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04 apr 2014

Il giudizio.



Quanto dolore ti risparmi dormendo. Il problema è quando ti svegli.
Alessandro d'Avenia
"Bianca come il latte, rossa come il sangue"



Non so perchè, ma fino a che non ho ricevuto una risposta da parte di L. (ricevuta [halleluja] mercoledì sera), mi sentivo persa. "Persa" in quanto non avevo il controllo di quella situazione: non sapevo i motivi per cui non si fosse fatto sentire, o perchè non avesse risposto subito al mio messaggio, o per chissà cos'altro. Ero convinta addirittura di essermi inventata che lui avesse parlato di una "ex". Mi sono chiesta: ma ha parlato di "ex-ragazza" o "ragazza"? Ho dubitato addirittura di questo. Credetemi: stavo per uscirne pazza. Queste sono situazioni in cui non si ha controllo, e sicuramente potrete anche voi capirne la difficoltà di gestione che ne è conseguita per me. Assurdo, no? A pensarci mi sento solo una cretina, in tutta sincera onestà. Per spiegarlo con un esempio: con G. sapevo come era e di conseguenza ero in grado di dedurre le sue azioni/emozioni e questo anche perchè prima di uscirci avevo parlato una miriade di volte con lui, e questo mi ha garantito un background, un feedback. Con O., sapevo anche in questo caso cosa aspettarmi: niente. Ma con L., che non conosco, e tanto meno non so come sia fatto, è stata tutt'altra cosa. E' stato il non-controllo a farmi persino dubitare delle mie facoltà mentali. E' stato il non-controllo della situazione a farmi arrabbiare per uno messaggio che non arrivava: come posso prendermela così tanto, per una cosa così..umana? Quante persone avranno aspettato un messaggio senza delirare come ho fatto io? Molte, sicuramente.

In più, probabilmente l'assenza della risposta, non confermava nulla. Non confermava una sua impressione, non confermava se ero piaciuta o meno. Il fatto è che sentivo l'urgente necessità di ricevere una conferma sul mio essere. Avevo bisogno, anche qui, di un giudizio esterno, di un parere che non provenisse da me o che, meglio dire, non fossi io a darmelo. Come se non potessi fidarmi di null'altro se non delle persone esterne. Invece, la "normalità" vorrebbe che a prescindere da uno sguardo al di fuori del proprio, ci fosse il mio proprio io a definirmi, a confermarmi in quanto me. Invece no, io non conosco altro modo che il giudizio esterno. Motivo per cui, dopo un'attenta riflessione, ho dedotto di aver dato così tanto peso a questo evento che forse in un passato più remoto non avrebbe fatto scaturire questi miei pensieri. Strano, vero? Intendo il fatto che non riesca a confermarmi io stessa, ma che abbia bisogno degli altri. E sebbene lo ritenga "strano", allo stesso modo, non vedo perchè dovrei essere io a confermarmi, a definirmi. Non vedo perchè dovrei farlo io, dato che in mente ho sempre tutti gli episodi nei quali credevo di essere una determinata cosa, ma poi l'esterno mi diceva il contrario. Figurativamente parlando, pensavo di essere un pesce, ma la gente mi ribadiva che invece ero solo carne. Do ancora tanto potere agli altri: questa cosa mi ha rovinato la vita a partire da quei due ragazzini che mi presero in giro, ed anche prima (cfr. mia madre). Eppure ci sbatto ancora la testa. Invece, quando per esempio ero sottopeso (sigh) e tutti mi dicevano che ero troppo magra, io ero subito pronta a rispondere che non me ne importava nulla del loro giudizio: l'importante eravamo io e la mia percezione. Non capisco perchè ne sia così dipendente. O meglio, lo so, ma mi sembra impensabile anche a me. Mi spiego meglio, con un pratico esempio. Ho fatto amicizia con due persone, un ragazzo ed una ragazza (rispettivamente, A. e C.), ormai da diverso tempo. A. già lo conoscevo perchè ci siamo immatricolati lo stesso anno, ma solo a partire da quest'ultimo anno accademico ci siamo molto avvicinati. C., invece, l'ho conosciuta al corso di Psicologia generale, e posso sicuramente dire che è una persona dolcissima, molto altruista e generosa. Sono due persone divenute ormai speciali, per me. Davvero. Ognuno di noi ha i suoi problemi, ha vissuto determinate esperienze ed è per questo che spesso ci confidiamo a vicenda: tra di noi siamo noi stessi, ed ognuno sa dell'altro. Un paio di settimane fa, si parlava di me e del mio modo di percepirmi negativamente, rispetto a come mi vedono gli altri (teoria loro, ovviamente). Non so come, ma alla fine è partita l'idea che io e C. dovessimo farci giudicare da tale A., una persona molto sincera, spavalda e senza alcun tipo di censura. Insomma, si è messa in atto una vera e propria terapia di gruppo.

Rivolgendosi a C., il giudizio di A. è stato "Tu sei perfetta"; al che potevo immaginare quindi che qualora si fosse poi concentrato su di me, non avrebbe detto sicuramente la stessa cosa. Infatti, una volta posato lo sguardo sulla sottoscritta, ha detto che non gli piaceva il neo che ho sul viso, e che ho un bel fondo schiena ma  pur tuttavia non sapeva perchè non gli piacesse. La mia reazione? Semplice, quanto infantile: sono scoppiata a piangere. Ora, di primo acchito, sicuramente non può essere stata una bella esperienza. Ma, a suo modo, posso dire di esserne uscita vincitrice. Vi spiego meglio il perchè: se davvero l'episodio mi avesse lacerata in maniera così indelebile, me ne sarei andata via senza neanche rivolgere a loro la parola. Invece sono rimasta, ed anzi, successivamente mi sono anche divertita. Da questo episodio sono riuscita a cogliere qualcosa di diverso: l'ho rivissuto da più lontano, capendo le dinamiche che si sono svolte ed addirittura il mio assolutizzare quel giudizio del neo su tutta la mia persona. Certo, questo non mi farà trovare la svolta per cambiare in termini cognitivi, ma in qualche modo io quel giorno ho vinto. Ho vinto su una sensazione che poteva rimanermi addosso per tutta la giornata, una sensazione marcia, di quelle che corrodono. Ma non mi sono sgretolata: forse è successo per un solo istante, quando sono esplosa in quella emozione che avrei voluto rigettare indietro. Ho avuto due grosse vittorie, quindi: la prima, rispetto allo stare lì senza fuggire (per questo dovrei molto probabilmente ringraziare la Dottoressa D. ed i suoi esercizi), seconda cosa, la vittoria più grossa è stata quella di trasformare quella situazione sgradevole, in una situazione non dico piacevole perchè sarebbe troppo, ma almeno tollerabile. Insomma sono riuscita a prendere le distanze. Parlandone con il Dottor R., deve essere però considerato un certo aspetto: il valore dell'affermazione di A.

L'intento, che era derivato da C., sicuramente poteva essere buono, tuttavia è stato  il metodo ad essere sbagliato. E questo perchè, alla fin fine la rassicurazione proviene dall'esterno (positiva o negativa che sia). Quello che dovrei imparare, invece è tenere in considerazione la parte mia interna. Se iniziassi ad accettarmi (sì, come no), probabilmente non avrei bisogno di sapere dall'esterno come posso apparire. Cioè, la definizione fatta dall'esterno, è un tipo di definizione che, in fin dei conti, è fine a se stessa, effimera. La rassicurazione non serve, soprattutto se è esterna. L'accettazione sarebbe il metodo fondamentale. Al che, mi sarei voluta alzare, dare una bella pacca sulla spalla (in segno di "amicizia") del Dottor R., e dire "Seh, come no. Fosse facile". 

Ah, attenzione. Per "accettazione", non intendo una determinata azione che viene fatta svolgere per mezzo di una mannaia eh.


Un saluto giudizioso, da Val.

2 commenti:

  1. Stai crescendo cara Val e ne sono felice...vorrei vederti tra dieci anni, sarai una donna splendida...
    Carina la battuta della mannaia! :)

    *Appena posso ti scrivo con calma*

    Intanto un abbraccio forte

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  2. Sei sparita... Torni? :-) Mi auguro di leggerti presto!

    Un abbraccio

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