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24 lug 2014

Le silenziose fragilità.


Ogni essere grida per essere letto altrimenti. Non essere sordi a queste grida.
Simone Weil
"Quaderni I"


Ci sono volte in cui il mio assenteismo su questa piattaforma virtuale, è dipeso da un necessario e vitale bisogno di silenzio. Vuoi perchè comunicare le mie disgrazie alimentari e non, non servirebbe assolutamente a nulla, se non a ricordarmi quanto sia una fallita; vuoi perchè la mia vita sociale sino ad ora non è stata delle migliori perchè ho studiato e dato sei esami in quattro mesi, senza mai fermarmi un attimo. Però poi ci sono altre motivazioni, forse anche più profonde, come quella che mi ha portato a non scrivere, in questo periodo, per un pò di tempo, in cui il silenzio è derivato dal semplice motivo che mi serviva, punto e basta. Ci sono tanti diversi tipi di silenzi, uno dei quali è proprio quello che necessita di essere vissuto. Niente di più, niente di meno. Un silenzio fragile, sensibile, misterioso, oscuro, e, allo stesso tempo, anche parlante. Un tipo di silenzio capace di dire tutto ciò che è impossibile dire con le parole, un silenzio che a "sentirlo", comunica ed esprime tutto il disagio, l'angoscia, la paura, il timore, la sofferenza, la stanchezza, il terrore. "Ogni silenzio" -come dice Eugenio Borgna nel suo ultimo volume "La fragilità che è in noi"- "ha un suo proprio linguaggio". Meglio di così -con il suo fare poetico e toccante- non poteva dirlo, secondo me. Ed è -quindi- un silenzio necessario alle volte, anche quello che avviene nel corso dell'incontro terapeutico. Quante volte mi è capitato -lo ammetto-, di rimanere muta durante i colloqui con il Dottor R.? Tante, suppongo. Soprattutto nei periodi più cupi e dolorosi. E' un tipo di silenzio che lui, grazie al cielo, non ha mai provato ad interrompere. Non si è mai sforzato a farmi parlare. E probabilmente è perchè capisce ma, soprattutto, sa. Mi ha sempre compresa fin dall'inizio, e quindi ha sempre capito che quei silenzi, quando si presentavano in tutta la loro vulnerabilità, non dovevano essere forzatamente spiegati. Perchè è proprio qui il fulcro: la distinzione tra spiegare e comprendere. E' una famosa differenziazione jaspersiana (derivata da Dilthey). Karl Jaspers ne ha parlato, tuttavia, con accenti, potremo dire, esistenzialisti. Si può, sì, analizzare un certo tipo di attivazione cerebrale, spiegarlo nelle sue componenti causali rifacendosi così alle cosiddette scienze naturali. Tuttavia è necessario andare oltre, passare ad un secondo piano, vale a dire a quello della comprensione. La comprensione che si attua è una mediazione del mio essere, del mio vissuto e delle mie esperienze all'altro (la figura dello psicoterapeuta in questo caso). E', potremo dire, un'immedesimazione empatica quella che viene messa in gioco. Detto questo, mi piace pensare che il Dottor R. abbia bene in mente proprio questa distinzione jaspersiana. Non riuscirei a capacitarmi di così tanta umanità, altrimenti. Apprezzo la sua pazienza, così come la sua umanità, e la sua capacità di starmi sempre accanto. Sono fortunata ad averlo come terapeuta, proprio per questa sua dote di comprensione. Come, appunto, quando riconosce il momento di lasciar parlare i miei silenzi. Ed è giusto che sia così. E' giusto ascoltare quel silenzio voraginoso, perchè è un tipo di silenzio che può dire molto di più che usando la voce: può nascere -come osserva Borgna- dal desiderio di solitudine, o può anche essere un silenzio che nasce da una profonda tristezza. Vedete? Il silenzio ha molte sfaccettature, molti significati, ed è fondamentale saperle ascoltare e distinguerle. Non è stato solo Eugenio Borgna a farmelo capire in questo suo libro (che consiglio assolutamente a chiunque). Anche il Dottor R. ha dato il suo contributo (inconsapevolmente?): non tutto -d'altronde- si può comunicare e non per forza le cose si possono spiegare, non tutto può essere espresso in parola. Così ho imparato, grazie a lui, a vivere quel mio silenzio, a provare a toccarlo, ma soprattutto, ad ascoltarlo; così come credo abbia fatto lui -di rimando-: senza i miei momenti taciturni, non avrebbe mai potuto garantirsi una piena comprensione della sottoscritta. Quei silenzi hanno avuto bisogno solo del linguaggio del volto, dello sguardo, ed anche delle lacrime (quante ne ho versate nel suo studio!). E' un linguaggio che si può cogliere solo con la "luce dell'interiorità" come la denomina Eugenio Borgna. Penso che sia proprio in quelle parole assenti che si possa afferrare persino la tristezza più intima, più profonda, più originaria dell'essere umano. E' solo con questo tipo di silenzio che si possono vedere le ferite dell'anima, le cicatrici dello spirito, i vuoti della propria esistenza e le voragini che ci riempono di angoscia e paura. Non sono necessarie le parole, non è necessario spiegare il silenzio, perchè quest'ultimo si spiega da sé alle orecchie di chi sa udire e percepire. Il Dottor R. è sempre stato capace di attendere, di aspettarmi, di ascoltare quel silenzio così struggente. Ha sempre pazientato, perchè d'altronde, è quello che si deve fare, quando si ha a che fare con questi tipi di silenzi. Ed è stato proprio ascoltando quei miei silenzi, che ha compreso fino in fondo gli abissi della mia fragilità, "accogliendoli nelle loro luci e nelle loro ombre" come scrive Eugenio Borgna. Alle volte, è vero, si cerca costantemente di dare un significato a qualcosa, di riempire il vuoto con il linguaggio della parola parlata. Non ricordo neanche più quante miriadi di volte -ad esempio- mi sono sentita insoddisfatta della mia comunicazione, del mio dire, del mio descrivere una qualsiasi tipo di emozione o sensazione che sia. Lì, forse, era necessario non scrivere, e rimanere quindi in silenzio, ad ascoltare le parole mute della mia anima.

Tutto questo è per dire che forse, ora, è giunto il momento di tacere.

Un saluto ..., da Val.

1 commento:

  1. Parole magnifiche, vorrei che lasciassi nella buca delle delle lettere di tutte le case esistenti le parole stampate di questo post...
    Mi ricordi il film Interiors di Woody Allen, quell'atmosfera leggera dai colori cupi, quello sprfondare nell'oblio di ogni parola e ogni gesto, quel non sentirsi mai completamente a posto.
    Ti sono accanto cara Val, con parole e silenzi, ti penso.

    Un abbraccio forte ♥

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