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08 gen 2015

Perchè la 'normalità' mi fa terrore?



Spazio spazio io voglio, tanto spazio
per dolcissima muovermi ferita;
voglio spazio per cantare crescere
errare e saltare il fosso
della divina sapienza.
Spazio datemi spazio
ch'io lanci un urlo inumano,
quell'urlo di silenzio negli anni
che ho toccato con mano

Alda Merini
"Spazio spazio io voglio" da "Vuoto d'amore"


Non ho festeggiato il Capodanno. Non sono andata da nessuna parte, non mi sono voluta mettere d'accordo con nessuno, semplicemente perchè non ne ho avuto voglia. O forse perchè, come direbbe il Dottor R., sento di non potermelo permettere. Le vacanze natalizie sono andate 'bene', niente abbuffate, niente grandi scorpacciate di cibo. Il che è un bene, ma è un male il fatto che tanto, a prescindere che digiuni o no, il circolo si ripete inesorabile. Sono anche stanca a scriverlo, a dire il vero. Sono annoiata da questa me-stessa che non fa altro che ripetersi nella sua circolarità, nel suo infinito mordersi la coda. Ho aperto il 2015 con 37.8 di febbre, il che per quanto io mi definisca non-fatalista, comunque mi fa pensare che non è che abbia aperto l'anno nel migliore dei modi possibili e non ho quindi grandi aspettative per questo nuovo anno che si aggiunge alla lista della mia cronologia di vita. E' dal primo dell'anno che ho la temperatura alta, e mi annoio a morte. Provo ad impiegare il tempo studiando una lezione che dovrò tenere domani (è uno step su tre per fare un esame), ed ora che l'ho praticamente quasi imparata a memoria, non so più cosa fare. Certo, sì, potrei continuare a studiare, ma concentrarmi sulla logica apofantica in rapporto all'etica formale di Husserl, mi passa proprio la voglia. Però mi sa che ci sarà poco da fare. A fine Gennaio (per proseguire per tutto Febbraio) ci saranno i primi appelli della sessione. Non voglio (non posso!) perdermi d'animo: devo studiare per bene al fine di partire già con il piede giusto.

Oggi è la prima seduta dell'anno anche per quanto riguarda la psicoterapia. Questo primo incontro firmato '2015' è stato profondamente di impatto (non so se negativo o positivo, lo ammetto). Il Dottor R., ponendo come esempio la composizione finale della mia tesi di laurea, si è reso conto (ma forse lo sapeva già?) che effettivamente ho capito tutti (se non tutti, almeno quasi) i meccanismi dell'anoressia, eccetto però le cause specifiche. Nell'analisi del caso clinico ci sono pochi riferimenti alle motivazioni dell'insorgere dell'anoressia, almeno in riferimento alla storia di vita di Ellen West. Mi ha posto così di fronte ad una proposta. Partendo da una premessa fattomi circa le modalità (cinque, per la precisione) con cui solitamente si affrontano i casi clinici (come ad esempio l'analisi qualitativa e quantitativa del 'sintomo' così come del 'disturbo', prendendo in esame i diversi significati che determinati vissuti/eventi assumono per la persona per ricondurli ad un primum) è arrivato a parlare della vulnerabilità, ovvero il quinto ed ultimo degli 'step'. Ed è stato a proposito della vulnerabilità che ha fatto la sua proposta. Mi ha riferito che sulla vulnerabilità ci si lavora quando ormai il paziente ha tutti i mezzi per poter 'vivere' direi io, anche se il Dottor R. non ha usato questo termine. E' arrivato a tale constatazione perchè è convinto che ormai io abbia tutti gli strumenti giusti per farlo, per 'uscirne'. Ha aggiunto che se anche lo farò domani o tra 20 anni, è giusto che lui mi dia le informazioni giuste per evitare di ricaderci. La vulnerabilità è questo: la possibilità di ricadere. Ed è per questo che ora vuole lavorare con me sul problema delle 'mie' vulnerabilità, a partire ad esempio dalla figura materna (con cui ho fatto a botte per superare alcune cose). In base alla mia storia-di-vita, agli elementi che il Dottor R. ha e sa sul mio conto, ho già ricevuto il mio primo compito da fare: scrivere tutte le conseguenze derivate dal famoso progetto di non essere grassa, tutto quello che ho fatto/non fatto in base alla mia idea di corpo perfetto. Quando il Dottor R. si è riferito allo studio della vulnerabilità come fase finale del lavoro terapeutico, non so se lo ha notato (penso che forse mi avrebbe fatto qualche domanda), ma appena pronunciate le parole "qui il paziente ha tutti gli strumenti per uscirne" i miei occhi si sono immediatamente velati di lacrime. Avrei voluto piangere e forse perchè, nonostante la rassicurazione del Dottor R. nel dirmi "Tranquilla, non ti abbandono", io mi sono sentita non solo persa e sola, ma anche anonima, senza identità. Se mi si tolgono le mie tecniche di evitamento, le mie strategie di controllo (sempre se si possa parlare di controllo), se mi si tolgono i miei pensieri distorti, i mie ragionamenti, chi sono? Ormai è da anni che sono abituata a comportarmi/ragionare in un certo determinato modo, e l'idea di non avere più niente a che fare con ciò, mi fa sentire anonima. Mi fa sentire senza equilibrio, senza colonna su cui poggiarmi, senza terreno sotto i piedi che mi sorregge. Mi sento priva delle mie rassicurazioni, di quelle famose 'credenze' di cui il Dottor R. mi ha parlato, mi sento derubata dalla mia coperta di Linus. Non riesco ad immaginarmi al di là della barricata, al di là del disturbo mentale. E' come se tenessi ad avere anche la definizione clinica. E' come se rappresentasse la conferma di essere almeno qualcuno (o qualcosa, dipende dai punti di vista). Come se, nonostante la sofferenza che conosco bene, fossi comunque desiderosa di rimanere ancorata ad un'etichetta. L'etichetta dice chi sei, come sei fatto e senza questa, senza alcuna "condizioni per l'uso", senza indicazioni, non saprei dove sbattere la testa. Queste sono state le sensazioni che ho provato in merito alle parole del Dottor R., ma non gliele ho volute riferire, perchè volevo sentire la sua proposta, perchè volevo capire cosa voleva dirmi di più, quale era il suo progetto per me, o almeno le indicazioni. Se ci ripenso (a quelle parole, alla sua idea di progresso quando si lavora sulla vulnerabilità) non sono convinta di averli sul serio questi strumenti. Non so a quali si riferisse. Cioè, sì, me lo ha detto, ma non lo capisco a pieno. Certo, conosco l'anoressia e la conosco in tutte le sue sfaccettature, così come conosco il comportamento bulimico, ma questo mi è permesso saperlo perchè mi sono stati forniti gli strumenti per capirlo dal Dottor R. e non da me. Non ho avuto alcun momento catartico, assolutamente. Il risultato finale della tesi è dovuto in primo luogo al percorso che ho potuto affrontare con lui, infatti. Riesce davvero a vederli, lui, questi mezzi? Vede davvero la possibilità di cura? Mentre scrivo, piango. E non so perchè. Non so cosa lui abbia smosso con le sue parole, oggi. Non so cosa abbia sconvolto in me, quale fibra della mia anima abbia scosso. Sono stata con lo sguardo velato di lacrime tutto il tempo anche dopo la seduta, appena uscita dall'edificio. Non ho voluto piangere fino a quando non sono tornata a casa, dopo lezione di "Filosofia della Religione". Una volta messo piede dentro casa, mi sono guardata allo specchio e non per vedere se ero grassa o chissà cos'altro di legato al fisico, ma solo per vedere gli occhi. Purtroppo, non ho neanche avuto il tempo di fissare lo sguardo sulle mie iridi che la disperazione trattenuta si è tramutata in pianto. Continuavo a pensare al colloquio avuto con il Dottor R ed alle riflessioni che ho appena trascritto. Lo spavento è entrato nel mio petto. Perchè la normalità mi fa terrore?

Sono affamata dalla fame futura. Non l'ho detto io (ovviamente), ma il filosofo Thomas Hobbes. Ed anche se il suo dire era riferito alla famosa concezione della guerra di tutti contro tutti, io ne parlo in termini più strettamente letterari, forse lievemente metaforici ma certamente non fanno riferimento alla concezione dell'homo homini lupus. Ho fame d'amore che però non voglio permettermi perchè non posso. Ho fame di una serenità psicofisica, anche se mi sto buttando via ormai da parecchi anni. A Gennaio del 2014 ripresi a digiunare (a pranzo s'intende), e lo faccio ancora oggi. E' passato un anno, e di insoddisfazioni ce ne sono stante fin troppe, forse addirittura si sono scandite per tutti i 365 giorni dell'anno scorso. Il che significa che di soddisfazioni, neanche l'ombra. Nessun sorriso di fronte allo specchio, ed anche se in realtà non ho neanche l'aspettativa che un giorno possa sorridermi, certamente non c'è mai stata alcuna serenità. Ogni giorno la stessa solfa, così come la stessa solfa si presenta sempre tra le righe del mio blog. Sempre le sole ed inutili parole di lacrime da coccodrillo. Il neurologo portoghese Antonio Damasio, in un conferenza  dedicata alla comprensione della coscienza dice che "se fossimo privati della nostra mente cosciente, non avremmo nessuna consapevolezza della nostra umanità", il che indicherebbe l'assenza quindi anche di emozioni (negative o positive che siano). Ebbene, sarei disposta a perdere la coscienza pur di non essere consapevole di me stessa. Pur di smettere questa agonia, pur di smettere di piangermi addosso, pur di smettere il crogiolo mentale che mi rovescio contro, pur di smettere di sentire, di provare qualsiasi cosa di vicino alle emozioni perchè tutte quelle che mi sento essere dentro è esclusivamente insoddisfazione, tristezza, disagio e vabeh, il resto si sa anche solo se non lo scrivo. La consapevolezza della malattia (che ho acquisito ormai da diversi anni), non mi ha fatto fare progressi, non mi ha fatto smettere niente di tutto ciò che facevo anche quando ero agli inizi del disturbo mentale (fase in cui si investe prepotentemente al fine del proprio obiettivo). Ancora digiuno, ancora mi odio, ancora piango, ancora mi strazio, ancora sputerei al mio riflesso, ancora mi taglierei, ancora mi faccio schifo, ancora mi faccio pena, ancora ed ancora si presentano tutte queste sensazioni così marce e rovinose. Sì, mi rovinano dentro e fuori. Ed anche se ne ho coscienza, ed anche se ho consapevolezza di tutto questo, non vedo nessuna luce all'orizzonte: il mare è sempre in tempesta, le nuvole sono sempre nere, il cielo è sempre tetro e terso, la strada è sempre piena di buche e ghiaia che mi fanno cadere violentemente sul terreno. E' sempre tutto uguale. Potrò aver rimesso anche 13 kg dal mio peso minimo (ritornando così al mio peso iniziale), ma le sensazioni sono sempre le stesse e non vedo il cambiamento, la mia mente non trasmuta, io non mi evolvo, io non cresco. Sono mentalmente anoressica e dal punto di vista comportamentale sono per lo più bulimica. Sono sempre la stessa cicciona di un 6 anni fa, l'anoressica di 4 anni fa, ed ora non sono altro che il risultato di questa stregua di fasi alternatesi in questi diversi anni.


Un saluto terrorizzato, da Val.

7 commenti:

  1. molto probabilmente nessuno è normale...
    non so se Freud o chi sosteneva che siamo tutti nevrotici almeno...
    la tua identità rifletterà sempre la tua essenza...anche se non cosciente e quindi consapevole saresti però malata...senza saperlo...questo ti farebbe sentire normale?
    al di là del vissuto c'è un agìto...ti sembra di comportarti da cane che si morde la coda ma già di per sè la consapevolezza di essere malato è ALTRO oltre la malattia.è acquisizione di essere esistente a prescindere....
    e questa può essere un barlume di normalità.
    su questo puoi lavorare col tuo terapeuta...
    se puoi ricaderci è perchè conosci certi meccanismi e la conoscenza è fame.di libertà.


    un abbraccio forte

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  2. ...sarei disposta a perdere la coscienza...

    Ti renderai conto che questo è, né più né meno, un anelito di morte, al di là delle eleganti forme mutuate dalla neuropsicologia.
    Pure, la fame che ti divora è proiettata di futuro, vive di futuro - è procrastinazione, ma anche timida speranza.
    Sei proprio certa che l'inerzia della massa corporea sia espressione tangibile di un'immobilità dell'anima?
    Le maree contrarie del disturbo alimentare ti hanno schiaffeggiata, levigata, sollevata...
    ...ma io leggo in queste ed altre tue parole un desiderio di terraferma - se mai ne esiste una.
    Chi si rassegna di rado lascia segno di sé.

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  3. Penso che anche guarendo da questa malattia (anche io sono convinta che non si guarisce mai del tutto piuttosto si impara a controllarsi e non lasciare che la malattia ti rovini la vita) tu saresti sempre la stessa! Insomma cos' è poi la normalità?! Normalità è non essere più anoressica secondo te?penso che tu rimarrai comunque la ragazza che ha superato tante difficoltà è che combatte ogni giorno contro l'anoressia e i suoi mostri anche dopo che il tuo psicologo ti dirà che sei "guarita" e tu hai gia un identità oltre la malattia!

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  4. Hai affrontato, e anche grazie al tuo percorso terapeutico capito molte cose. Comprendere come funziona l'anoressia è una grande arma, ma ancora sputeresti nel tuo riflesso. Posso azzardare una cosa, magari banale? L'amore non nasce dalla conoscenza nozionistica. L'amore nasce da gesti di gentilezza. Proprio come faresti per farti amare da qualcun altro, per farti amare da te stessa devi trattarti bene. Questo lo stai facendo?

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  5. E' la prima volta che ti leggo, mi piace tantissimo il modo in cui scrivi, si vede che sei una ragazza intelligente! Ti capisco bene comunque, anche io riesco a sentirmi tutto tranne che normale, penso che non riuscirò mai a sentirmici davvero...ti seguo bella, un bacio :)

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  6. Abbracci! fanno sempre bene <3

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  7. "Pur di smettere questa agonia, pur di smettere di piangermi addosso, pur di smettere il crogiolo mentale che mi rovescio contro, pur di smettere di sentire, di provare qualsiasi cosa di vicino alle emozioni perchè tutte quelle che mi sento essere dentro è esclusivamente insoddisfazione"
    Odio come ti capisco. Come conosco la miriade di sensazioni di questo tipo che ti affiancano da anni nella tua vita. Insoddisfazione, dolore, fallimento, sentirsi sbagliati costantemente... Ma che vita è?
    Non ti nego che, nei momenti di collera e/o disperazione totale, pure io sarei disposta a perdere la mia coscienza "dannata". A perderla per evitare tutte queste maledette emozioni, tutta questa sofferenza infinita.
    Però, con lucidità, devo dare ragione a Christiane. Perdere la coscienza sostanzialmente equivale a morire. A morire dentro. Una persona è tale, non tanto per il suo aspetto fisico (come questo mondo pensa) ma per ciò che è interiormente. Per la sua mente, il suo cervello.. La sua coscienza.
    Quanti anziani perdono il cervello, come si suol dire, a causa di malattia come demenza senile ecc... E diventano assolutamente bisognosi di tutto? A livello fisico, ma sopratutto mentale. Non sentono più niente, più nessuno.. Quando la malattia è forte si arriva a non riconoscere più chi si ha davanti, a dire cose insensate, a comportarsi male. Non siamo più le stesse persone. Si perde il controllo completamente, si perde il senno e moriamo psicologicamente.
    ( non so se riesco a farmi comprendere... Se sbaglio perdonami. Ho fatto tale paragone perchè ho due nonne in queste condizioni è, ogni giorno che passa, non faccio altro che augurare loro di finire tale sofferenza perchè è come se fossero già morte dentro.)

    Scusami del commento lungo e dell' intrusione!!!

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