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19 gen 2015

Vulnerabilità.


Che cosa succederebbe se il volto umano esprimesse fedelmente tutta la sofferenza di dentro, se l'espressione traducesse tutto il tormento interiore? Riusciremmo ancora a conversare? Non dovremmo parlare nascondendoci il volto con le mani? La vita diventerebbe decisamente impossibile se i nostri tratti palesassero l'intensità dei nostri sentimenti. Nessuno avrebbe più il coraggio di guardarsi allo specchio, perchè un'immagine insieme grottesca e tragica mescolerebbe ai contorni della fisionomia macchie di sangue, piaghe sempre aperte e rivoli di lacrime irrefrenabili.
Emil Cioran
"Al culmine della disperazione"


Perchè rimango attaccata così prepotentemente al passato? Perchè non riesco a svincolarmi da questi eventi così remoti? L'ultima seduta con il Dottor R. si è sviluppata su questo tipo di domande ed è stato piuttosto difficile trovare le risposte, che tra l'altro ancora non credo di avere tra le mani. Più volte ho represso quello che forse si sarebbe manifestato sotto forma di pianto isterico e sinceramente non so bene neanche il motivo per cui sentivo il bisogno di piangere. Forse perchè il Dottor R. continuava a chiedermi di pensarci, di riflettere su questo interrogativo ed insisteva a capire perchè fossi ancora così fossilizzata sulle esperienze avute. Più volte mi ha detto che dovevo fidarmi di lui quando mi riferiva di comprendere il mio dispiacere, la mia tristezza a riguardo. Ma in questo modo, dice lui, certamente non mi aiuto a vivere qualsivoglia progresso. Ed allora mi chiedeva: perchè è così importante? Perchè è l'unica unità di misura con cui calibrare l'esistenza? Ma io non lo so, davvero non ne ho idea. E più volte rispondevo in questo modo, più il Dottor R. mi diceva di rifletterci. Ed è questo forse che mi faceva venire voglia di piangere ed addirittura di urlare, ammetto. Mi sono sentita sul serio al culmine della disperazione (per usare il titolo del libro di Cioran). "Se non lo so, non lo so" continuavo a pensare fra me e me: non riesco a capire perchè sono così ancorata al passato, non capisco perchè sono ormai abituata a disprezzarmi. Ero arrabbiata da impazzire, tanto da sentirmi disperata perchè non riuscivo a spiegarmi, ad usare le parole giuste. Non sono riuscita ad esprimermi semplicemente perchè non sapevo cosa rispondere: non ho mai avuto una risposta a riguardo, sebbene sia già accaduto che il Dottor R. mi ponesse questo interrogativo circa l'attaccamento al passato. Non mi volevo in realtà arrabbiare con il Dottor R., perchè sono abbastanza matura da ritenerlo inutile ai fini della terapia: perchè arrabbiarsi con una persona che sta cercando di capire, che sta cercando di dare senso alle cose, che sta tentando di comprendermi? Sarebbe un'azione a dir poco scorretta ed irrispettosa nei suoi confronti, ed ammetto che me ne dispiacerei immediatamente dopo. Il Dottor R. ha provato sempre ad entrare in contatto con me e con quel qualcosa dentro di me, per conoscere i miei sentimenti. Quindi, onde evitare sensi di colpa conseguenti l'azione rabbiosa, ho preferito rimanere zitta ed ascoltare le domande e le riflessioni. E' da quando ho avuto la seduta con il Dottor R. che continuo a domandarmi: perchè il mio sguardo è rivolto esclusivamente alle esperienze negative? Perchè mi rivolgo solo al passato come mezzo di misura? Forse perchè mi sono convinta di corrispondere a quella etichetta a cui venivo abbinata: 'grassa'. In più, a casa certamente non venivo consolata, anzi. Mia madre mi ha spesso svalorizzata, dicendo che non sarei mai potuta dimagrire se avessi continuato a mangiare male e troppo. E che, per questo motivo, allora avevano ragione i miei compagni di scuola se mi dicevano che ero una 'ciccia bomba' (sì, a quei tempi ci si definiva così se si era un pò in carne). Però poi credo che raramente una risposta possa migliorare le cose.

Mi costringo a vivere in una realtà patologica fatta di cortocircuiti, rimanendo bloccata in un presente angosciante ma soprattutto mai appagante, pieno di rassegnazione per un futuro che non potrà mai avverarsi concretamente, proprio perchè la ricerca della magrezza cui ho aspirato e forse a cui ancora aspiro, non è tangibile e tanto meno appagante. Così il passato si ripete in un circolo vizioso, pieno d’insoddisfazioni, rimorsi e sensi di colpa. Rimango prigioniera in una vita senza estensione poiché sempre insoddisfacente, e mi sento ormai costretta a vivere la propria esistenza in un presente eternamente fermo, determinato da un passato inaccettabile -poiché conferma il mio non-riconoscimento ed il vuoto esistenziale- ed un futuro mai avveniente. Ormai mi sono rassegnata. Ludwig Binswanger, riferendosi al caso di Ellen West, scrive:

«Quando la presenza non può più progettarsi in vista di se stessa, quando “è tagliata fuori dal futuro”, il mondo in cui essa esiste scade nell’insignificanza, perde il suo carattere appagante [Bewandtnis] e si trasforma nel suo contrario. In altre parole: la presenza non trova qui nulla in base a cui possa comprendersi, il che peraltro vuol dire che si angoscia, che esiste nel modo dell’angoscia, o come noi diciamo, è nudo orrore»

Il Dottor R. mi ha chiesto se mi senta davvero così spregevole (perchè grassa). Neanche in quel caso ho saputo dargli una risposta ben precisa. E' stata un incrocio tra "sì" e "no". "Sì", perchè ancora credo nel potenziale beneficio del digiuno (il che è discutibile, lo so); "sì" perchè mi sono convinta, nel tempo, di non valerne la pena, di essere "troppo" e perchè da bambina (non ho fonti scientifiche che possano venirmi in soccorso) non credo avessi una mia vera e propria coscienza di sé e se ci sono persone adulte (cfr. mia madre) che mi hanno mostrato di non essere amabile per ciò che ero, che mi hanno spesso svalorizzata, che non mi hanno mai mostrato affetto (dal che ne conseguiva la convinzione di non meritarmele per ciò che ero) allora è divenuto inevitabile darle retta perchè lei è la "mamma" è "l'adulta". Ma poi credo al "no": forse non sono così spregevole, forse non me le sono mai meritate le prese in giro, forse erano "solo bambocci" e null'altro. Forse non ero così priva di valore quando mia madre non mi dava affetto o certezze di fronte alla vulnerabilità che esprimevo quando le chiedevo del conforto. Forse mia madre era solo ed esclusivamente concentrata ad essere la "madre-perfetta" tanto da diventare patologica nei confronti di questa idea così astratta, spacciando dell'affetto con dei surrogati: seguirmi con lo studio tanto da divenire paranoica ad esempio. Tanto oppressiva da credere ancora oggi che io sia una bambina incapace di prendere decisioni (ed ho quasi 23 anni). Tanto ossessiva, che continua a ripetermi le stesse cose, come se fossi una mentecatta. Tanto pesante che basta poco a farsela andare giù di traverso.

Il fatto è che alla base di tutto questo vigila la mia personalissima vulnerabilità lancinante. In realtà io avrei voluto essere vista, ma vista davvero. Avrei voluto qualcuno che mi facesse capire di non essere perfetta ma che a prescindere da questo meritavo amore e senso di appartenenza. Ci sono persone che invece hanno un forte senso di amore e di appartenenza e la sola variabile che intercorre tra me e loro è che le prime credono di meritarsi amore e appartenenza. Tutto qui. Credono di meritarselo. Io al contrario ho solo la mia paura di non meritarmelo. Non ho quel coraggio di essere imperfetta. Non ho la volontà di abbandonare il mio 'sé ideale' per essere me stessa Non credo che quello che mi rende vulnerabile mi rende una bella persona. Vivo la mia vulnerabilità come qualcosa di straziante.

Sono sul fondo di un buco profondo. Sono bloccata, è buio, sono sopraffatta.

Vorrei tanto imparare a lasciarmi osservare profondamente, con le mie vulnerabilità. Vorrei essere in grado di credere che sono abbastanza. Se ci credessi, smetterei di urlare ed inizierei ad ascoltarmi, ad accettarmi, ad apprezzarmi per quell'"abbastanza".

Un saluto vulnerabile, da Val.

4 commenti:

  1. il vulnerabile può essere influenzabile...
    ma è da esso che parte la spinta per il cambiamento.
    vulnerabile=modificabile.
    e forse è per questo che vuoi rimanere legata al passato...per non cambiare...
    nè in bene nè in male.
    il cambiamento è una sfida...ma raccolta la sfida si apre il futuro.


    un bacio 'invulnerabile'

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  2. Su molte cose non ti capisco. Ma in tutto questo fiume di parole mi sembra manchi la domanda principale, che non è tanto se meriti o meno amore dagli altri e se sì come fare a convincertene... ma come fare a iniziare a piacere a te stessa, iniziare ad amarti tu. Le conferme esterne vengono dopo.

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  3. Capisco molto la tua sensazione di non piacerti, di non riuscire ad accettarti, ma anzi, continuare a combattere contro te stessa, facendoti ancora più male.
    Anche io avrei tanto voluto, e lo vorrei ancora, qualcuno che mi abbracciasse, che convincesse di essere imperfetta, ma bella così. Che con la mia imperfezione avevo comunque mille qualità e capacità da sfruttare, che mi meritavo ( e dovrei meritare tutt'ora) di essere amata per come sono.
    Nessuno ancora ci è riuscito. Neppure mia mamma, della quale ho una stima immensa, ma che, troppo spesso, riesce a ferirmi e a farmi sentire un fallimento completo.
    Non Sò dirti come fare, siamo su una barca simile, in mezzo al mare in tempesta. Però, certe volte, ho la sensazione che se non prendo le redini io, non potrá mai cambiare niente. Se non inizio a comandare la barca, questa non farà altro che andare più a largo, facendosi trascinare, ancor di più, dalla corrente... Ci vuole coraggio per farlo, ci vuole forza, volontá e bisogna lasciare da parte la paura di cambiare..
    In bocca al lupo per tutto.

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  4. Abbiamo tante cose in comune...
    Anche a me diceva di pensare, la psicologa.
    Anche io scuotevo la testa senza sapere cge dirle..
    Ti seguo. Un bacio

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