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03 giu 2014

Atto e potenza.



Gli dico che questo non è un mondo abbastanza meraviglioso per giustificare che lui stia qui a soffrire. Non è affatto un gran mondo.
Chuck Palahniuk
"Survivor"



Mi è stato detto qualche giorno fa (e se si vuole essere pignoli, stiamo parlando del 29 Maggio) di essere una persona molto empatica. Anzi, la cara amica nello specifico che me lo ha riferito, dice che non si tratta solamente di "empatia" o "amicizia", ma che il mio comportarmi in tale modo è come un "dono". Un dono nel saper prendermi cura degli altri, nel preoccuparmi sinceramente per loro, riuscendo a mettere da parte i miei pensieri e problemi per aprirmi a quelli altrui. Ho spiegato a tale persona (la C. di cui ho parlato diversi post fa) che molto probabilmente, anzi ne sono sicura, questa mia profonda "empatia" è derivata dal fatto che non posso tollerare che una persona affronti un problema da sola. Ed immaginare che lei possa soffrire senza avere alcuna persona al suo fianco, mi fa come impazzire. E questo perchè io nella mia infanzia ed adolescenza sono stata perennemente in questa situazione, a scontrarmi con i miei problemi in silenzio. Non ho avuto nessuno che stesse lì anche solo ad ascoltarmi, o a prendermi la mano per rassicurarmi. Quando soffrivo, le mie lacrime scendevano copiose, ma non erano viste da nessuno, ed il mio cuore cadeva in un tonfo sordo e assordante insieme. Ho avuto i miei sogni depressi, le voci che mi uccidevano, e gli occhi che sanguinavano. Combattevo con i primi miei mostri che non riuscivo ad affrontare, ma non ho avuto nessuno che sguainasse una spada, e così questi mostri mi hanno presa. E dunque immaginare che una persona come lei (in particola modo) combatti la sua sofferenza, o il suo star male, o la sua ansia da sola senza nessuno scudo che la ripari, fa stare male anche me. Perchè so perfettamente cosa significa essere soli e, soprattutto, soffrire da soli. So cosa significa. E suppongo che sia stata questa mia esperienza personale a determinare molto probabilmente questo mio atteggiamento.

Quello su cui però mi ha voluto far riflettere la dolce C., è che non basta trovare le cause. Io, tendenzialmente, faccio sempre così. Risolvo l'equazione e poi chi si è visto, si è visto. Ci si dovrebbe invece chiedere, mi ha detto, "che cosa ci faccio ora, con questa cosa?". Sinceramente, non penso di avere capito bene cosa volesse intendere con quella domanda. Anzi, sono più che convinta di avere frainteso. Forse ha voluto intendere che si deve partire da lì per reinventarsi? Che è proprio quello il punto dal quale si può "divenire"? Non lo so, e mi sa che quindi non ho capito. La cosa, in verità, mi fa rabbia perchè mi dà testimonianza di una stupidità personale. Mi succede spesso: se non riesco a comprendere qualcosa fin da subito (che possa essere un'opera d'arte, un concetto filosofico o il senso di un film), mi do dell'ignorante. Ma questa è un'altra storia. 

La risposta che mi sono data tra me e me nel momento in cui C. mi ha fatto notare il vero senso da cogliere della questione, è stata che l'unica cosa che potevo farci era semplicemente continuare a fare quello che faccio: stare accanto alle persone nel momento del bisogno, comprenderle, capirle, aiutarle, ascoltarle, piangere con loro se necessario e combattere i loro mostri insieme. Però penso che forse C. abbia voluto dirmi qualcosa di più profondo. Lei in fondo è così: profonda. Mi piacerebbe tanto avere la sua capacità espositiva, sapere comunicare come lei. Le sue parole suonano così pure, così delicate, quando parla. Non gliel'ho mai detto, ma è tutto ciò che io vorrei essere. Ognuno di noi ha i suoi "mostri" che si porta addosso, qualcuno magari si riesce a tenerlo a bada, qualcun'altro no. Così come io ho i miei, anche lei ha i suoi (così come ogni altro essere umano, chi più e chi meno). I mostri non sono quelli che stanno sotto il letto, ma sono quelli che urlano dentro la testa. Io ho le mie voci, lei le sue. Eppure, non so, lei nonostante il buio in cui ha vissuto, nonostante che per poco non se la prendeva una volta per tutte, ora è una nuova alba, indossa una nuova luce. E non c'è calore migliore della sua presenza accanto alla mia. Quindi, sì, vorrei essere come lei. Perchè secondo me lei è riuscita a "divenire", sì. E mentre io mi sono fermata al risultato dell'equazione, lei ha trasformato quell'esito in dinamicità. In azione. In rivoluzione. E, divenendo, ci si conferisce un nuovo significato, acquistando valore dinamico. 

Mentre io sono mera potenza, possibilità; lei, al contrario, è puro atto, attività, compiutezza, azione. Per potenza, Aristotele voleva intendere ciò che è indeterminato, l'atto invece è la realizzazione della perfezione. E' anche vero però che potenza ed atto si richiamano a vicenda, formando un unico tutto: la potenza fornisce all'atto un soggetto da determinare, mentre a sua volta l'atto comunica alla potenza la propria perfezione. Forse, ora che ci penso, può essere proprio questo ciò che voleva intendere lei: divenire atto, e non essere più mera passività.

Allora, mi piace pensare (forse è un'aspirazione troppo alta) che lei possa essere il punto d'arrivo per un mio futuro "divenire". Che possa essere quella luce calda alla quale giungere. Forse sì, il nostro rapporto amicale è nato perchè lei è atto ed io potenza. Non sono una fatalista, ma mi piace pensare che sia stato il naturale corso degli eventi che ci abbia fatte incontrare. Che doveva andare così. Che doveva essere così. 


Un saluto potenziale, da Val.

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