L'essere umano, d'altronde, ha una forte capacità di resilienza (parlo da ignorante in materia): in psicologia significa adattamento, riorganizzazione e ricostituzione della propria vita di fronte alle difficoltà. E' la classica abilità di far divenire un pregio un proprio difetto, per dirla con parole spicciole.

Ammetto di pormi spesso queste domande, perchè mi meraviglio altrettanto usualmente delle persone che sentono tutto questo nei confronti di se stessi. Mi meraviglio semplicemente perchè io non credo di potermelo permettere e mi chiedo perchè gli altri ci riescano ed io no. Un piccolo vortice di pensieri invade la mia testa quando cerco di dare un senso a queste mie domande, ma poi ovviamente non giungo mai ad una conclusione ben precisa. Mi meraviglio della spontaneità dei loro gesti. Mi meraviglio della serenità con cui tutti mangiano di fronte a tutti, anche. L'ho notato all'Università quando, alla pausa pranzo, ci si siede tutti sul prato a mangiare. E mentre guardo i miei colleghi mangiare panini, inforcare la pasta al sugo o al pesto portata da casa, masticare tramezzini comprati al bar, noto quel momento di comunità, di unione che si instaura immediatamente tra loro: sorrisi, comunicazione, racconti di avventure e sventure. Ed io invece mi estraneo, ammirandoli certo. Parlo poco, sorrido altrettanto poco, e li studio, come se questi eventi fossero chissà che cosa di paranormale. Anche se a dire il vero il mio stomaco non dà ormai segno di fame all'ora di pranzo: ormai è stato abituato da un anno a questa parte a non ricevere più alcun tipo di sostegno nutrizionale a quell'ora. Ma li ammiro lo stesso. Li ammiro e li invidio a dirla tutta. Li invidio perchè se io mi pongo tanti paletti mentali impeditivi, loro non se ne fanno di questi problemi (beati loro). Non temono chissà quale grande paura. Io invece sì. Provo a scuotermi di dosso il dolore, il disagio ma non c'è nulla da fare: non mangio ugualmente. E di fronte alla domanda "Non mangi? Vuoi un pezzo del mio panino? Vuoi assaggiare?" ormai so già cosa rispondere e tutti  ormai si sono abituati al fatto che non metto niente sotto i denti.

Perchè io abbia una particolare tendenza al "pessimismo", o perchè interpreti sempre negativamente qualsiasi tipo di consiglio, impressione, osservazione, non l'ho ancora ben capito: per me è il naturale corso delle cose, il naturale procedere del mio ragionamento, ormai. E' abitudine vedere le cose in un certo determinato modo. Sicuramente mia madre ha avuto un forte ascendente su di me ed anche se ora -grazie al cielo- non abitiamo più insieme, ancora non capisco perchè non sia riuscita a "cambiare rotta", a riuscire a vedere le cose diversamente, a riconoscermi anche solo un pregio (non fisico, anche). Zero su zero. Per me la vita è più nera che bianca, se dobbiamo dirla tutta. Con il Dottor R. solo dall'ultima seduta si sta cercando di capire questo mio meccanismo di ragionamento. Come esempio abbiamo preso un colloquio avuto con il mio relatore (A.). Avendo deciso di dare di nuovo il suo esame, dovevamo metterci a tavolino per chiarire quale argomento dovessi portare (il programma di quest'anno è lo stesso dell'anno scorso, che ho già fatto). Così, dopo l'ultima lezione, ci siamo spostati nella sua stanza e, appena entrata, mi ha chiesto "Perchè avevi una media così bassa quando ti sei presentata alla laurea? Rispetto al lavoro che hai fatto per la tesi..". In quel momento avrei voluto dirgli che forse riferire questa domanda ad un'ex anoressica ed attuale EDNOS, non era proprio la cosa migliore da dichiarare. Comunque quello che io ho pensato quando il relatore A. mi ha riferito quel suo interrogativo, è stato che ero un'incapace, una che non sapeva studiare e che non ha mai preso un 30 se non al suo primo esame della carriera universitaria. In quel momento mi sono sentita sempre 'meno', sempre 'poco'. E' come se mi avesse voluto ricordare che non ero riuscita a prendere voti alti. Le sue parole mi hanno buttato particolarmente giù di sconforto. La sottolineatura di A. ha toccato uno dei miei punti più deboli anche se, come dice il Dottor R., dovrebbe essermi chiaro ormai che non è il voto che dà valore alla mia persona. Quello su cui il Dottor R. ha cercato di farmi riflettere è che se A. si è meravigliato, potrebbe volere dire che ha notato il mio impegno e le mie capacità, vedendole non compatibili con i risultati (numerici) ottenuti nel corso degli anni. Forse la sua perplessità voleva intendere: "com'è possibile che la media sia bassa, visto quanto è in gamba?". Purtroppo io non ho ragionato in questo modo ed il Dottor R. mi ha fatto così vedere come le cose potevano essere osservate in modo diverso rispetto al mio 'senso unico' di ragionamento. Ancora mi viene particolarmente difficile pensarla nei termini in cui me lo ha esposto lo psicoterapeuta. Sono davvero stata "in gamba" nel lavoro della tesi? Ho davvero colpito il docente? Non riesco ad attribuirmi alcun merito a riguardo. Sono ormai abituata a ragionare in un certo modo, e l'idea che A. possa aver potuto pensare questo, non mi convince a pieno. E' che continuo inesorabilmente a credere di non meritarmi nulla.

Inutile sarebbe aggiungere che, ovviamente, non mi attribuisco/riconosco neanche alcun tipo di piacevolezza fisica. Che cosa io abbia di così amabile dal punto di vista fisico, non lo so ed ancora mi domando perchè ci sono ragazzi che mi ritengono attraente. Un mio collega (nonché carissimo amico) mi ha più volte detto che a Villa Mirafiori ho "un harem" vero e proprio. Testuali parole, giuro. Sì, effettivamente ci sono state persone che hanno più o meno esplicitato il loro interesse nei miei confronti: non è un elenco smisurato ma ce n'è stato e ce n'è ancora oggi più di uno. Il problema è che se anche a me interessasse quella determinata persona (che so che ricambia), eviterei ugualmente in qualsiasi modo di provare a conoscerlo o di ritrovarmi da sola con lui. Per quanto mi possa piacere, per quanto mi possa colpire quella persona, oggi non riuscirei assolutamente ad immaginarmi in una relazione. Questo accade perchè la mia mente inizia a fare dei veri e propri voli pindarici, figurandosi immediatamente la scena sessuale (ipoteticissima tra l'altro) e mi vengono i brividi anche solo a pensarci. Brividi di assoluto disagio all'idea che qualsiasi persona dell'altro sesso, possa vedere le mie forme, la mia pelle, il mio ventre, le mie cosce. E sebbene la mia sia solo l'idea di questa immagine, questa è talmente forte, talmente potente, da farmi rifiutare qualsiasi tipo di approccio. Il discorso penso che lo conosciate già, se mi leggete da tempo. Mi privo di ciò che viene più comunemente denominato 'gioie della vita': cibo e sesso. Chissà cosa direbbe quell'odioso di Freud se potesse leggere. Potenzialmente potrei frequentare chiunque ma se si parla di mettere in atto quell'idea, è chiaro che mi tiro immediatamente indietro. Mi comporto in modo tale che io e l'ipoteticissimo lui che è interessato alla sottoscritta, non rimaniamo mai soli. Appena vi è questa possibilità inizio a pregare chiunque di restare insieme a me, al fine di evitare un faccia a faccia con quella persona. Sì, sono un pochino paranoica, lo ammetto.

Addirittura non riesco a riconoscermi come laureata in filosofia. E' come se fossi fortemente convinta di non essermela meritata questa pergamena di laurea, soprattutto perchè il 110 non l'ho raggiunto. Mi sento ancora una studentessa alle prime armi, quando in realtà ormai sono al quarto anno, nonché 'Dottore' in materia.

Niente, non mi merito niente.


Un saluto non-meritato, da Val.

5 commenti:

  1. Li invidio perchè se io mi pongo tanti paletti mentali impeditivi, loro non se ne fanno di questi problemi (beati loro). Non temono chissà quale grande paura.

    Sì, è possibile che loro riescano a mangiare pasta e panini con la massima spontaneità, e a intessere rapporti conviviali, mentre per te (per noi) è difficile, quasi un miraggio...
    ... ma come puoi essere certa che anche loro non abbiano problemi, inadeguatezze, sensi di colpa sostanziali o presunti?

    Non intendo con questo dire che le incrinature che gli altri tacciono siano più estese o profonde delle nostre.
    Ma tutti, nei tempi e nei modi più diversi, dobbiamo fare i conti con ciò che ci manca: l'amore, la fiducia, la serenità e il significato...

    Alla fin fine, meritiamo ciò che vogliamo prenderci.

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  2. A meta di questo post stavo gia pensando di scriverti propio quello che il dottor R ti ha detto cioe che il tuo telattore anche secondo voleva dire che sei in gamba e non capisce come mai i tuoi hoti siano bassi nonostante la brillante tesi che hai presentato!
    È impossibile che tu non abbia nulla di positivo dal punto di vista fisico e caratteriale tutti lo abbiamo! Però capisco perfettamente la tua ansoa per una relazione perché quando non ci si sente a propio agio nel propio corpo è difficile riuscire a concedersi a un uomo,anche sebin realtà poi un uomo non vede tutti i difetti che noi vediamo in noi stesse..sicuramente devi lavorarci molto ancora e capire che non esistone persone completamente imperfette o completamente perfetto! E penso che se sei arrivata a questo punto se sei riuscita a laurearti vali molto!
    un abbraccio..

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  3. hai descritto perfettamente la mia situazione,perchè per quanto io mi sforzi di fare la persona decente,che mangia sano e tutte queste minchiate.. basta alzarmi la mattina e guardarmi allo specchio per far cadere tutte le regole che mi sono imposta. farsi schifo è il primo passo verso la distruzione completa.

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  4. l'uomo è un animale sociale...
    e il cibo è uno strumento di comunicazione di questa socialità.
    tu hai paura del mondo.
    che ti possa penetrare scalfire condizionare...come ne ho paura io.
    e in una relazione pensi sempre di stare in difetto come è successo col tuo relatore...
    forse a causa di retaggi della relazione a due con tua madre....
    il vostro non-rapporto è alla base credo del non-rapporto col mondo che tu esprimi in disagio alimentare.....e anche disagio fisico...vedi il tuo rapporto con la sessualità...
    ma i progressi ci sono e ci sono stati...a partire dal fatto che non vivi più con tua madre...che ti poni dei dubbi...
    ti metti sempre in discussione...e questo è da persona...sociale...


    ti abbraccio forte

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  5. Il tuo post mi ha toccato tanto...... mi è sembrato per un attimo di averlo scritto io.
    Le tue sensazioni di disagio, sconforto, pessimismo, bassa autostima le capisco completamente. E' un disco che gira nella mia testa da anni ormai.
    Anche io mi domando spesso come facciano gli altri a vivere così, serenamente, senza farsi certi problemi. Per me è strano, se non addirittura, "assurdo" poter vivere senza di essi. Sono talmente radicati che per me è la "normalità". (Come si vive male effettivamente.)
    Se posso dirtela tutta, pure io ho interpretato inizialmente in modo negativo la frase del tuo relatore di tesi. Avevo ragionato esattamente come te. Sono rimasta "meravigliata" nel vedere che si poteva interpretare pure in maniera diversa, positiva.
    Eppure il mio primo approccio è stato pessimistico, l'idea continua di essere giudicata negativamente.
    Qualcosa di simile ci scatta in testa. (Sapessi cosa....)

    Riconosco un dispiacere nelle tue parole, assieme ad una sensazione di "arresa".. "ho provato a cambiare, ho provato a vedere le cose diversamente, ma non ci riesco.". E fidati, capisco il tuo dolore nel pensare di essere "condannata" a vivere in tal modo. Ma cerca di impegnarti il più possibile, ascolta le parole del dottore, i consigli degli altri e prova a ficcarti in testa che puoi migliorare anche tu. Anche se ti sembrerà quasi impossibile, fallo. Fallo perchè non ci sono alternative, poichè a pensare male, ad essere paranoici, ci si può indovinare, ma non si risolve niente in meglio.

    Un abbraccio.....

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