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21 nov 2014

L'apatia del mio vivere statico.


Com'è possibile? Eppure ha letto dappertutto che la giovinezza è il periodo più pieno della vita! Da dove viene dunque questo nulla, questa rarefazione della materia vivente? Da dove viene questo vuoto?
Milan Kundera
"La vita è altrove"


La seduta terapeutica di ieri con il Dottor R. si è svolta in maniera..strana, potrei dire. Non so bene il motivo, ma io ero piuttosto sulle mie ed appena sono entrata nella sua stanza lui ha immediatamente notato qualcosa: "Hai gli angoli della bocca verso il basso" e "I tuoi occhi hanno qualcosa di strano". E' già accaduto che me lo avesse detto altre volte, e quando me lo riferiva io svuotavo l'anima dal dolore, riconsegnandoglielo in parole. Ieri invece non avevo niente da dire, non trovavo alcun argomento che potesse essere causa di quegli occhi spenti, ed anzi quando ho pensato -prima di arrivare al centro di Castro Pretorio- a cosa raccontargli, nessun pensiero mi veniva alla mente. Sarà stato per questo, forse, che ero piuttosto chiusa al dialogo ed ho notato che il Dottor R. ha fatto un pò di fatica per cercare di farmi comunicare. Sinceramente, non ho voluto farlo apposta: in realtà non vedo mai l'ora di andare alla seduta psicoterapeutica, perchè come gli ho riferito, ora che ho perso l'amicizia di una delle mie più care amiche e che sento starsi raggelando un altro rapporto amicale, credo di non avere nessuno al di fuori di lui che possa comprendermi. Si è rattristito per la mia situazione, definita "statica nell'apatia", forse anche allarmato di fronte all'isolamento in cui mi sta conducendo il mio particolare disagio: non vado in palestra da ormai due mesi direi, a causa di quello che io ritengo essere stato un allontanamento da parte degli agli nei miei confronti oppure, appena ho la possibilità di ritornare a casa (anche se ho poche ore di buco all'università) mi abilito immediatamente per evitare il rapporto sociale con gli altri. Ma d'altronde lo so che questo tipo di disturbo mentale è un disagio isolante. L'ho messo in conto fin da subito, viste le mie paranoie che conosco fin troppo bene. Quello che vorrebbe il Dottor R., è che mi fidassi di lui (ovvero fidarmi del fatto che le sue proposte conseguirebbero un miglioramento) ed accettassi di fare cose che fino ad ora ho sempre, appunto, evitato di fare. Ha detto che il problema alimentare non me lo tocca, ma che dovrò sforzarmi, ad esempio, a tornare in palestra e riprendere quindi contatto con gli altri. Questo penso che sia il punto primo sul quale lui voglia che io lavori, ed immagino però che ce ne saranno degli altri. Prima di arrivare all'esplicitazione descrittiva di questa "proposta", il Dottor R. però ha voluto "sfidarmi" (suppongo) dicendo solo che ci saremmo rivisti quando io avrei preso la decisione di fidarmi di lui. Della serie: chiama-quando-avrai-preso-il-coraggio-di-farlo. Non potete neanche minimamente immaginare l'espressione del mio viso appena mi aveva comunicato che ci saremmo risentiti quando avrei deciso io di farlo. Credo che i miei occhi abbiano espresso un misto di ansia-rabbia-paura tutte insieme. Ha chiaramente esplicitato che il suo non voleva essere un ricatto, quanto invece un incentivo, e che solo in quel modo potevo sperare di poter smuovere la stasi apatica del mio vivere. Ovviamente se avessi ritenuto in quel momento di avere invece qualcosa da dirgli nelle sedute successive, si poteva prendere facilmente appuntamento in quel nostro stesso incontro, come sempre. Non c'erano problemi.

Io sono stata in silenzio, a guardarlo e ad aspettare che dicesse lui qualcosa, perchè io in quel momento non avevo proprio idea di cosa pensare e non sapevo come reagire. Per un momento, ho visto il mondo diventare buio, senza di lui. Ho avuto l'impressione di essere stata abbandonata e quasi ho creduto di poter toccare la certezza che sarei stata sola per sempre. Ero arrabbiata, e non riuscivo a capire questa "tattica psicoterapeutica". Scommetto che se comunicassi questa mia impressione al Dottor R., mi direbbe molto probabilmente di aver frainteso. Alla fine, si è preso l'appuntamento come consueto, per la prossima settimana. Come se non fosse successo niente, anche se temo per la prossima seduta e come questa si svilupperà. Potrebbe chiedermi di prendere una decisione e se la mia risposta fosse negativa potrebbe rinunciare a seguirmi, ritenendo inutili i nostri colloqui. Penso però alla sua persona, al suo essere-Dottor R. in quanto tale e mi dico che forse non lo farebbe, Almeno non ora, che sono ancora nelle acque marce del disturbo mentale. Non so neanche più cosa sono. Anoressica no, bulimica forse, ma ho alcuni criteri diagnostici rimarcherebbero la propensione anoressica. Secondo il DSM rispecchierei perfettamente il profilo del Disturbi Alimentari Non Oltremodo Specificati. Che a pensarci bene, non è neanche una definizione. E' un meticcio di disturbi alimentari e basta. Neanche il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali mi viene incontro.

Forse non sono riuscita a dire niente al Dottor R. perchè probabilmente sarebbero state parole al vento. Come ha detto lui, ora sto vivendo un lungo periodo di "stasi apatica" e mi rendo conto di essere anche a corto di parole o comunque, sarebbero sempre le stesse. Che cosa ne trarrebbe il Dottor R. a sentire sempre le stesse cose? O meglio dire, a quali fini di una cura -che lui obiettivamente ha sempre proposto-, perchè io continuo in questo vivere tedioso ed angosciante? Perchè non mi convinco, ad esempio, che mangiare a pranzo mi permetterebbe di evitare le abbuffate? Ormai anche il Dottor R. ci ha perso le speranze, e non lo biasimo: sono solo io quella che può decidere. Solo io posso legiferare su ciò che entra o meno nel mio intestino. Lui, più di dirmelo -chissà quante volte l'avrò scritto- non può fare nulla. Ma perchè, io non faccio uno sforzo? Perchè non ci provo? E perchè mi faccio queste domande se tanto domani digiunerò a pranzo? E perchè allora mi lamento se tanto non muto la situazione? La mia vita è un cerchio: non ascende verso l'alto, né tanto meno percorre una lunga via. E' un cerchio chiuso.

Che ci sto a fare ancora qui?

Perchè non la faccio finita?


Un saluto staticamente apatico, da Val.

4 commenti:

  1. Val devo dire che mi ha colpita molto il tuo post, non mollare, anche se secondo te la tua vita è un cerchio chiuso ricorda che puoi sempre decidere te come cambiare la forma. e con sacrifici e volontà farlo diventare una meravigliosa linea retta verso il futuro.
    Un abbraccio.

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  2. Perdona il commento inutile e poco pertinente ma...anche io ogni tanto mi chiedo se non sia il caso di farla finita dal momento che, come te, non riesco a staccarmi dal dca e questo influisce parecchio sulla mia vita... Soprattutto mi domando come possa accettare tutto questo, come non mi sforzi nemmeno più di migliorare..come se oramai fossi (fossimo?) rassegnate..

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  3. Voglio dare un'altra lettura alla tua domanda finale, Val.

    Si può farla finita con questa vita? Penso di sì.

    Come? Provando a costruirsene un'altra.

    Non sarà sempre facile, né divertente... ma la morte è statica per definizione.

    Se è il moto del corpo, del cuore e dell'anima che brami, continuare a vivere è la sola via.

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  4. Ciao... è la prima volta che arrivo al tuo blog... ho letto alcuni post e davvero riesci a descrivere in modo preciso e malinconico il mondo del dca.
    Non sai quante volte ho pensato " vorrei addormentarmi e nn svegliarmi più. Perché deve essere tutto così difficile?"... diventa difficile solo immaginare di staccarsi dalla malattia, quella stampella che usiamo da anni... ma la malattia soffoca anche, ci chiude in una bolla per proteggerci dalle emozioni, facendoci così vivere nell'apatia...
    Com'è vivere?
    Non saprei dirtelo, perché ancora non ce la faccio, ancora vivo in funzione della malattia, però alla tua domanda rispoderei che stai ancora qui perché vuoi incominciare a vivere...
    Ti abbraccio e ti seguo
    Pulce

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