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17 ott 2014

Ricreatemi.


O Creatore, Creatore! Riprendimi! Creami una seconda volta e creami meglio!
Ludwig Binswanger
"Il caso di Ellen West"


Certe volte capita di domandarmi che senso abbia tenere un diario virtuale quando, dall'altro lato, sono spaventata di fare qualsiasi cosa che mi coinvolga socialmente, emotivamente e via discorrendo. Il mio comportamento (come quello di chiunque altro essere umano) è un'abitudine. Tuttavia questa mia abitudine, è un'abitudine..distorta. E' come una strada che continuo a percorrere: seguo quel percorso e non ci penso. Nella terapia sto imparando perchè i percorsi nella mia testa non sono come dovrebbero essere, sto imparando i miei errori cognitivi, come si suol dire. Ma dovunque vada, nel mondo reale, divento il problema di me stessa perchè continuo a percorrere sempre la stessa strada e faccio sempre le stesse scelte. Non cambio. Tutto viene distrutto dal mio oscuro disagio. In questo periodo, mi odio molto più di quanto potrei amare qualcosa.

Con tono di voce basso, con animo timido e con occhi che sfuggivano lo sguardo del Dottor R., sono riuscita a confessare di vergognarmi se mi penso a fare sesso. "Mi vergogno a fare sesso", ho detto. Certo, la mia opinione sull'argomento non è stata mai positiva, anzi. Ma ho sempre cercato di non ammettere questo sentimento di vergogna a riguardo. Neanche qui. Fino ad ora, s'intende. Non so perchè mi vergogno, o forse sì: in realtà la soluzione è riconducibile sempre al disagio corporeo. Quando penso all'atto sessuale (stimolazioni o penetrazioni) immagino me stessa all'esterno dell'atto, come osservatrice della scena. Ed in più, ci sono io che osservo la me-osservatrice che storce il naso a vedere me nell'atto sessuale. E' una vera e propria duplice osservazione, ecco di cosa si tratta. Un pò come nelle Confessioni di Agostino, in cui Dio vede Agostino e sua madre Monica che guardano Dio che li osserva. La loro è stata una doppia visione mistica, la mia ha poco (anzi, niente) a che fare con Dio. Allora, avendo in mente questa scena di non-so-quante-me che osservano altrettante-non-so-quante-me, getto via tutte queste immagini e mi nego la possibilità di tutto questo: ho un contorto rapporto con me stessa, in tutta la mia totalità, in tutte le mie sfaccettature, in tutta la mia essenza. Ho sognato L. qualche settimana fa: ci eravamo incontrati in facoltà, dopo un lungo silenzio da parte mia. Lui mi ha fatto intendere che non voleva più uscire con me, proprio per l'assenza manifestatagli. Nel sogno, poi, mi sono messa a piangere perchè avevo perso un'occasione, perchè avevo perso la possibilità di soddisfare la curiosità che avevo nei suoi confronti. Mi rendevo conto (e ne sono consapevole anche nella realtà) che questo mio disagio mi delimita in maniera piuttosto profonda. Mi faccio terra bruciata intorno e le cose certamente non si semplificano. Il Dottor R., con la sua delicatezza, ha cercato di farmi parlare e lasciarmi pronunciare la vergogna di cui tanto mi vergogno -scusate il gioco di parole-. E' stato molto sensibile ed attento, come sempre. Allo stesso tempo, ha cercato di farmi riflettere su un piccolo fatto: e se anche io vivo quel disagio, ma vedo l'altro che ne è oggettivamente catturato e ne trae piacere, perchè vergognarsi? Bella domanda, caro Dottor R., sul serio. E' che sono costantemente immersa nell'odio per me stessa, che non riuscirei a concentrarmi su altro. Il disagio permane e sovrasta anche la piacevolezza che normalmente si trae dell'incontro sessuale. Ecco perchè non scrivo ad L., ecco perchè potrebbe "avverarsi" il sogno fatto giorni fa, ecco perchè sono convinta che se andassi avanti di questo passo, mi limiterei al mondo, mano a mano sempre di più. Eppure, io non la trovo la spinta giusta, l'input catartico, non lo trovo quel coraggio e quell'audacia che mi possano far pensare "Ma sì, ci provo. Chi se ne frega". Non trovo l'azione, l'agire concreto. Mi dico sempre che "vorrei, ma non posso", mentre il Dottor R. ha spiegato il contrario, ovvero che posso ma non voglio. La piccola disquisizione retorica si è dissolta nel corso della seduta, approdando nel discorso sessuale. Ho provato spesso a spiegare gli ostacoli ma soprattutto le motivazioni delle mie emozioni ferite, purtroppo con parole balbettanti, tanta vergogna e tanta difficoltà. Ma più ci ho provato e più ho sentito mancare di significato qualcosa che continua ancora ora a sfuggirmi. Il Dottor R., alla fine ci arriva sempre a capire quello che ho voluto dire, ma è vero altrettanto il fatto che io non mi sento affatto completa, quando mi confesso. E' come se, ripeto, mancasse quel quid, un pezzo mancante di puzzle. Non riesco a dare forma alle parole, non riesco a delucidare i miei pensieri.

Ho visto un telefilm in streaming, "My mad fat diary", storia di una ragazza obesa che una volta uscita dalla clinica medica, si ritrova in un mondo che non conosce più e che deve imparare di nuovo ad apprezzare. Si propone, nel corso delle sue vicende, ovviamente anche il problema del corpo (filo conduttore di tutta la storia) e della relazione sessuale. Vi consiglio fermamente di vederlo. Nessuno spoiler, ma ci tengo a chiudere il post con una citazione.

Sono sbalordita delle persone che riescono a spogliarsi con così tanta spontaneità. Non solo davanti agli altri ma soprattutto davanti a loro stessi. E se io non riesco a farlo, come posso pensare di riuscirci davanti a qualcun'altro? Il problema è che quando sei nuda, non ti puoi più nascondere e ci sono poche persone che sanno come guardarmi, quando intorno a me il mondo si sgretola.


Un saluto vergognoso, da Val.

1 commento:

  1. Bello sarebbe se esistesse un servizio clienti, un fornitore cui rinfacciare la pretesa incompiutezza del nostro corpo e della nostra mente.
    Ma Natura è una fattrice gonfia, madida, ansante; non può che abbozzare con dita anchilosate le nostre piccole mani, ficcandoci nel pugno malsicuro lo strumento con il quale dirozzarci, senza istruzioni di sorta. E passa alla creazione successiva.
    Incompleti siamo se tali ci sentiamo, e sempre c'è qualcosa che sfugge: per vergogna, certo, ma anche per una strutturale miopia dello specchio presso cui ci ostiniamo a decifrare il nostro riflesso.

    E mentre ci affanniamo a divenire completi, a saturarci di esperienza - questo bene così faticoso, necessario per prender parola e per lavorare..
    ...ci sono lacune, mancanze, assenze di cui non sospetteremo mai, neanche alla lontana, la vacua e tangibilissima presenza.

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