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11 feb 2015

Il bisogno di riconoscimento.



Se il corpo citasse la mente per danni, si troverebbe che la mente è stata una rovinosa inquilina per il suo padrone di casa.
Plutarco


Non ci sono brevi soluzioni né in terapia, ma neanche nella vita se è per questo. E probabilmente le due cose sono strettamente correlate visto che nella terapia, d'altronde, si affronta l'esistere dell'uomo, la sua relazione con il mondo e con gli altri, il modo in cui egli costituisce sé stesso e via discorrendo. Come ho già ricordato, io gli strumenti li ho tutti per uscire dai problemi che ho (eccetto qualcuno). Forse sono io che non voglio decidermi e chissà perchè. Questa coperta di Linus così calda, quasi accogliente nel suo avvolgermi mi rasserena, anche se il tessuto di cui è fatta spesso fa male, mi stritola, mi soffoca. Aristotele dovrebbe chiedermi qualche spiegazione, visto che infrango il cosiddetto principio di non contraddizione. Eppure è così: fa male ma fa bene contemporaneamente. Tra nove giorni compirò 23 anni, e sto ancora qui, con questo blog, con questi pensieri, con queste frasi ormai divenute una sorta di legge universale, manco fosse la legge gravitazionale. Tra nove giorni avrò un anno in più, spero per la maggior parte del suo scorrere, a piangermi addosso, a dirmi che tanto non ne valgo la pena, che non sono mai abbastanza. Ad odiarmi, ancora ed ancora.

Ancora oggi, "ciò che sono" mi viene a chiedere il conto. Di nuovo. L'amica con la quale sono andata a Parigi due anni fa e a Berlino la scorsa estate (C.), mi ha chiesto quella che, banalmente ed infantilmente, si dovrebbe chiamare forse 'una pausa di riflessione'. Ancora non l'ho ben capito, sinceramente. Il suo comportamento indifferente si è sviluppato in maniera graduale, nelle ultime tre settimane (anche se non è la prima volta che capita una fase analoga), tanto da portarmi a chiederle chiarimenti visto che mi negava persino il saluto. Pur dicendomi che il suo comportamento era sì, volutamente indifferente, non voleva essere però ostile. Volendo quindi una spiegazione, ho atteso le sue argomentazioni. Mi ha fatto una sorta di elenco di ciò che le ha dato fastidio o, per meglio dire, ha chiarito essenzialmente che ha bisogno di un "rapporto amicale più normale" sebbene poi si sia corretta dicendo di volere una relazione meno "sanguinolenta" poiché ritiene che io, nei suoi confronti, abbia un che di conflittualità. Le prime cose che mi ha riferito è che ritiene che il mio astio per la psicoanalisi rappresenta simbolicamente un mio odio nei suoi confronti, così come il mio giudizio negativo circa l'idealismo tedesco dovrebbe simboleggiare, a detta sua, un conflitto nei confronti della sua persona. Insomma, ha ragionato con categorie profondamente psicoanalitiche (e pensare che spesso ha criticato me di parlare in termini 'troppo' cognitivi), e mi ha vomitato questa valanga di accuse infantili fino a dire che aveva bisogno di prendere le distanze dalla sottoscritta, perchè "il nostro rapporto è troppo simbiotico". Ha persino sostenuto che io non le ho mai mostrato gioia di fronte ai suoi progressi, il che lo ritengo fuori luogo, visto che l'ho spesso ammirata per i suoi passi in avanti in terapia. In più dice che i tentativi di sprono che mi ha voluto mandare per cambiare la mia situazione, non riscontrando alcun esito o risultato di progresso, la fanno star male: questo sarebbe un motivo ulteriore circa la 'presa di distanza'.

Sono uscita da questo 'chiarimento' (sebbene sia tutto fuorché chiaro il suo ragionamento) niente affatto triste e con nessun senso di colpa. Anzi sono arrabbiata e parecchio aggiungerei. Non ho avuto bisogno di ragionare sulle mie emozioni con il Dottor R., perchè mi sono presentata da lui che sapevo di essere arrabbiata e basta. Sono arrabbiata perchè, nonostante lei abbia sostenuto di conoscermi, non capisco quindi il motivo per cui non comprenda il semplice dato di fatto (sebbene banale) che ognuno ha i suoi tempi. Magari sì, i miei tempi sono più lunghi dei suoi ma questo dipende dal semplice fatto che anche se abbiamo condiviso un disturbo mentale dalla stessa denominazione clinica, questo non significa che lo si debba vivere nella stessa maniera e che, quindi, si debbano avere anche le stesse tempistiche. Ognuno vive un problema (qualsiasi esso sia, non per forza deve essere di tipo clinico) sulla propria pelle: c'è chi vive uno stesso problema in maniera più critica che di altri, ed ulteriori persone a cui invece non succede niente di particolare. Perchè non mi ha rispettato, allora? Perchè, se dice di conoscermi, non mi accetta per ciò che sono, anziché sfuggire via visto che, evidentemente, le ricordo il passato e probabilmente teme di ricaderci? Che senso ha dirmi, implicitamente, che non essendo io guarita, non valgo la pena di esserle amica? Che senso ha allora questo tipo di amicizia se per lei è più importante essere circondata da persone 'sane', piuttosto che 'malate'? Non sono contagiosa. Il disturbo alimentare non si trasmette come l'influenza o un raffreddore. Se l'influenza è un problema di organismo, il disturbo alimentare è un problema tutto mentale (che poi si riversi tutto sul corpo, è tutta un'altra storia).

E se assumiamo che queste ipotesi siano giuste, allora non è un problema mio. Non sono responsabile di nulla. Non sono responsabile della 'rottura' creatasi tra noi due perchè è lei ad avere 'timore-di'. Non è colpa mia se non sono guarita. Non posso essere accusata di qualcosa di cui non posso essere padrona perchè, semplicemente, non posso essere padrona delle sue paure. E' lei ad avere timore di cadere di nuovo, è lei a ritenere inopportuno in questo momento la mia presenza di fianco alla sua persona. Ha cercato di accusarmi per deresponsabilizzarsi dai suoi problemi, dalle sue paure, additandoli invece alla sottoscritta: sarebbe quindi colpa mia se lei ora si è allontanata, sarebbe responsabilità mia se non sono guarita e lei si trova costretta a prendere questa benedetta e fantomatica 'pausa di riflessione'.

Il Dottor R. mi ha fatto un semplice e chiarissimo esempio: se sono in macchina con una persona accanto e guido a 170 km/h e il passeggero mi dice "Quando guidi così mi fai paura", di chi è la 'colpa'? La responsabilità non è certo mia che sto guidando. E' l'altro che ha paura.

Ci potrebbe essere anche un'altra alternativa. Forse ha cercato di volermi dire che sentiva il bisogno, da parte mia, di essere riconosciuta, di essere vista: psicoanalisi e idealismo tedesco sono, per lei, molto importanti ed il fatto che io provi un ché di astioso nei confronti di questi, probabilmente le fa percepire un misconoscimento. E' come se io, 'negando' dai miei interessi queste due tematiche, negassi lei, la sua persona. Quando, insieme al Dottor R., si è pensato anche a questo, mi sono chiesta se lei si sia mai posta nei miei confronti nel modo in cui lei vorrebbe che facessi. Se dovessimo usare la stessa 'arma' allora anche io avrei da ribattere circa il suo pieno disinteresse per la psichiatria fenomenologica: lei di me non apprezza il mio ragionare per categorie cognitive, così come non accetta il mio grande interesse per Binswanger o Jaspers. Quindi, no: non credo che neanche lei abbia mai dimostrato grande riconoscimento su questo tipo di argomenti. Ed è qui che si innesca il circolo vizioso: ci urliamo, sotto-intendendolo, un bisogno di riconoscimento.

Non leggerà neanche il blog, immagino. Un tempo, ogni tanto, lo faceva: aprendomi a lei, le dissi che se voleva, poteva leggermi. Per me questo gesto è stato molto importante, aveva un suo significato particolare. Significava farmi conoscere ancora di più, significava far conoscere le mie fragilità ancora più intime. Significava tanto. Poi, non ricordo neanche quando ma almeno un anno fa, mi ha detto che non voleva più far parte del "teatrino virtuale". Giuro che ha detto proprio così. Per lei il mio blog è solo un teatrino dove si fa della mia storia un romanzo. E se il teatro è solo finzione, perchè si mette in scena una storia o una narrazione mitologica, per lei il mio blog è questo: una finzione, una storiella accessoriata da frasi romanzate. Quello che io ho pensato, quando mi ha riferito questo suo giudizio, è stato che in realtà il blog è più vero di qualsiasi altra cosa, forse addirittura è più limpido della mia stessa quotidianità. Perchè è qui che mi svelo, è qui che rivelo le mie paure (si pensi all'argomento sessuale, a cui ho dato voce poche volte). Sì, non firmo con il mio vero nome, così come indico solo le iniziali delle persone a me vicine, ma questo non significa che sia fittizio. Quando ho riferito questo al Dottor R., spontaneamente ha detto "Questo dimostra quanto sei brava ad incassare". E sì, in effetti ho incassato il colpo, perchè alla decisione di lei, non ho detto niente ed ho solo annuito. Mi è dispiaciuto che pensasse questo del blog, così come mi ha fatto male sentire le parole "teatrino virtuale". Alle volte, è davvero cattiva. La percepisco perfida, e non so se se ne accorge. E pensare che sarei io quella in conflitto con lei.

Ora però, non c'è spazio per la sofferenza. Almeno non per questo. Oggi c'è solo rabbia. Tanta rabbia di essermi aperta ad una persona che, checché ne dica lei, non mi conosce per niente, allora. Se mi capisse davvero, saprebbe che il 'valore' a cui ha voluto colpire per giocare la carta della 'pausa riflessione', è un punto profondamente fragile ed instabile della sottoscritta. Un'amica farebbe così? Un'amica ti additerebbe la colpa per cui se non si è guariti, allora non ne vali la pena? Che amicizia è, questa?

L'amicizia è incontro, è riconoscimento della fragilità dell'altro, è accettare i silenzi, è abbracciare le paure e comprenderle, è raccogliere le lacrime dell'anima, è allungare le mani per sorreggere la magnificenza che illumina la persona e farle vedere che c'è tanta di quella bellezza anche nelle sue sofferenze e nelle sue paure che ne varrebbe sempre la pena. L'amicizia, così come l'amore in fin dei conti, è amarsi nonostante tutto.

Non è colpa mia. Questa volta ho la forza di dirlo.


Un saluto innocente, da Val.

4 commenti:

  1. Ciao val! Mi è diapiaciuto molto leggere di questa brutta storia con la tua amica..lo scorso quella che doveva essere la mia migliore amica mi ha liquidata perché secondo lei avevo messo le corma al mio ragazzo quindi ero una persona di merda e mi ha detto di non cercarla mai più,non ha neanche avuto le palle di dirmele in faccia queste cose e so che c'è un suo astio o gelosia personale sotto a questa storia in realtà di cui ovviamente non ha parlato perché senno non sarei stata più io quella "cattiva"!
    Non è propio simile alla tua questa storia,però leggendo mi è venuta una gran rabbia anche a me! Io penso che l'amicizia sia anche più "importante" se così si può dire dell'amore; l'amico è colui che c'è sempre per te qualsiasi cosa accada anche a costo di rimetterci e non giudica ma al massimo ti consiglia,puo anche farti notare che sbagli ma sempre comunque con delicatezza e standoti vicino a prescindere,senza colpevolizzarti..
    trovo un po crudele il comportamento della tua amica che ti sta mettendo da parte per dei problemi che mi sembrano futili quando invece tu avresti bisogno di lei. .insomma se li amici si vedono nel momento del bisogno lei dov'è?!
    Ma comunque hai gia detto tutto tu ..e fai bene a non sentirti responsabile perché tu non hai fatto nulla di male e secondo quello che pensi dovresti dirglielo giusto per mettere le cose in chiaro!
    Spero che si sistemi tutto..un abbraccio..

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  2. Ciao Val, purtroppo intravedo nelle tue parole una forte rabbia mista a delusione verso questa ragazza a cui eri, e sei, particolarmente legata. Ho letto tutto attentamente, ti confesso che il tuo modo di ragionare mi ha stupito molto, poichè mi sono rivista in molte frasi, ho riprovato il sentimento combattivo, rabbioso verso la mia ex migliore amica quando lei mi lasciò sola, in un momento estraente delicato, anche se non in apparenza, sostenendo che "aveva bisogno di persone che la facessero ridere, perchè la vita va vissuta pienamente e non piangendosi sempre addosso"
    Credo immaginerai la collera, la voglia di prenderla a schiaffi per l' insulta giustificazione al duo allontanamento.
    Per cui non mi sento di correggerti, di contraddirti, sono D' accordo con te su ogni punto di vista. Non accetto ancora che lei se ne sia andata in quel momento, anche se si accorta di aver sbagliato dopo, non mi sono mai più aperta e avvicinata a lei come prima. Non ti dico di fare lo stesso, sicuramente sarà una storia diversa, si tratta di persone differenti, ma credo che la tua incazzatura sia un diritto.

    Ti stringo forte perchè mi sa che ne hai tanto bisogno adesso......
    Un abbraccio.

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  3. "Perché non mi accetta per ciò che sono, anziché sfuggire via visto che, evidentemente, le ricordo il passato e probabilmente teme di ricaderci?"
    Beh... questa mi sembra un'ottima motivazione. E' vero che non sei contagiosa, ma probabilmente sei un trigger. Ho una compagna in remissione dall'anoressia, che qualche volta ha più o meno goffamente tentato di fare amicizia, senza sapere cosa ho passato io. Io provo sincera ammirazione per lei, ma non voglio averci NIENTE a che fare, e mio malgrado le ho sempre risposto con cortese indifferenza. Nella mia vita "reale", lontano dal computer, non voglio avere nulla a che vedere con altre persone affette da DCA, e non perché abbia una considerazione negativa di loro (perché dovrei?), ma perché al primo posto metto la mia salute e il mio benessere mentale.
    Ciò detto, sono assolutamente in disaccordo sulla metafora dei 170 Km/h. Certo che non è colpa tua. Ma non è nemmeno colpa sua. Non è colpa di nessuno. Lei non deve sacrificare la sua stessa salute per un'amicizia, e tu non devi sforzarti di rispondere a degli "standard di guarigione" per essere ammessa alla sua presenza.
    Ma visto che ti scagli duramente contro la sua indifferenza, perché tu per prima non mostri empatia verso la sua paura? Io mai vorrei nuocere a un amico, e se lasci sbollire la rabbia, forse è la conclusione a cui arriverai anche tu.
    Non è colpa di nessuno.

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  4. Siamo periodici nelle vite degli altri, preziosissima Val, ma alla fine la vita arriva sempre a tenerci stretti.

    <3

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