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15 ago 2014

L'assente soluzione di un'esistenza perduta.


Ma quando siamo troppo sfiniti, quando non abbiamo la forza di giocare, allora abbiamo bisogno di parole vere. Gridiamo per averne. Il grido ci lacera le viscere. Non otteniamo altro che il silenzio.
Simone Weil
"Quaderni II"


Stavolta la mia assenza è stata dipesa dal fatto che sono andata una settimana a Berlino (sono partita il 6 Agosto, e sono tornata il 13), con la mia amica -quella con la quale sono andata a Parigi l'anno precedente-. E' stata una bella settimana nonché anche una piacevole esperienza: certo, i tedeschi sono un pò frigidi, e la città sembra essere invasa da api (e meno male che si dice che si stanno estinguendo: ti credo, stanno tutte lì). Ma, al di là di questi meri fatti, Berlino è una bella città. A mio parere però, è sempre meglio Parigi (chissà perchè tutta questa infatuazione per la capitale francese). Come l'anno scorso, anche quest'anno, questa settimana -a livello alimentare- è andata bene: ho sempre mangiato (sano) anche perchè avevo come "guida" la mia amica, ed ho spizzicato sì e no, 2 notti. Peccato che poi, tornata a Roma neanche sono passati due giorni, che ho svuotato la dispensa. E non sto scherzando. Mica sto ingrandendo le cose: l'ho sul serio svuotata. Le due confezioni di crostatine (albicocca e cioccolato, per chi volesse i dettagli) della Mulino Bianco, 500 gr di biscotti firmati "Grancereale", 20 fagottini ai funghi (scongelati appositamente tra l'altro) e tre cannelloni ai funghi (anche questi scongelati per l'occasione "abbuffata"). Insomma, tutta la sana alimentazione è andata a farsi benedire (e non voglio essere volgare) ed il mio peso ne avrà sicuramente risentito. Non vado neanche a correre perchè mi vergogno degli sguardi che potrebbero posarsi sulle mie forme corporee, le quali con estrema non chalance sballonzerebbero a destra e sinistra nel mentre della corsa (sì, ho cominciato a dedicarmi alla corsa giusto poco prima della partenza per la città tedesca). Così mi ritrovo a casa, da sola, fino al 17 (data in cui ritorna mia sorella dal mare). Sicuramente dovrò adoperarmi per comprare quello che ho mangiato (o forse dovrei dire divorato?), di modo che non dia troppo nell'occhio. Della serie: spendiamo alla peggio i miei pochi soldi rimasti dalla vacanza. E per quanto possa ripetermi che questo mi dovrà servire da lezione, sono dubbiosa su il repentino cambiamento di comportamento che ne dovrebbe derivare. Tanto poi, va sempre a finire nei peggiori dei modi. Ringrazio comunque il fatto che sia riuscita a non tagliarmi: il desiderio era piuttosto imponente, ma sono riuscita a placarlo. Il Dottor R. ne andrebbe fiero. A me invece dà poche soddisfazioni, perchè volevo proprio evitare di pensarci. Pensarlo, significa che prima ho combinato un guaio alimentare -per l'appunto-. Insomma, quello che non volevo fare era strafare sul fronte "cibo". Sono ritornata all'instabilità monotona del mio vivere. Quella settimana a Berlino, rimarrà a Berlino e basta. A quanto pare, a Roma, non ne sono capace.

Soffoco. Soffoco in una vita che sento starmi stretta, come i pantaloni o le magliette che indosso. E mi domando: perchè sento così tragica la mia vita? Perchè sento questo terribile burrone nero in fondo al mio cuore? Perchè, sebbene ormai abbia coscienza dei molteplici fattori che mi hanno iniziato -ormai anni fa- all'anoressia, ed ora alla bulimia; non riesco ugualmente a darmi pace? Continuo a camminare dentro al buio più tetro ed arido di vita. E' come camminare nel fango asciugato dal sole. Mi sento spogliata di un'esistenza che vado invano a ricercare in un numero di taglia, in una cifra di peso. Non mi appartengo più.

Cadere in un voraginoso e malsano circolo vizioso: è stata questa la mia perdizione. Ho perso me stessa, ho perso l'entusiasmo -ormai quello è da un bel pò di anni-, ho perso il gusto non solo delle piccole cose, ma anche del cibo -da anni ormai-. Perchè non c'è più senso, non c'è più nulla di entusiasmante. Tutto perde di significato: il mio fare, il mio dire, il mio relazionarmi, il mio mondo si perde in un vortice di non-senso. Nulla mi consola più, se non calare di peso. Il problema è che però non calo, ma aumento. Ed allora sento pesare questa mia vita sulle spalle, sento questa mia impotenza originaria trascinarmi sempre più in basso, sento questo mio vuoto dell'anima pulsare come un martello pneumatico sull'asfalto. Non si può costruire una casa su un'altra casa: deve essere demolita quella vecchia, per innalzare quella nuova. Ma chissà perchè, per quanto possano essere i vantaggi della nuova abitazione (alimentazione sana, benefici riscontrabili sulla pelle, capelli, viso ed ovviamente anche sul corpo in sé), io mi ostino ancora a vivere nella vecchia dimora: sì, vecchia e sicuramente non moderna, ma pur sempre con delle mura solide, che ancora la reggono. O sono io a sorreggerle? Perchè sono ancora così convinta di questo stile di vita? Il fatto forse è che sono la sede del mio dolore. Punto e basta. Sono io e nessun'altro. Né vittime, né carnefici. Forse sì, un tempo la pensavo in questo modo: che ero io la sola vittima, e la colpa era del mondo circostante. Ora però, probabilmente con un pò più di lucidità o chissà che cosa, so che sono io l'artefice dei miei disastri, dei miei disordini alimentari. Sono il prodotto delle mie scelte, delle mie decisioni. Sono io che continuo a navigare su questa zattera, sono io che insisto a vivere nella vecchia abitazione. Eh sì, mi sto rendendo conto che questo sembra per lo più un post scritto da una bipolare (altre volte ci ho fatto caso, rileggendomi): da un lato c'è quella che è convinta di continuare a vivere così nonostante le tante (troppe ed infinite) sconfitte, e quella che si chiede "ma che ci sto a fare ancora qui?". Detta in termini filosofici spicciolissimi: ho in mano la tesi e l'antitesi hegeliana, peccato che mi manchi il terzo elemento: la sintesi. Inutile dire che non ce n'è. E allora che scrivo a fare, se non c'è una soluzione finale?


Un saluto insoluto, da Val.

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