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16 mag 2014

Non è solo il corpo.


Ah! Maledetti specchi! Vivono di riflessi. Stanno in agguato dei passanti. Ci muoviamo senza fare attenzione. Ed ecco d'un colpo ci intravvediamo, il colorito malsano, smagriti, le labbra e gli occhi come fiori malati. Sono proprio loro che ci prendono il nostro bel colorito, forse. Noi siamo pallidi perchè glielo abbiamo ceduto. La salute che avevamo si perde in loro come un maquillage nell'acqua.
G. Rodenbach
"L'ami des miroirs", in "Il regno del silenzio"


La citazione qui sopra è di un poeta belga e l'ho trovata trascritta nel libro di Umberto Galimberti, "Il corpo". Mi ha colpita fin da subito, soprattutto quando ho letto della morte di questo autore straniero. A quanto dice lo psicoanalista e filosofo italiano, questo scrittore soffriva di una malattia mentale (non specifica quale) che lo portò ad avere una relazione distorta tra ciò che percepiva del suo corpo nello specchio e la realtà fattuale del suo corpo. Non riusciva a "comporre" il corpo che "sentiva" con l'immagine che vedeva. Sarà ritrovato annegato nel suo stesso sangue, tra i pezzi e le schegge dello specchio. Una morte di cui tutte noi prima o poi parliamo o a cui aspiriamo: spaccare quel vetro riflettente l'immagine di cui non vogliamo sapere nulla, o che al contrario, forzatamente ci costringiamo a studiare, toccare, maledire. Una morte, quella "nostra", più di tipo metafisica che altro, in realtà: sennò saremmo già belle che andate da un bel pezzo. Scusate questa sfacciataggine, ma non esistono altri mezzi termini per dirlo. Non ho problemi ad ammetterlo: ho desiderato, ed ancora oggi succede, la morte di questo mio corpo. Ho contemplato sì, la morte fisica (di pensieri suicidi ne ho avuti), ma quello di cui sto parlando è un tipo di annullamento che va oltre la mera fisicità. Come ho detto sopra, è anche una morte metafisica. La mia non è una teoria originale, lo so bene, ma cercherò di rifletterci il più profondamente possibile, perchè è da diverso tempo che ci sto ponderando sopra, anche se, conoscendomi, credo che continuerò ad approfondire (non mi basta mai, eh?).

Il corpo è solo la corazza, è solo il medium di tutto questo tribolamento mentale che ci si crea. Il corpo è solo un mezzo per dire qualcosa che non si riesce a comunicare, è l'unico strumento di cui si è dotati per dialogare un qualcosa di più profondo, che il linguaggio più comune non riesce a pronunciare. E' più uno specchio per le allodole che altro. Dietro i digiuni, dietro le abbuffate, dietro i tagli, dietro le forme corporee, dietro le paranoie, c'è ben altro. Noi non siamo solo epidermide, e questo è fondamentale capirlo fino in fondo: non siamo il corpo anatomico studiato dal medico, non siamo un mero oggetto. Siamo Leib (corpi-vissuti) ed in quanto tali siamo esperienza, emozioni e, inevitabilmente, vita. E forse è proprio questione di vita, non tanto di corpo. Ho iniziato a pensare sempre più spesso (per via degli studi che sto facendo per la tesi) che il disturbo alimentare sia più derivato da una questione esistenziale che altro. La storia secondo la quale è la società ad essere la fonte primaria del disturbo, è solo una balla bella e grossa. Non nego che anch'essa faccia parte dei fattori di rischio, ma ciò non significa che sia in pole position per aggiudicarsi questo "premio". Sennò non si spiegherebbero d'altronde i primi casi di anoressia: tralasciando le cosiddette "sante anoressiche" che digiunavano per motivazioni religiose; Ellen West per esempio, è nata del 1888 ed il suo disturbo si è presentato nei primi anni del '900. C'è anche il caso seguito dal medico Pierre Janet e della sua paziente Nadia, nata tra l'altro molti anni prima rispetto alla paziente seguita invece da Binswanger. E molte altre ancora. Quindi, dato che (per pura supposizione) non ritengo che nell'800  (se non prima), l'idea della magrezza fosse contemplata, questo mi porta a dedurre che non sia tanto una questione di stereotipi che vengono fatti passare come "modelli" da seguire ad essere i motivi primari dello scaturire di un disturbo alimentare.

E' un problema esistenziale, o almeno questa è la conclusione che ne traggo io dalla mia propria esperienza. Ho capito che non è solo questione di corpo solo dopo diversi anni di psicoterapia con il Dottor R., devo ammetterlo. In realtà è proprio in questi ultimi mesi che ho tratto queste conclusioni. All'inizio della terapia, per dire, il mio colloquiare era una semplice difesa al voler essere magra e basta, perchè era solo così che potevo accettarmi ed essere, di conseguenza, accettata. In realtà poi, grazie allo scavare terapeutico ed anche alla pazienza del Dottor R., ho scoperto un significato "altro". Che il corpo è il veicolo dell'espressione interiore di qualcosa che è molto più insito al mio essere-nel-mondo. Ognuna ha il suo motivo, ed è per questo che infatti ho sempre ritenuto che esiste anoressia e anoressia, così come bulimia e bulimia. Che poi a livello scientifico (quindi secondo il DSM-V) ci siano delle rispondenze comuni, quello è solo la parte della medaglia più visibile all'occhio umano. Così come Aristotele credeva che ci fosse una parte della Terra inabitabile ed alla fine, con la scoperta del cosiddetto Nuovo Mondo, si riscontrò il contrario, facendo scaturire così la definitiva morte della tradizione aristotelico-tolemaica. Ecco, allora è proprio quella porzione del "nostro mondo" che dobbiamo andare a cercare, perchè per quanto poi faccia male, per quanto possa essere difficile, è proprio da quel portare alla luce qualcosa che era nascosto, che alla fine si può giungere ad un elemento fondamentale: la consapevolezza. Fidatevi: sebbene possa sembrare banale, raggiungere quella chiarificazione interiore, può cambiare le cose. Certamente sarei un'ipocrita se dicessi che non digiuno più a pranzo. In realtà continuo ancora a farlo e non contemplo minimamente l'idea di cambiare questa mia (dis)abitudine (sebbene il Dottor R. si impegni a spronarmi nel farlo). Però, questo è un aspetto ancora troppo superficiale, a mio parere. La vera "svolta" sta nel comprendere a pieno quale sia il significato più intrinseco del proprio disturbo alimentare al fine di delucidarsi davvero sul motivo per cui diamo così tanto peso al corpo (scusate il gioco di parole). Forse perchè è l'unica cosa che si può controllare, l'unica cosa a cui possiamo dettare le regole. Chi può legiferare sul proprio corpo se non noi, d'altronde? Ma non posso parlare io per voi: io parlo solo alla luce della mia esperienza, che non può essere altro che la mia vita. Una vita anoressica, poi bulimica, ed ora "non oltremodo specificata" come sosterrebbe il DSM-V.

Sono tanto brava a parlare, ma poi razzolo piuttosto male. Mi domando allora perchè abbia scritto questo post.

Un saluto oltremodo corporeo, da Val.

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