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09 lug 2014

Passati indimenticabili.



Tutto mi si scomponeva in parti e le parti in altre parti, e più nulla si lasciava abbracciare con un concetto. Le singole parole fluttuavano intorno a me; si coagulavano in occhi che mi fissavano ed in cui sono costretto a fissare a mia volta; vortici sono, che a guardarli mi danno le vertigini, che turbinano senza posa e, traversatili, si giunge al vuoto.
Hoffmannsthal 
"La lettera di Lord Chandos" in "L'ignoto che appare"



A me è sempre stato necessario sapere che tipo di posto avere, affinché potessi dare una definizione chiara di me stessa. Ho bisogno forse di un catalogo, che fondamentalmente serve ad aiutarmi a capire come usare quelle nozioni che accumulo nel tempo. La questione però è che la mia definizione passa attraverso l'altro/gli altri. Necessito inesorabilmente sempre di un'ulteriore definizione, un'altra etichetta, per capire cosa va e cosa non va in me. Che poi a dirla tutta, il "cosa va" non conta niente perchè non faccio altro che focalizzarmi solo sul "cosa non va". Tanto che sono arrivata al punto di avere il dubbio che forse per certe cose, il narcisista e megalomane ragazzo con cui mi frequentavo (il celeberrimo O.) potesse avere avuto ragione, e che ero io che non andavo bene.

Un esempio pratico? Quando sono uscita con L.: ero andata a prendervi un caffè, al di fuori delle mura universitarie (motivo in più che mi ha portato a pensare che il suo interesse poteva andare oltre alla semplice nomina di "collega universitaria"), ci siamo detti entrambi di essere stati molto bene l'un con l'altra, e poi sono venuta a scoprire che si è messo con un'altra ragazza della stessa facoltà, che tra l'altro conosco anche di vista. Tra un evento e l'altro, è passato un modesto lungo tempo di silenzio. Non mi ha chiesto di uscire di nuovo, e se ci incrociavamo era per chiederci come stessimo, a che punto fossimo con gli esami; ma mai nessun riferimento ad un'ipotetica altra uscita. Stavo quasi facendoci l'abitudine, e mi stavo mettendo ormai anche l'anima in pace, quando verso fine Maggio (ricordo anche il giorno se è per questo, ma solo perchè feci un esame), l'ho visto a mezzo metro da me baciarsi con questa mia "collega". I miei occhi si sono come appannati da un grande punto interrogativo (a dire il vero più di uno), infatti la mia mente ha iniziato a domandarsi: perchè lei e non me? Perchè tutto quel silenzio? Perchè non mi ha detto niente? Perchè, nonostante le premesse (l'essere stati bene), lui si è comportato così? Cosa diamine è successo? Cosa è andato storto? Cosa non va in me, tanto da preferire lei?

Ho domandato tutto questo anche al Dottor R., o per lo meno, ho mostrato l'enorme stupore conseguente l'evento. Insomma, scusate se mi permetto, ma potrei quasi spontaneamente dire di essere migliore di lei. Non che sia io un figurino (seh, e quando mai oserei dirlo), ma a me quella pare più un'anfora rotta (stile reperto archeologico recuperato dai fondali marini). Quando ho esplicitato questo mio pensiero al Dottor R., mi sono auto accusata di materialismo e superficialità, vergognandomene quasi come una ladra. Lo psicoterapeuta mi ha spiegato che non si tratta tanto di questi due fattori, quanto del fatto che è più che normale che io ragioni in questo modo. Il fatto è che ho puntato su una cosa (il corpo) che secondo la sottoscritta mi permette di stare bene, e non sarebbe quindi una questione di essere materialisti. E' ovvio che, sostiene il Dottor R., non posso avere ulteriori parametri di riferimento: avendo puntato esclusivamente sul mio corpo, come vettore sul quale passa il valore, è "normale" che non veda altro che quello. Ma, nonostante la "rassicurazione", mi sono sentita ugualmente in torto. Ad oggi comunque (insomma, ne è passato di tempo no?), fondamentalmente, non è importante che si tratti di L. o meno. Poteva essere anche Tizio, Caio o Sempronio per quel che ne posso sapere. Ma L. rappresenta in termini pratici, un esempio della mia spasmodica ricerca di essere.

Ormai credo che, per quanta psicoterapia io possa fare, i miei errori cognitivi permarranno nel tempo. Ad esempio, per dirne una, non posso fare a meno di non bere liquidi quando so di essere/andare fuori casa. E' una cosa che ora mi viene naturale, spontanea, quando in realtà so che non lo è affatto. Ecco in merito a questo, ad esempio, io non immagino di potermi comportare diversamente. L'investimento su cui mi focalizzo è talmente potente, che se non riesco ad andare in palestra, mi sento non solo in colpa, ma vedo il corpo più informe. Come se il non-andare-in-palestra, facesse scaturire conseguenze negative nell'arco di 24 ore. Assurdo, lo so. Ma anche in questo caso, non posso fare a meno di pensarci e di vedermi in quel determinato modo. Per non parlare del circolo vizioso digiuno-abbuffata, che a parere mio, sarà sempre un comportamento che metterò in atto per il resto della mia vita. Non credo si possa spezzare, tanto meno oggi non pondero l'idea di volerlo fare perchè, diciamocelo, il ragionamento che faccio è sempre lo stesso: il digiuno è un comportamento preventivo in vista dell'abbuffata. E così via, e così via, e così via. Fino a non finire. Vorrà dire che sarò bulimica a vita. La prospettiva non è delle migliori -e di questo posso rendermene facilmente conto- ma se non sono io la prima a cambiare, se non sono io la prima a dirmi di fare diversamente, allora non c'è nessun'altro che possa aiutarmi a rialzare da questo stato di cose.

Domande infinite vagheggiano per il mio cervello, ricercando chissà quale risposta, chissà quale momento catartico che cambi il mio essere-nel-mondo, per dirla alla Heidegger. Ecco, forse quello che mi manca è proprio quel momento catartico, quell'intuitiva illuminazione che mi faccia chiudere con il passato, e ricominciare come una nuova persona, chiudendo tutte le porte che sono rimasta aperte o socchiuse. E' il liberarsi dalle catene dell'uomo platonico, è il risveglio da un lungo vivere letargico. In fin dei conti sono sempre rimasta aggrappata al passato, a quelle esperienze vissute che mi hanno portato ad essere così, oggi. Ricordo le prese in giro, e quella che mi ha portato ad intraprendere la strada dell'anoressia. Fu il commento di quel mio compagno di banco. Non penso neanche che lui se ne ricordi, se glielo chiedessi e sicuramente per lui non avrebbe la stessa importanza o lo stesso significato che ha avuto per me. Purtroppo però io ho ancora in mente l'immagine, e non riesco a liberarmene. Indossavo una dannata maglietta aderente, color bordeaux, di quelle che si compravano da Zara un tempo. Ricordo persino il motivo per cui l'avevo messa: per mettermi in gioco. Non ho mai messo in mostra il mio corpo, perchè già allora me ne vergognavo (rimasugli che mi trascinavo e mi portavo addosso, dovuti sempre al passato), eppure quel giorno decisi di fare qualcosa che per me andava controcorrente. Il risultato è stato deprimente e tragico: la battuta sul mio addome (fatta in rima con il mio cognome: sì, eravamo molto fantasiosi al tempo). Quell'episodio non ha fatto altro che riportare alla mente il passato ancora più vecchio, quello vissuto in un paesino fuori Roma. Non credevo invece che anche nella mia vita nella capitale, potesse riaccadere una cosa del genere. Forse perchè credevo che io stessa potessi essere diversa agli occhi degli altri -in fondo erano passati molti anni dai tempi delle elementari e delle medie-. Promisi, così, a quel ragazzo che durante le vacanze estive sarei dimagrita, che avrei perso peso, per dimostrargli che non ero affatto quella "con la pancia prorompente" (come lui mi disse). Ma oggi, mi sembra assolutamente sciocco additare colpe del genere: a dire il vero, la mia non è nemmeno un'accusa, assolutamente. E' solo una piccola vicenda del mio passato che ancora mi tortura, ed un semplice esempio pratico testimoniante il mio "attaccamento" al passato dal quale non riesco a sganciarmi.

Non finirà mai.

Un saluto remoto, da Val.

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