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09 mar 2014

L'incomprensibilità altrui.


La solitudine era come una pietra, era come certe stelle morte, immense e senza luce nella loro spietata densità fatta d'atomi compressi. Il vuoto gli si appiccicava addosso, era risucchiato dalle esangui fauci del nulla. Si fermò. Ogni ulteriore passo non aveva più senso, era come star fermo.
Friederich Dürenmatt
"La trappola", da "Racconti"


Tengo troppo a questo blog per chiuderlo. Ci avevo pensato a prendere baracca e burattini ed andarmene, sapete? Qui non ha importanza quante persone commentino, o quanti followers io possa avere. Davvero, non è questo il fine ultimo del blog. In realtà questa mia piattaforma personale era nata inizialmente come una sorta di piano di controllo, per imparare a gestirmi: ero da poco iniziatami all'anoressia, e mia madre aveva scoperto tutto leggendo il mio vecchio diario che, stranamente, ancora conservo. Raccontavo del mio peso, di quello che avevo mangiato ma non era un vero e proprio D.A. quello di cui scrivevo (anzi non credo di esserne mai stata capace), però non mi facevo nemmeno così tanti scrupoli a dirmi quanto mi facevo schifo per aver mangiato questo o quello. Ora invece me ne vergogno. Ho accennato spesso sì, alle mie abbuffate, ma ora non ne parlo più: sono parte di questa mia storia di ordinaria follia (parafrasando Bukowski). Certo, sarei ben contenta di poter dire di aver perso peso, giusto poi per ricordarmi che una forza, alla fin fine l'ho ripescata da qualche parte nei meandri del mio essere.

Ho litigato con mio padre lo scorso mercoledì (da allora non mi parla più), e mia sorella si è arrabbiata con me stamane perchè, come ogni sabato sera passato a casa, ho svuotato la dispensa (ho trovato delle chiavi coincidenti con la fessura di quest'ultima). Mio padre mi ha urlato di essere un'egoista (per chi mi legge sa che questa non è la prima volta che me lo dice), e questo non mi ha colpita più di tanto. La cosa che mi ha sbalordita è stata quando (per la prima volta) ha giocato una sua nuova carta-jolly: uso il disturbo alimentare per giustificare questo mio comportamento, quando per lui in realtà è solo questione che non me ne frega niente e che non mi voglio sforzare a non mangiare tutto la notte. Mi ha piazzato questo poker di assi vincenti, ed io sono rimasta allibita. Mentre in precedenza mi parlava dei soldi che gli facevo spendere per la terapia (cosa che non deve più fare perchè me la pago da sola traducendo testi dall'inglese all'italiano per il Dottor R.) per farmi sentire in colpa, quel giorno ha avuto la brillante idea di cambiare tattica. E comunque non è stato bello sentirsi dire quelle cose, assolutamente. Come mio solito, sono stata in silenzio, attendendo il termine della sua solfa. Ho parlato dell'evento al Dottor R., ed appena gli ho descritto la mia reazione assente, ha chiesto perchè non avessi detto nulla. Mi ha fatto un esempio: poniamo il caso che sono in ritardo e devo andare da mio padre perchè abbiamo un appuntamento da chissà quale parte. Camminando però, inciampo e mi faccio male alla caviglia e questa storta mi fa proseguire ancora più lentamente (doppio ritardo). Una volta raggiunto mio padre, lui inizia ad urlarmi che sono un'egoista perchè sto andando lenta e gli sto facendo far tardi all'appuntamento. Ecco, posto quindi questo, glielo direi che mi sono fatta male alla caviglia? "Certamente" ho risposto.

Seguendo questa metafora, allora dovrei dire a mio padre che io sto ancora male. Nel 90% dei casi, dopo una fase anoressica, si cade nella bulimia. E' scientificamente provato. Ed allora, sotto consiglio del Dottor R., dovrei dirlo a mio padre. Dirgli che sto parecchio male, e che sto attraversando da diverso tempo questa tortuosa fase bulimica piena di fosse, scavi, calcinacci sui quali inciampo, senza lasciarmene indietro neanche uno. Li prendo tutti, e casco sempre. Dovrei dirgli che deve "accettare" che questo mio comportamento viene fatto scaturire dal disturbo alimentare. O, meglio, deve vederlo. Per mio padre è tutta una questione di volontà, come ho detto poco prima: per lui devo solo avere la forza di volontà di frenarmi. E' che mio padre non vuole vedere l'aspetto sintomatico della bulimia. Non vuole vedere quella caviglia gonfia che pulsa e che fa male da morire. Pensa solo che sia quella figlia troppo golosa ed egoista, e che i disturbi alimentari li faccio passare esclusivamente come una scusa per proteggermi. Come se fosse il "passepartout" per ogni giustificazione. Ed allora dovrei dirglielo, ed anche se continuasse a non voler capire, a non vedere quella caviglia pulsante, almeno io starei con l'anima in pace e non avrei davvero niente da giustificare.

E poi, "giustificare" che cosa? Il mio dolore? Che sto peggio di prima? Che in realtà il mio aumento di peso (da 2 anni a questa parte) è solo dovuto a queste abbuffate e non ad una mia volontà di guarigione? "Giustificare" che cosa? Per mio padre è come se fossi guarita all'improvviso. A lui basta vedermi in carne, e da qui ne ha fatto conseguire la fase di miglioramento. Ed è per lui, quindi intollerabile che io mi comporti ora così, perchè ai suoi occhi io sono "normale". Ai suoi occhi io sono guarita e le mie abbuffate non possono essere assolutamente correlate al disturbo alimentare.


Un saluto passepartout, da Val.

2 commenti:

  1. Sei da coccole. Niente più.

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  2. Cara Val, ricordo l'ultima volta che tuo padre ti ha detto queste cose e mi sorprendo che non sia ancora cambiato nulla. Perché non gli fai incontrare il dottor R. e non gli parlate insieme? Tuo padre è così sordo e cocciuto? Le questioni famigliari vanno risolte definitivamente prima o poi, le questioni personali anche. Vorrei sentirti via mail, ti andrebbe? Ti lascio il mio indirizzo: giulianatalia87@hotmail.it Scrivimi se ti va ♥

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