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07 mag 2014

Un'esistenzialità vuota.



Sono rimasto zitto. Aveva ragione e lo sapevo, anche se questo non cambiava nulla. La gente pensa che se riesce a dimostrare di avere ragione l'altro cambierà idea, ma non è così.
Peter Cameron
"Un giorno questo dolore ti sarà utile"



Ho fatto passare diverso tempo dall'ultimo mio post, probabilmente nella speranza di poter scrivere qualcosa di nuovo e non i soliti temi monotoni, come sono solita affrontare. Forse sarebbe troppo chiedere di leggere un mio "aggiornamento virtuale" diverso. Il fatto è che sebbene siano passati una notevole quantità di giorni (rispetto alla cadenza media in cui aggiorno il blog) da quando ho scritto l'ultimo post, le cose non sono un granché cambiate. Qui la legge del "dare tempo al tempo" non funziona. Anzi, forse peggiora, addirittura.

Il punto è che mi sento inutile. Non nel senso più banale e becero del termine, attenzione. Ma sento la mia esistenza non valere nulla. La mia è un'angoscia malinconica, come la delineerebbe Ludwig Binswanger. Ed attenzione, neanche qui si parla di un'angoscia "depressiva": non è determinata infatti dall'esperienza vera e propria, da un'esperienza "naturale", empiricamente parlando. Si parla invece di un'angoscia capace di mettere in discussione la mia stessa esistenzialità, in termini heideggeriani. Quest'angoscia scende nella mia soggettività più intima, più originaria e mi scuote e ripercuote, lasciandomi inerme dinanzi allo scorrere del mio vissuto. E ne consegue una sensazione di vuoto, che è difficile da attenuare, da mettere a tacere. Che poi mi domando, che cosa potrebbe mai "dire" il "vuoto"? Se è "vuoto", non ha nulla da dire, no? Eppure sta proprio qui, il punto focale: è proprio l'incapacità del vuoto di "parlare", che fa risuonare questo disagio intimo. Cioè, è essenzialmente questo silenzio del vuoto che a sua volta "comunica" l'angoscia. E comunica quest'angoscia perchè il mio "Io", per quanto possa essere distorto dal mio modo-di-essere patologico, è per forza di cose costretto a riconoscere questa assenza di significato di se stesso. Perchè, in fin dei conti, è il mio "Io" che non si riesce più a trovare.

Più provo a scrivere di questo, e più mi rendo conto che è un tipo di sensazione ardua da descrivere: qualsiasi parola non sarebbe abbastanza "alta" per mostrare l'intensità di quello che provo. E mi sento non abbastanza capace a trasmettere questo disagio. Non so se lo abbia mai detto esplicitamente, ma a me scrivere piace moltissimo. E' una delle poche passioni che riconosco (forse più di quella della fotografia) realmente "mie". Ed è per questo che ci tengo molto a trasmettere tramite l'arte della scrittura tutte le sensazioni che provo. Ma poi mi rendo conto che il mio tipo di scrittura non è nulla di così straordinario, se non una semplice stesura di eventi sfortunati e riflessioni che chiunque potrebbe fare. Riecheggia anche qui un senso di impotenza, di inferiorità: perchè mi sento in dovere di eccellere nella scrittura? Perchè dovrei dimostrare capacità in quest'arte? E di nuovo, tutta la ruota dei pensieri gira.

Non ho mai negato il fatto di riconoscere la mia (dis)abitudine alimentare, tanto meno le mie paranoie che coinvolgono il resto del mio (parafrasando Husserl e a suo modo anche Binswanger così come Heidegger) Erlebnis (esperienza-vissuta). Il fatto è che appena provo ad andare oltre, a scavalcare queste mura di cui non posso negarne la vista, è come se immediatamente delle radici mi si attorcigliassero lungo le gambe, ed ogni passo allora diventasse sempre più difficile da fare, o forse addirittura impossibile. Faccio fatica a muovermi. Mi si attaccano ai polpacci, alle ginocchia, e mano a mano salgono verso le cosce. Sono così pesanti. Così come è pesante questo macigno che sento sul petto, che mi fa altrettanto annaspare in ogni respiro. Non riesco a respirare, ed il cuore mi batte forte tanto da sentirlo in testa. Piango, e tiro su con il naso come fossi una bambina. E come una bambina, scappo via senza voltarmi indietro. Mi vergogno per come mi sento, e mi nascondo dietro il più falso dei sorrisi. Mi chiedo cosa sia successo, ma soprattutto come è stato possibile. La pioggia ed il sole, il giorno e la notte, non hanno più alcun significato per me.

Forse mi si è rotto qualcosa dentro. Ma ho il terrore di guardarmi dentro, perchè forse sarà tutto buio. Ed io ho paura del buio. E' come se ogni giorno fosse diventato un lunedì. Davanti a me ho solo una strada in salita, e se mi guardo indietro non vedo niente. Trascino i miei giorni con tutt'e due le mani. Alcuni lasciano addirittura il solco per terra per quanto pesano. Se funzionasse tutto con un "abracadabra", allora chiuderei gli occhi e conterei fino a tre. Proprio come fanno i bambini più innocenti. Uno, per allontanare le cose brutte. Due, per desiderare le cose belle. Tre, per pregare che funzioni. E che tutto questo smetta di farmi così tanto male.

Quando mi guardo allo specchio, i miei occhi non mi restituiscono lo sguardo, non so più neanche quando si siano spenti. Non c'è stato un giorno, ci sono voluti anni, e si sono consumati come una candela. I miei occhi, nel riflesso dello specchio, mi evitano. Così li trucco a memoria, per non doverli guardare.


Un saluto vuoto, da Val.

1 commento:

  1. Tutt'altro che vuoto. Mi piace la tua anima. Quando riuscirai attraverso la scrittura (perche ci riuscirai) a staccarti dalle contingenze (alimentari) sarai in grado di esplorare le cose dell esistenza con meno dolore.
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