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08 giu 2014

Vuoti voraginosi.



L'angoscia si può paragonare alla vertigine. Chi volge gli occhi in fondo di un abisso, è preso dalla vertigine. Ma la causa non è meno nel suo occhi che nell'abisso: perchè deve guardarsi. Così l'angoscia è la vertigine della libertà, che sorge mentre lo spirito sta per porre la sintesi e la libertà, guardando giù nella sua propria possibilità, afferra il finito per fermarsi in esso. In questa vertigine, la libertà cade.
Kierkegaard



Ogni tanto, ricapita di pesarmi, così tanto per fare, tanto per scontrarmi con i danni riportati a lungo termine a causa delle mie abbuffate. Non vi sto neanche a dire il numero, perchè me ne vergogno profondamente. Ricordo che un tempo non ne potevo fare a meno della bilancia. Era quel numero a spronarmi a continuare nella discesa o a migliorarmi se qualcosa fosse andato storto. Ora invece ne ho un indefinibile terrore. Mi regolo ormai con lo specchio, questo sì, lo faccio da quando ho "abbandonato" la bilancia, quindi ormai da qualche anno. E credo che sia peggio, perchè lì non ci sono misure scritte su una pedana, ma qui le misure divengono quasi concetti mentali, se non, oserei dire, visioni. E' pur vero però che con l'esperienza ci si abitua, o meglio, si impara a memoria il proprio corpo (non so se sia la voce dell'auto-convincimento a parlare). Qualsiasi parte di me comunque stia parlando, si concorda univocamente che il tutto sia un danno alla mia psiche, perchè basta ben poco per farmi stranire. Il ventre un pò più sporgente, i fianchi un pò più larghi sono il metro decisionale per il mio umore, ma questa è una questione che ho già trattato. La parsimonia che dedico al controllare il mio corpo riflesso nello specchio è costante ma soprattutto è deleteria, perchè (inutile anche scriverlo) non mi vado mai bene. Forse clinicamente, potrebbe essere determinato come un comportamento ossessivo-compulsivo. Se andate infatti a leggere bene la nosografia dell'anoressia/bulimia, prima le persone affette da tale disturbo erano fatte passare per isteriche (Freud fu uno dei primi), ora invece (a detta anche del mio relatore che è uno psichiatra), le si definiscono come ossessive-compulsive. E più rifletto su questa perenne insoddisfazione, non faccio altro che pensare a Schopenhauer. Ma ho già dedicato un post ad Arthur (come se ormai fosse un amico), e non mi va di essere ripetitiva.

C'è questo vuoto che per quanto tenti a riempirlo, sempre vuoto rimane. Si nutre dei miei tentativi di riscatto, si avvinghia alle giornate di sole, si aggrappa e mi trascina giù, da qualche parte, là sotto ancora non so dove di preciso. C'è solo il buio della notte, c'è solo una forte ed intensa pioggia. C'è un dolore sordo qui sotto, ci sono gli anni persi, che si sono accumulati come detriti. Ci sono i silenzi, ma anche il rumore dei miei pensieri, ed ho visto un urlo che non è mai uscito da quel vuoto. Ci sono i muri, quelli che mi sono costruita da sola. Vorrei abitare altre case, prendere altri treni. Vorrei ridere, e non più piangere da sola. Vorrei amarmi in altri modi, e non nella maniera con cui sono solita fare. Vorrei avere avuto sogni diversi perchè forse ne avrei realizzato qualcuno in più. O avrei rinunciato a qualcuno in meno. Vorrei avere conosciuto un modo diverso di guardarmi allo specchio. Ma il fatto è che, tutto questo ormai, sarà il resto della mia vita. Mi arrendo. Non ce la faccio. Ci penserò sempre, a questo corpo, a queste paure, a questi timori, a queste forme. Faranno sempre parte di me, ed io di loro. E non mi ricordo neanche più com'era la mia vita, quando ancora scalciava, correva, inciampava, quando apriva la bocca per lasciare entrare il vento, quando c'erano giorni da abbracciare forte e altri da prendere a pugni, quando ogni cosa faceva differenza, e niente faceva lo stesso, quando io ero più importante di tutto il resto. Poi penso al Dottor R., ed ai suoi sforzi di farmi cambiare (dis)abitudini. Ho sempre immaginato lui come personificazione del raziocinio, forse addirittura anche di speranza. E' una speranza che ogni tanto bussa alla porta della mia anima, all'improvviso, come qualcuno che non ti aspetti. Bussa alla porta della tua anima, come un ospite non invitato, un piazzista di sogni, una promessa di aria nuova, non ha forma né dimensione, è solo un pensiero. Un pensiero che bussa. Ed io sono lì, in mezzo alla mia vita, ed ho paura ad aprirgli. La mia vita mi sta passando accanto. E' una vita che incontro tutti i giorni. Che vedo con la coda dell'occhio. O non ne registro più l'immagine, tanto ci ho fatto l'abitudine. E' una vita che ormai mi rifiuto di capire. O anche quando cerco di farlo, lo faccio a distanza. E mai fino in fondo. La mia vita è solo una statistica. Qualcosa di cui parlare. E' la vita degli ultimi. Di quelli che non hanno più niente, o non ce l'hanno mai avuto. La vita di chi è caduto, ed è stato preso a pugni dalla realtà. La mia vita fa arrricciare il naso, perchè ha un cattivo odore. E' la vita dei brutti, perchè a fare questa vita, lo si diventa per forza.

Forse non mi sono mai amata abbastanza. Ma anche se l'avessi fatto, "abbastanza" è ancora troppo poco. Il mare, se fosse solo "abbastanza", sarebbe un lago, che del mare è solo un bicchiere. E in un bicchiere, è vero, ci si può anche perdere, ma ha confini di vetro. E sono quei confini che mi separano dal mondo. Che a sua volta, non sarà mai abbastanza. Come non lo sarà il cielo da una finestra. Il cielo è tutto, è sopra di noi, ed è sotto, dall'altra parte del mondo. Ed io non potrò mai dire di essermi amata "abbastanza". E mi sono ritrovata a cercare il mare dentro un bicchiere, il cielo fuori da una finestra, con la vita dietro le mie spalle.

Mi sento pesante e tanto stanca. Sono angosciata per il mio futuro, perchè nonostante tutti gli sforzi, sono anche convinta che da questo turbine di digiuno-abbuffate non ne uscirò. Sono angosciata per il mio futuro, perchè le relazioni (amicali o meno) sono filtrate anch'esse dal mio umore e dalla mia percezione corporea e non sono quindi vissute come dovrebbero. Qualcuno mi dice che devo essere più serena, e più spensierata, perchè ai maschi piace così. Qualcuno mi dice di vivere per davvero, perchè così sto solo buttando all'aria quello che c'è di più prezioso: me stessa. Qualcuno mi dice che sono un'insicura cronica, e che non avrei motivo di esserlo. Qualcuno mi dice che dovrei sorridere di più. Ma io non posso. Non posso proprio. E non so ancora indagarne un motivo chiaro. E' un tipo di sofferenza particolare. Dapprima ci sono le ossa, che mi fanno ancora piangere ogni volta che alzo la schiena. Poi ci sono i muscoli, che mi fanno stringere i denti ogni volta che mi muovo, anche impercettibilmente. Poi gli occhi, che si rifugiano nel buio, temendo la luce ed i colori perchè ormai hanno smesso di guardare per davvero. Poi c'è l'olfatto, e l'udito e il tatto, che non catturano più gli odori, i suoni e le sensazioni di cui il mio corpo, ormai ha perso memoria. Poi, ancora, la voce, che esce piatta e monotona come da una macchina. Poi ci sono i pensieri, quel fuoco che mi brucia dentro, e che si consuma anche da fermi. Ed infine il sorriso, che ormai è una stella morta dopo una notte troppo lunga.


Un saluto pieno di vuoto, da Val.

2 commenti:

  1. Non sei/hai vuoto...hai un sacco di pensieri
    Susi

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  2. ...non per niente lascio un commento a questo post. Il titolo del mio blog, con quello che tu scrivi all'inizio, è emblematico...
    Ti lascio un affettuoso abbraccio
    ^^

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