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22 mar 2014

Che hai deciso di fare della tua vita?



Perchè sono fatto così? Perchè tengo alle cose sbagliate, e non mi curo di quelle giuste? O, per metterla meglio: come è possibile che, pur rendendomi conto che tutto quello che amo o che m'interessa è un'illusione, io continui a sentire che tutto ciò per cui vale la pena vivere risiede proprio in quell'illusione?
Donna Tartt
"Il cardellino"


Il titolo del post designa il modo con cui si è aperta la seduta con il Dottor R., questo martedì, quando sono andata da lui. Non ho saputo dargli la risposta. Almeno non subitamente. So quello che vorrei fare dopo l'università ad esempio, sebbene a grandi linee. Devo fare un progetto di vita, questo è il punto. Ma il problema è che nel momento stesso in cui do loro voce, sono contemporaneamente dubbiosa di poterci riuscire. Se smettessi di far ruotare tutto intorno al cibo, probabilmente le priorità (per quello che voglio fare in seguito all'università, o per altri progetti sui quali vorrei investire, come la fotografia) mi farebbero acquistare maggiore piacere e quindi mi garantirebbero uno spostamento di attenzione dal cibo ad altro. E' evidente che sarebbe più facile se davvero fosse qualcosa che mi piace (motivo per cui il Dottor R., vuole che metta nero su bianco determinati obiettivi della mia vita). Devo essere sicura di quello che voglio fare con me.

Il fatto, però, è che io mi freno: penso a qualcosa di negativo, e quindi mi nego quella determinata azione. Qualche persona forse (come io stessa ho poi replicato) potrebbe ritenere il mio tipo di atteggiamento (vedere ipotetiche conseguenze negative), come un comportamento realista. Con un'acuta retorica, il Dottor R. ha detto: "Ma come puoi essere più realista del tuo essere realista attuale?". Touchè. Dopo un'attenta riflessione ho capito che non è infatti così: è nel momento stesso in cui inizio quel pensiero su un eventuale risultato negativo che mi sto "rallentando".

Le esperienze che ho vissuto dall'età dei 12-13 anni, inutile dirlo, mi sono rimaste dentro, mi hanno segnata dal punto di vista emotivo. Mi fanno leggere così anche questa realtà, sebbene possa riconoscere che il mio fisico da allora sia cambiato. E' come se, come dire, i pensieri divenissero realtà: "Mi vedo grassa" è uguale a "Io sono grassa". In effetti sono pensieri che hanno un concreto riscontro in quella che il Dottor R. ha chiamato "memoria emotiva", per cui io mi guardo allo specchio e mi vedo come ero in quel periodo e come quindi non vorrei essere, anche a dispetto di un'evidente differenza. La minaccia tuttavia resta: la possibilità che io nel giro di poco tempo possa ridiventare come ero ad un tempo, ha una valenza molto forte di minaccia. Quando infatti ho avuto slanci verso un'idea di poter stare meglio, è stata proprio l'idea di questa quiete che potesse coincidere ad una perdita totale di riferimento rispetto a questo "non essere grassa" come potevo diventare, che mi ha fatto spaventare. Per cui sono tornata indietro.

Ho iniziato a credere a quelle esperienze, che sono state fondamentali. Ma perchè hanno avuto effetto su di me? Questa è una domanda che mi sono sempre posta. La psicoanalisi, parla sempre di un significato ultimo, di un'origine nascosta agli aspetti sintomatici di un determinato disturbo. Io invece, grazie al ragionamento (unico mezzo per conoscere, scoprire, svelare) ed all'aiuto del Dottor R., ho determinato che l'equilibrio si è rotto con mia madre: non mi ha dato la possibilità di sentirmi di valore per quello che volevo, provavo, sentivo. Non mi faceva sentir legittimata di fare/sentire/dire nulla. Quindi nel momento in cui ci sono state persone che mi hanno segnalato le ragioni per cui secondo loro io non valevo, le ho fatte diventare tutte mie. E piuttosto che investire, per dire, sull'amabilità, sull'altruismo, sulla simpatia, ho investito sul corpo, perchè ho pensato che solo questo potesse essere un ambito in cui il mio valore poteva essere riscattato. Le esperienze vissute sono state solo scompensanti. Questo è stato il significato della mia anoressia (nella fase passata). La bulimia sono un altro paio di maniche. Non c'è bisogno quindi, almeno per me, di chissà quale tipo di psicoanalisi e metodologie psico-analatiche per capirlo. Basta il puro raziocinio. Chi se ne frega dei sogni. Chi se ne frega delle simbolizzazioni. Chi se ne frega dell'io freudiano, del super-io e dell'es.

Non sopportazione per la psicoanalisi a parte, mi sono meravigliata, quando il Dottor R. ha detto che questi miei pensieri sono una preoccupazione reale: la minaccia è incombente, tuttavia la percezione di gravità, probabilità ed imminenza della minaccia, è distorta dalla stessa minaccia. Mi ha così spiegato l'emozione dell'ansia, tramite una formula "matematica" che mi sono forzata di ricordare, per "segnarmela" anche qui, nel blog. E' una sorta di frazione:


Probabilità  x Gravità x Imminenza 
________________________________________________________________________________

Quanto mi ritengo in grado di fronteggiare l'evento + Quanto mi ritengo capace di aiutarmi tramite l'esterno


Quello che succede è che l'ansia aumenta se aumenta ciò che sta al di sopra della frazione e rimane invariato ciò che sta al di sotto. Quello che dovrei imparare a fare è diminuire il numeratore o aumentare il denominatore. Quando io sto in ansia, succede che la probabilità, la gravità e l'imminenza vengono distorte dalla stessa ansia. Mi sembra quindi più probabile, più grave e più imminente che questa mia paura possa verificarsi. In altri termini, mi guardo allo specchio e poi mi peso ma mi viene l'ansia anche se la bilancia dice che da 62.9 kg sono passata a 63.3 kg. In questo modo, pur trattandosi di 0.01 etti, la mia percezione viene distorta e mi sembra più grave. Eppure questi 100 gr mi fanno percepire questa cosa come molto più grave. La minaccia e l'aumento di peso mi fanno vedere come più probabile, più grave e più imminente la minaccia di aumento di peso. Quello che bisognerebbe fare sarebbe: ragionare sull'imminenza, gravità e probabilità che questo possa accadere.

Formula matematica a parte, ora quello che voglio fare è mettere nero su bianco quali saranno i miei obiettivi di vita. Elena Fabrizi, detta anche Lella Fabrizi o meglio conosciuta come Sora Lella, in un film con Carlo Verdone di cui ora ho rimosso purtroppo il titolo, ha esordito in una battuta dicendo: "Ah, annamo bene! 'Nnamo popo bene!".


Un saluto progettato, da Val.

2 commenti:

  1. In questo abisso entro il quale ti seppellisci giorno dopo giorno, trovi la forza di metterci pure l'ironia, è questo che mi piace di te, nonostante tutti i problemi e le ansie parli di te con la chiara freddezza di chi parla di un altro che non è se stesso. Come se stessi seguendo il caso di Val da lontano e lei non ti appartenesse...non so, ho questa percezione adesso nel leggere le tue parole, vorrei dire qualcosa di più ma non credo serva. Tu sai esattamente cosa ti serve e sai esattamente cosa fare...in questo momento ne ho la certezza.

    Ti abbraccio forte Val, appena ho un po' di tempo ti rispondo con calma.

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  2. Ti ho cercata per un po' e finalmente ti ho trovata.
    Sono passati circa due annetti da quando ho iniziato a leggere di te, sebbene in maniera non del tutto continuativa. Da poco ho preso la decisione di non limitarmi più a sbirciare nei mondi delle persone da dietro un vetro senza dire nulla: ho creato a mia volta un blog per poter liberare le mie angosce, ma soprattutto per poter interagire.
    Mi spiace leggere ancora delle tue questioni ancora irrisolte in te, ma non posso negare che ritrovare questo blog mi ha sollevata. Condivido una parte dei tuoi problemi ma non ho saputo accettare un "Dr. R." nella mia vita.

    Continuerò a leggerti.

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