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14 nov 2014

Ripassare dal "via".



Una caduta che eternamente cade dentro il corpo di lei.
Milan Kundera
"La vita è altrove"


Tagliarsi di proposito: è questo che è accaduto un paio di settimane fa. Le volte precedenti in cui è successo che io mi sia tagliata, non erano state azioni premeditate. Ovvero, il taglio avveniva solo dopo essere stata davanti allo specchio per interi minuti a scrutarmi ed odiarmi contemporaneamente. Questa volta invece, mi sono spogliata, mi sono guardata schifosamente con disprezzo ed ho fatto quello che volevo fare: alienare il mio corpo in più colpi solcati da una lametta. Ora non mi danno neanche più così tanto fastidio. Quando ho stampato sul mio prorompente ventre quelle saette di sangue, ho provato sì un lieve fastidio, ma il dopo non è stato come le esperienze passate. Nei giorni seguenti, non ho avuto alcun problema a sopportare i tagli che strusciavano sul bordo dei pantaloni, anche perchè non ne sentivo affatto. Il che constata che ora neanche più l'autolesionismo mi allontana dal dolore dell'anima e che mi annichilisca da quell'immagine che vedo riflessa nello specchio. Non ho più mezzi a mia disposizione per cessare la pena interiore. Dovrei solo adeguarmi all'idea di riprendere a mangiare, il che potrebbe in qualche modo garantirmi una situazione più serena sia a livello fisico che emotivo.

Qualcosa sta accadendo di nuovo: perdere le amicizie per il mio comportamento, per delle mie azioni a dir poco scorrette. Sì, mea culpa e me ne prendo tutto le conseguenze, mi assumo tutte le responsabilità perchè è giusto che sia così. Non mi faccio sentire, non chiamo, non riferisco alle persone a cui voglio bene che le sto pensando, ed ecco che tutto cade e si sfracella al suolo come un cocomero gettato dal decimo piano di un palazzo. Mi allontano dagli altri. Non li cerco, eppure il pensiero spesso va a loro. Ma non lo dico, e non so precisamente il perchè. Ho fatto una cazzata: non mi sono presentata al giorno più importante (spero non l'ultimo) di una mia carissima amica, non le ho detto niente (né che andavo, né che non andavo). Non sono neanche andata a festeggiare il famoso evento. Ho solamente detto che non potevo. Se avessi detto che avrei voluto davvero essere lì, ma che la paura di apparire grassa mi fermava e mi incapsulava nel mio piccolo e malridotto bozzolo di sofferenza, mi sarebbe stato dato dell'egoista, di nuovo. E non è una novità che me lo si venga a dire. Mio padre spesso me lo ha urlato in faccia. Per un giorno potevo almeno far finta di niente, no? In fondo è stato il suo giorno, ed io non potevo certo andarmi a lagnare e lamentare per qualcosa di cui lei non ha niente a che fare. Ma potevo fare anche uno sforzo. Ma io non ce l'ho fatta. La malattia, il disagio o il disturbo (chiamatelo come volete, non mi importa) ormai mi fa reagire-comportare sempre in questo modo: isolandomi, chiudendomi, allontanandomi e facendomi comportare in maniera scorretta. E ne ripago le conseguenze, come è normale che sia, perchè  è così che funziona il processo di causa-effetto. Mi sono sentita in colpa per la mia assenza, ma non sapevo cosa fare e dire per i motivi elencati qui sopra. Giustamente se avessi riferito tutto questo, mi sarebbe stato dato dell'egoista. Così, ho copiato ed incollato un lungo discorso che avevo inviato molto tempo fa ad un'altra persona, ed il caso ha voluto che scordassi di rimuovere quel nome. Ben mi sta. La mia amica però ne ha sofferto e giustamente si è fatta sentire a riguardo. Non ho dato motivazioni specifiche ed ho ammesso la colpa, come è giusto che sia stato. Molto probabilmente sì, ho perso una persona importante. E la cosa che più mi fa star male è che lei ora stia male, perchè conosco il legame che ci ha unite e l'amicizia che si è creata, conosco la nostra storia, conosco noi, conosco lei. A questo punto posso solo sperare che il dolore si trasformi in rabbia, ché è sempre meglio della sofferenza.  La rabbia mano a mano scema, mentre del dolore ne rimane sempre una traccia. Allora meglio che si arrabbi, che si incazzi e che mi sputi addosso. Lo so che lo merito. Ed il mio non è vittimismo. E' la giusta punizione, è la logica conseguenza a quello che ho fatto. Ed anche se scrivessi tante volte la parola "scusa", so che non basterebbe. Perchè so cosa ho fatto e so che è colpa mia. Ho mandato tutto a puttane.

Vagabondando su FB, alla ricerca di notizie utili inerenti il piano di studi all'interno del gruppo apposito, mi sono messa a rileggere i vecchi messaggi privati avuti con O., il che mi ha fatto rimanere impassibile a quanto ci comunicavamo. Forse già da allora avrei dovuto capire che tipo fosse: con occhi diversi di allora, il suo non-interessamento nei miei confronti era più che palese. Insomma, niente di nuovo. Poi, ho avuto una sorta di illuminazione che si è rivelata essere subito dopo una cattiva idea: vedere il profilo di G., il mio primo di tutto, come uso chiamarlo. Maledetta me e quando l'ho fatto. Ho avuto la orrida conferma (lo sospettavo) della sua relazione con una studentessa -a quanto pare- di giurisprudenza. L'esatto opposto della sottoscritta, ci mancherebbe: poco più bassa di lui (e quindi più bassa di me, ma quello ci vuole poco vista la mia altezza), capelli corti e lisci ed un fisico da paura. E non lo sto dicendo tanto per dire, anzi sarei ben contenta di evitare -se mi fosse possibile- anche l'auto-flagellazione emotiva, ma purtroppo è così: è magra, senza nessuna curva di troppo. Sarebbe inutile dire anche mi sono sfogliata l'intero suo profilo di FB. Foto in costume, con vestiti lungi ma intravedenti il suo corpo così snello. Entrambi hanno la stessa foto profilo: lui con la corona d'alloro che tiene stretta in vita lei e lei con un sorriso smagliante. Sì, a quanto pare si è pure laureato. Prima di me. E tra l'altro da pochi giorni, in base a ciò che attesta l'inserimento della foto. Ce l'ha fatta e sono molto contenta. Allo stesso tempo però, quando il mondo virtuale mi ha immediatamente investito con questa notizia, mi sono saliti i lacrimoni agli occhi: lui è andato avanti (da un bel pezzo direi) ed io sono ancora ferma dove sono. Anzi, sono regredita nei passi che invece avevo fatto con lui. Se la mia vita fosse il gioco di Monopoli, allora potrei parafrasare il mio vivere dicendo che sto ripassando dal "Via". Poi mi auto-consolo con il cosiddetto fondatore della fenomenologia, il caro Edmund Husserl, che dice che il filosofo è colui il quale "comincia sempre" (Immer wieder, in tedesco significa "sempre di nuovo"). La fenomenologia, infatti, è sempre la manifestazione di qualcosa di primo, di originario, che torna in ogni singolo passo che noi facciamo. Sarebbe molto affascinante se questo "cominciamento" non lo vivessi come un qualcosa di inquietante, ma piuttosto come possibilità di rinascita. A me, infatti, viene in mente invece l'impazienza, la stanchezza e l'angoscia di ricominciare tutto da capo. Ecco perchè pensando a G., alla sua vita senza di me (da un bel pezzo ormai) io continuo a rammaricarmi di ciò che non posso ancora essere e che non credo che in un futuro potrò mai essere. 


Un saluto iniziatore, da Val.

4 commenti:

  1. "Non ho più mezzi a mia disposizione per cessare la pena interiore."
    Hai i mezzi. E' un casino avere la forza e la fortuna per trovarli e farli emergere, come dal fango di una torbiera, ma li hai.
    Si fanno errori con le persone, e ti rende onore esserne pentita, aver ammesso le tue colpe. Ma non sono solo tue... stare male ci rende persone orribili. E sì, egoiste. Succede a tutti, quindi non essere troppo dura con te stessa. Prenditela invece con la malattia che ti ha reso così, allontanala dalla tua vita in virtù del danno che ti fa, del modo in cui ti imbruttisce.
    E per quanto sia difficile, cerca anche di non confrontarti con gli altri. Non ha senso. Siamo tutti diversi, e se mi confrontassi con te sarebbe come confrontare un fico con un cipresso. Non cresciamo alla stessa velocità, né allo stesso modo. Il cipresso diventerà alto, e avrà quel traguardo. Il fico in compenso sarà basso, ma darà frutto.
    Oltretutto, non puoi sapere niente della vita degli altri. Magari ne vedi i successi, l'apparente perfezione... ma Facebook è una vetrina. Non sai cosa c'è dietro, non conosci gli insuccessi, le difficoltà, le brutture... migliora te stessa. Il resto lascialo stare.
    Un abbraccio, sii forte.

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  2. Ciao Val...

    ...vorrei trovare le parole per dirti che ti capisco; parole che ti consolino, che ti parlino di riconciliazione, di comprensione, di perdono degli errori commessi - degli errori che un dittatore impassibile, l'ossessione, ti ha fatto commettere...
    ...ma tu scrivi di amicizia, di amore... termini che per me sono solo teoria, o forse semplice pratica di un demone che non è mai così bello come lo si dipinge.
    Citerò le parole di un'autrice i cui lavori, nella loro semplicità, trovo rasserenanti, pregni di un significato chiaro e misterioso:

    Mio padre adesso non aveva nessuno. La donna che era scappata con lui se n'era andata con un altro. Ci sono persone così. Persone capaci di ricominciare da capo infinite volte senza paura di sbagliare. Perché proprio persone come loro non appaiono mai soddisfatte? Anche se sembrano incapaci di farsi degli scrupoli, hanno incisa nel volto un'espressione di rimorso, come di chi vive sempre nascosto nell'ombra.
    (Banana Yoshimoto - N. P.)

    Ma io non penso che tu non sia capace di farti scrupoli; le tue parole lo testimoniano.

    Io penso che non si possa mai veramente iniziare da capo: ci portiamo dietro un bagaglio sempre più pesante (più ricco?), a ogni nuova partenza dal 'via'.

    Che condanna: sopportare tutto il peso degli errori.
    Che opportunità: chissà che quel peso non ci ammonisca ad agire diversamente la prossima volta.

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  3. i tuoi post sono davvero profondi.
    scrivi benissimo.

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  4. Non penso che tu sia egoista... e col tempo anche la tua amica lo capirà. Se davvero conosce la tua storia, conosce TE, sa già bene quanto possa pensarla e quanto tu sia "impaurita". Essere impauriti, non è una cattiveria, né contro gli altri né contro se stessi. Accade. E se accade bisogna chiedere aiuto, oppure le persone che ci stanno accanto devono aiutarci. Senza puntare il dito contro niente e nessuno. Siamo tutti colpevoli in qualche modo, per qualche motivo ... ma non è un pensiero che debba spingerci a paragonare chi sbaglia più o meno. Si sbaglia. Stop. Si migliora. E si va avanti.
    Quanto al ricominciare daccapo... dov'è scritto che bisogna ripassare dal via? Che bisogna "tornare indietro"? Si va avanti e basta. Non esiste la retrocessione. Esiste la stasi, questo si. Ma dalla stasi stessa si va avanti. Non si ricomincia daccapo. Se così fosse, saremmo tutti PERFETTI!
    Non farti angosciare dall'ansia del ricominciare! Fatti invece guidare dalla voglia di riprendere. Dalla bellezza del continuare a testa alta!

    Un abbraccio ^-^

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