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01 apr 2014

A chi credere?


Ma spesso questo corpo che portava [...] questo suo corpo, con tutte le sue facoltà, le sembrava non valesse nulla.
Virginia Woolf
"La signora Dalloway"



Un momento mi vedo tonica, sportiva, azzarderei persino atletica. Il secondo dopo, sono flaccida, gigante e gonfia. Come può il sistema cognitivo farmi errare in tal modo? A dire il vero, se vogliamo essere sinceri, io non so più a chi credere: a me stessa (e quindi alle mie percezioni), o a chi dice che sono magra o per lo meno che sto bene così come sono? E' difficile capire a chi dar retta o meno: da un lato, sarebbe assurdo dubitare di se stessi perchè si evincerebbe un che di contrastante e probabilmente si cadrebbe in uno scetticismo vero e proprio rivolto all'"io", ma  se andassi a credere solo all'altra parte della medaglia, è ancora più destabilizzante perchè se fosse vero che gli altri hanno ragione nel momento in cui mi giudicano, allora ci si dovrebbe attestare sempre e solo a quelli che essi dicono di te. Quando penso a tutto questo, mi sento disabilitata dalle mie stesse facoltà intellettive.

Una volta che ho raggiunto quella consapevolezza sulla malattia (avvenuta ormai anni fa), il problema che è sorto in quel momento, non è stato tanto preoccuparsi di come "uscirne" (se uno ha consapevolezza di qualcosa, non dovrebbe d'altronde quindi fare in modo di cambiare?), piuttosto si inizia a dubitare del proprio raziocinio, del proprio sistema cognitivo, del proprio stesso pensiero in sé. Almeno questo è quello che è capitato a me. Quando ho capito che il mio era un problema, ho subito creduto di aver perso parte, se non tutta, della mia identità. Un'identità che si è formata nel corso dell'anoressia, che si è plasmata come ho voluto io, o per lo meno, come ho creduto di volere io. Perchè una volta che entra in gioco quel tipo di consapevolezza, almeno io, non ho potuto far altro che mettere in discussione tutto. Certo, è anche capitato di non dare quasi mai il beneficio del dubbio a coloro che testimoniavano il contrario di quello che io percepivo (e percepisco) di me stessa. Ma è anche altrettanto veritiero il fatto che ogni tanto, si dubita anche di se stessi  e ci si chiede se allora siano gli altri ad avere davvero ragione. E se anche si accettasse quest'ultima asserzione, che ne rimarrebbe di me? Che ne rimarrebbe del mio pensiero? Che ne rimarrebbe del mio "io" che percepisce, pensa, sente, se tutto quello che fa è "sbagliato"? Cioè, l'esperienza mi ha insegnato che la maggior parte delle volte, dal punto di vista cognitivo, erro. Sbaglio quando giudico il mio corpo, sbaglio quando giudico una determinata azione proveniente dall'esterno, sbaglio quando percepisco una determinata cosa, insomma. E questo mi fa dedurre che un pò tutto il mio essere erra, no? La mia esperienza d'altronde mi ha insegnato questo. Quante volte, parlando al Dottor R. di una determinata cosa, lui mi ha fatto notare il mio erroneo pensiero? Ho ancora in mente ad esempio, una delle nostre primissime sedute, in cui lui mi fece indossare degli occhiali da sole, chiedendomi di che colore vedessi la stanza tramite quelle lenti colorate: io risposi che erano "gialle", e subito dopo averli tolti mi fu domandato di che colore vedessi le lenti dall'esterno: erano grigie. Non lo dimenticherò mai questo episodio. Ancora oggi, ogni tanto, il Dottor R., me lo ricorda.

Il ruolo del giudizio, nella mia esperienza, ha sempre avuto, a suo modo, una propria valenza. Ne faccio uso quando spiego che ho paura del giudizio altrui e che quindi per me risulta alle volte fondamentale; ma ricordo benissimo anche quando ero particolarmente sottopeso: la gente continuava ad additarmi come malata, ed io replicavo che non me ne importava nulla del giudizio altrui. Strano, no? E' una carta jolly, ecco: alle volte serve, come altre volte no.

Il giudizio si è esteso addirittura anche fino ad L.: venerdì ci siamo visti, siamo stati molto bene (almeno questa è stata la mia impressione). Sono stata 4 giorni (compreso oggi) senza un suo messaggio, ed io non sapevo mai se scrivergli o no. Tutti, eccetto una persona, mi hanno detto di non farlo, che potevo risultare petulante o pesante. In fondo anche qui il giudizio è una formula fondamentale: do retta agli altri, senza tener conto di quello che davvero io vorrei fare, vale a dire fargli sapere che sono stata bene con lui, e che sarebbe piacevole replicare. Il Dottor R., oggi mi è stato di fondamentale aiuto: mi ha come scrollato di dosso tutti quei consigli che avevo sentito e mi ha fatto capire che se sento il desiderio di scrivere, gli devo scrivere e basta. Ed è successo infatti. Gli ho scritto alle 18.05. Sono le 23.20 ed ancora non ho ricevuto risposta. Eppure, nonostante fossi stata io a proporre di prenderci un caffè, alla fine è stato lui stesso a propormi di andarlo a prendere al di fuori dell'Università. Per me era significato di qualcosa. Eppure, credevo che fosse stato bene: abbiamo riso parecchio, abbiamo parlato fino a dimenticarci di controllare l'ora perchè lui doveva andare a lezione di Storia della Filosofia Antica. Allora avevano ragione gli altri: avevo torto io a volergli scrivere. Perchè appena provo ad essere "me stessa", vado a finire sempre contro un muro? Ed allora a cosa mi converrà mai essere "me stessa"? A cosa mi converrà mai espormi così tanto, per poi non ricevere neanche una risposta? A cosa mi converrà mai praticare l'arte del "vivere sereni" se poi di sereno non c'è proprio nulla?

A cosa converrà mai "essere me stessa" se poi non piaccio per quello che sono?

Dannazione L., rispondimi.

Non so più dove sbattere la testa. A chi credere?


Un saluto credulone, da Val.

1 commento:

  1. Prova a far epoché e allontanati dall idea dell esistenza di presunte verità da scoprire.
    L essere non è accade!
    Susi

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