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22 giu 2014

Un'antropologia di me stessa.


Acceso e furibondo mi precipitai dinanzi allo specchio [...] mi dette un'immagine, no, una realtà, un'estranea, inconcepibile, mostruosa realtà, di cui fui pervaso contro la mia volontà: poiché ora era lui il più forte, e lo specchio ero io. Fissavo quel grande terribile sconosciuto dinanzi a me e mi pareva mostruoso essere solo con lui. Ma nell'istante stesso in cui pensavo ciò, giunse l'estremo: persi conoscenza, semplicemente mancai. Per un secondo ebbi un indescrivibile, doloroso e vano desiderio di me, poi fu soltanto più lui: non ci fu nulla fuori di lui.
Rilke
"Quaderni di Maite Lauridis Brigge"


Periodo di esami, e quindi periodo di "chiusa" come si suol dire nel gergo romano. Dovrei riuscire a dare l'esame di Antropologia Filosofica il 30 Giugno, ed Etica il 1 Luglio. Non chiedetemi come. Il fatto è che ne dubito anche io. Comunque (spesso è accaduto) che mi sia capitato di trarre delle conclusioni mie personali da riflessioni di filosofi che mi ritrovo a studiare (cfr. Arthur Schopenhauer, Ludwig Binswanger, Fichte). In questo caso, si tratta di Kant e del suo testo, "Antropologia dal punto di vista pragmatico". L'intento dell'opera è quello di conoscere l'essere umano (ma va? E' un'antropologia..). Per farlo, Kant spiega che bisogna conoscere il mondo, perchè equivalerebbe a dire "conoscere l'uomo". Ma è qui che pone una differenza fondamentale, ovvero quella tra "conoscere il mondo" e "far parte del mondo". La prima indica che si riconosce il "gioco" del mondo, ma non vi si partecipa. "Far parte del mondo" invece, è esserne sì lettore, ma farsi anche protagonista, attore del mondo. Così ho pensato alla mia, di vita. Diciamo che, alla meno peggio, ho provato a fare un'antropologia di me stessa. E così mi sono domandata se stia conoscendo il mondo o se mi sia fatta invece protagonista. Inutile dirvi a quale risposta io sia giunta. E sarebbe da ipocriti dire che non lo sapevo prima di riflettervi, perchè in realtà lo riconosco. Lo so che la mia vita è tutta questione di filtri corporei e che di conseguenza è molto difficile potersi godere a pieno un evento, addirittura un esame andato bene e via discorrendo. Non mi ricordo neanche più quando è stata l'ultima volta che non abbia dato peso a tutto questo. "Lasciarsi andare" è una parola troppo spesso presa poco sul serio. Ma se inserita in un discorso come questo, secondo me, acquisisce tutt'altro valore. D'altronde chi potrebbe mai capirne il vero significato se non la si vive al negativo così come faccio io?

E' come quando si gioca a nascondino, e tu sei quello che si ripara dietro un muro di pietra. Non so voi, ma io ho sempre avuto paura di uscire allo scoperto, quando giocavo a nascondino. Il problema è il timore di essere visti troppo presto, e forse, pensandoci bene, non si avrebbe neanche così tanta forza nelle gambe da poter superare il "cacciatore", e si finirebbe per perdere. Così preferisci rimanere nascosto, nella penombra, se non nel buio totale (ad ognuno la sua scelta). Vorresti sul serio vincere la sfida e provare a correre più forte che puoi ed urlare quel fantomatico "Tana", magari riusciresti a liberare tutti gli altri, ma prima di tutto, la cosa più importante, sarebbe liberare te stesso. Eppure non ci provi mai a prendere la spinta, non ci provi mai a riempire i tuoi polmoni d'aria e a far scattare quelle gambe. No, non ce la fai. E sapete perchè? Perchè si ha paura. Paura di perdere. Paura di non essere all'altezza del gioco. E se si vuole riprendere il feedback kantiano, allora si può dire che abbiamo paura di non essere all'altezza del gioco del mondo. Stai lì, in posizione di corsa, con le gambe piantate al suolo pronte a correre. Eppure non lo fanno mai. Tentenni, e sembra che stai lì lì per uscire allo scoperto, ma poi ci ripensi, e così ti sforzi a preferire l'oscurità alla luce. Ti convinci che solo il buio può tenerti alla larga da chissà che cosa. Puoi vincere o perdere. E non ti rendi conto che se decidi di coprirti di buio, perdi lo stesso. Perchè è proprio questa la questione: scoprirsi, rendersi vulnerabili (ognuno di noi, d'altronde lo è a suo modo), ed essere ciò che si è, cercando di convincersi che si può ricevere amabilità proprio perchè si è. Perchè d'altronde ci si nasconde? Perchè si vuole velare qualcosa che non deve essere portato alla luce. Io, ad esempio, mi nascondo perchè non ritengo di essere amabile per ciò che sono, dato che sono la prima ad additarmi numerose accuse. Mi nascondo, chiedendomi per quale motivo dovrei essere voluta bene/amata per ciò che sono, dato che mi ritengo un mostro. Non so se voi ci avete mai fatto caso, ma "mi mostro" a me fa sempre pensare al "mostro" vero e proprio, quello delle favole, o quello che ci si costruisce nella mente. Non è strano come un verbo quale "mostrare" che indicherebbe lo svelamento di qualcosa fino ad allora nascosto, possa poter far riferimento al "mostro", ovvero quell'ente macabro, con deformità anatomiche, dalle sembianze impossibili da guardare?Oppure chissà, magari non centra nulla e sto solo delirando inutilmente (cosa altamente più probabile).

Il peso si è alzato (ma va? Mi dovrei per caso meravigliare?), ed allora (per rimanere in tema) io mi nascondo. Non voglio farmi parte del mondo, perchè mi metterebbe a disagio: gli sguardi che potrebbero posarsi su di me mi farebbero pensare consequenzialmente ad un giudizio negativo, ad accuse formulate nella mente di estranei o anche amici, che è vero che non posso sentire, ma non posso fare a meno di immaginarle; insomma per quale altre motivo dovrebbero guardarmi? E lo so che non tutti stanno a guardare me (il mio non è egocentrismo, o megalomania che sia), ma quelle poche volte che azzardo ad alzare lo sguardo, vedo occhi che scrutano, che sembrano studiarmi dall'alto al basso. E l'unica cosa che può venirmi in mente è: che cosa ho che non va oggi? Non ho nascosto abbastanza bene le forme? Questi sì, sono aspetti prettamente superficiali, ma non potete immaginare quanto siano deleteri allo stesso tempo, viverli giorno per giorno: nella metro, dove si è costretti a stare tutti dentro uno stesso vagone, ed è inevitabile guardarsi; per strada, dove i passanti devono sfruttare al massimo quei pochi secondi di toccata e fuga di sguardi per scrutarti. Ogni volta che passo accanto ad una persona (accade in particolar modo nei confronti degli uomini/ragazzi) trattengo il respiro, e non per appiattire l'addome ed apparire utopicamente magra; piuttosto è un mezzo (alquanto inutile, lo so) per sperare di non farmi notare, di non essere vista. Come se non respirando per quei pochi secondi, potessi rendermi invisibile ai loro occhi.

Tutto questo è probabilmente per dire che no, mi dispiace, ma non faccio parte del mondo: lo conosco soltanto. Questa mera antropologia di me stessa, fa alquanto schifo. Sarei tentata a cancellare tutto, ma mi dispiacerebbe eliminare la metafora del nascondino, che forse è la cosa più "poetica" nata in questo post. Vabeh, a questo punto, tanto vale pubblicare.


Un saluto antropologico, da Val.

1 commento:

  1. La mia fittissima agenda notturna mi ha addirittura permesso - oltre ad annoiarmi una volta salutateci - di andare a cercare l'etimologia del verbo mostrare: deriva dal latino "monstrare", a sua volta discendente di "monstrum", il portento, il prodigio.
    La gente non sa più meravigliarsi, è stufa anche di cercare e forse non è mai stata capace di farlo. La condanna che leggi negli occhi di chi ti sta attorno non esiste sempre e comunque, ma comprendo la paura di porsi sotto sguardi che non brillano di stupore e voglia di scoprire, capire davvero. La superficialità e la cattiveria rende il giudizio l'arma più facile, immediata, ma non tutte le attenzioni che riceviamo nascono per diventare fendenti alla testa.
    I giocatori di questo mondo barano e anche spesso; noi che viviamo nell'ombra, col groppo in gola dello scrupolo a toglierci la parola della nostra liberazione, forse non saremo mai alla loro altezza.
    Giocare pulito, giocare pulito per vincere non è da tutti, anzi, è un'abilità di pochi e non penso che si acquisista dall'oggi al domani.
    Forse l'attesa non sarà stata poi così vana, domani.

    Non cancellare mai niente di quello che scrivi col cuore, per favore. :)

    Solstafir

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