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07 ott 2014

Perdita d'identità.


Mio padre lottava coraggiosamente con la sua flora e le sue guide sugli alberi. E' effettivamente l'anima degli alberi, quella che vediamo in inverno. In estate, tutto è verde ed idilliaco, ma in inverno..i tratti distintivi dei tronchi saltano tutti fuori. Guarda come sono tutti storti. I rami devono sostenere tutte le foglie sotto la luce del sole. Una lunga lotta per la sopravvivenza. Mio padre mi sorprese quando definì i tronchi spogli "l'anima degli alberi". Un pensiero poetico che era raro per lui, dato che, personalmente, preferiva le scienze empiriche.

dal film "Nymphomaniac, Vol. II"



Ho cominciato a scrivere la tesi: ad oggi, sto ridefinendo il terzo capitolo. E' strano: essendo il mio un argomento che ho vissuto in prima persona, non riesco mai a trovare le parole giuste ed ho addirittura il blocco dello scrittore in questo momento! Ad esempio, il terzo capitolo è intitolato "Il microcosmo anoressico", in cui -detta in breve- spiego e descrivo come la presenza (Dasein) anoressica si struttura nella mondanità circostante (il che potrebbe essere anche argomentato a livello relazionale, sociale e quant'altro). Quindi il tema dovrebbe strutturarsi in modo tale che io analizzi come la persona anoressica viva il mondo, descrivendo anche il mondo nel quale il soggetto anoressico si ripara. Però, ecco, non so proprio come e cosa scrivere. Nella mia testa ci sono molte parole e numerosi concetti i quali però anche se messi nero su bianco, non mi convincono e così cancello tutto. Credevo -che stolta!- che la stesura della tesi fosse un qualcosa di automatico, dato che comunque si concorda un tema che per forza di cose deve interessarti in prima persona. Invece mi trovo parecchio in difficoltà. Intanto, al mio relatore ho inviato il primo capitolo, che ha corretto nel giro di cinque giorni. Le modifiche sono consistite in aggiungere qualche virgola. Togliere un paio di righe riferenti una mia idea che si è dimostrata fallacie dato che il relatore mi ha fatto capire il contrario e un paio di termini da cambiare. Ho tirato un sospiro di sollievo: immaginavo già di dover cancellare mezzo primo capitolo, invece no. Nel complesso andava più che bene, anzi. Sono molto contenta, sì. Oggi poi gli ho inviato il secondo capitolo mentre il terzo è ancora in revisione, Il problema si porrà per la conclusione, nella quale non saprei ancora cosa scrivere. Proposi due possibilità, ma mi sono state bocciate entrambe. Però il professore mi ha rassicurata spiegandomi che a quella ci penseremo insieme.

Nel frattempo, mi sono rivista con L., due venerdì fa. Niente di speciale: caffè e due chiacchere. Mi ha riscritto una settimana dopo, chiedendomi come proseguisse la tesi e via discorrendo. Siamo rimasti che appena ho un pò più di tempo libero, lo contatto per parlare tranquillamente. Io sono combattuta tra due voci: lasciarmi andare (slogan ormai ripetuto fin troppe volte) ed il non potermi permettere di farlo poiché fisicamente non mi ritengo all'altezza. Ne ho parlato (ma va?) con il Dottor R., ma poi il discorso ha preso un'altra piega. Gli ho raccontato infatti di un sogno che mi ha parecchio scossa e che mi ha fatto anche ricordare O., dalla cui "relazione" ne sono (evidentemente) uscita piuttosto male. Le cose che ci siamo detti sono state le stesse di quando le affrontammo per la prima volta, ma non so perchè  oggi mi sono messa a piangere. Non era un pianto da tragedia greca, ma comunque ritengo si siano toccate sempre alcune corde del mio essere, piuttosto delicate a loro modo. Il tutto è stato fatto scaturire quando il Dottor R., mi ha detto che O. non mi ha mai vista. Non è stata la prima volta che me lo ha detto, quindi non c'è stato stupore da parte mia. Ma ricordare di non essere stata vista e conseguirne l'idea che per lui ero solo una stellina da aggiungere ad un cartellone di nomi, mi ha fatto pensare al non-valore, alla mia presenza come mero oggetto tra i tanti oggetti. Un buco da riempire, con una bocca non da ascoltare quanto invece finalizzata al raggiungimento puramente meccanico del suo coito. Ed ecco qui che ripassa nel mio cervello l'idea della non-importanza, del non riconoscimento in quanto essere umano pensante, senziente ed agente. Non sono valsa nulla per lui. E, da questa esperienza negativa, ne faccio scaturire la solita legge universale del "non-valgo-nulla" (anche questo ormai è un altro slogan tra i tanti). Più passano le sedute psicoterapeutiche concentrate sull'argomento sessuale e più mi fa schifo solo l'idea di farlo. Motivo ulteriore che mi porta a declinare la conoscenza con L., tanto per cambiare. Mi sento priva di significato, manchevole di un senso che tutti forse si sanno dare, ma che io non ho mai trovato. Mi manca la certezza concreta del sapermi essere. E' qualcosa più grande di me, a cui non riesco a dare un nome e queste righe in croce sul blog non mi aiutano molto capirmi. Sto iniziando a mettere in dubbio il mio stesso sistema cognitivo. E' capitato che pensando e riflettendo su una determinata cosa, mi chiedessi se fosse normale ragionare in quel modo, se fosse giusto, ecco. Cercherò di riportare qui le modalità tramite le quali si muove e ragiona il mio pensiero. Sono seguita dal Dottor R., ormai da diversi anni (4-5 all'incirca) e le variabili tramite le quali si sposta il mio ragionamento è sempre lo stesso: ragiono nello stesso modo. Pur fermo restando questo, mi viene da riflettere circa il fatto che però quello che mi dice il Dottor R. (che non vorrebbe mai arrecarmi alcun danno) circa il mio pensiero, dovrà pur essere vero, no? Ecco. Quindi da un lato abbiamo il mio malridotto sistema cognitivo e dall'altro, abbiamo il Dottor R. che cerca di spiegarmi dove sbaglio (si chiama terapia cognitiva per questo, d'altronde). Premesso questo, io mi ritrovo a scontrarmi con me stessa (o più me stesse?): so che quello che dice il Dottor R. è giusto, ma contemporaneamente mi sento in difficoltà quando invece mi viene automatico pensare l'esatto opposto. Sono ormai abituata a ragionare in un determinato modo, e trovo assurdo che queste mie modalità di pensiero siano paradossali agli occhi degli altri. Come è possibile che per il Dottor R. -esempio stupido ma chiaro- il tavolo sia blu mentre io so che è rosso? Perchè non dovrei fidarmi di me stessa? Ma se il Dottor R. dice che il tavolo è blu, allora un motivo c'è. E quindi? E' rosso o blu? Se penso che sia rosso, perchè il Dottor R. dice che è blu? Per me è ROSSO. Ma data l'esperienza professionale del Dottor R., perchè dovrei dubitare invece di lui? A chi credo? A me o a lui? Ma allora qualsiasi pensiero io faccia circa un evento, oggetto..è vero o falso? Ecco questo è a grandi linee ciò con cui mi scontro ogni giorno. Ho usato il Dottor R. come esempio perchè di solito è con lui che battibecco circa questi miei ragionamenti. Ma potrebbe essere anche il rappresentante generale degli altri individui. Non so se delineando questo esempio, la cosa sia chiara. Il Dottor R. mi ha detto che sono fatta così, e che non sono una persona paranoica. Sarà, ma io sul serio non mi sento più di appartenere a nulla, tanto meno a me stessa. E' una dura lotta: tra me, me stessa ed io.


Un saluto paranoico, da Val.

1 commento:

  1. Spesso le difficoltà maggiori sorgono proprio quando dobbiamo affrontare i temi più vicini all'intimo nucleo della nostra esistenza.
    Perché le parole possono essere sì forti, ma anche ingabbiano, demarcano, hanno un che di definitivo, essenziale, categorico... in forma scritta, ancora di più.
    Perché ogni riga che scriviamo su quanto ci sta a cuore sembra imporre una sentenza inappellabile su di noi, che - pare - proprio dovremmo allontanarci dalle gabbie, dalle definizioni, dai confini.
    Forse la soluzione sta nell'adottare uno sguardo cinico, esterno... perché scriviamo di ciò che abbiamo esperito, e non di quanto siamo state o saremo.

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