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16 feb 2014

Un post binswangeriano.


Chi può sapere se il vivere non sia morire ed il morire non sia vivere?
Euripide


Nulla ha più senso. Nulla mi eccita alla vita. Nulla mi stimola. Ma tutto mi ingrigisce. Tutto mi corrode. Tutto mi fa marcire nella mia miseria mentale. Il mio essere-nel-mondo (sì, ogni tanto rievoco qualche nozione di filosofia, ed in questo caso è palese che stia parlando di Martin Heidegger), non ha nessun tipo di scopo. Tanto meno l'arché (parafrasando sempre Heidegger) che ogni filosofo (dal primo all'ultimo) ha cercato di definire e ricercare. Io non ho nessuna accezione di "essenza". Heidegger ha sempre parlato di Dasein, vale a dire l'esser-ci dell'uomo. Ecco, io quel "ci" non ce l'ho. Per "essere", per carità, sono (ed aggiungerei "purtroppo"). Ma non ho il "ci" dell'esser-ci vero e proprio (per dirla molto probabilmente in termini piuttosto superficiali). Ludwig Binswanger (psichiatra del '900) ha detto che non ci sono distinzioni tra "malato" e "sano". Entrambi sono gettati nel mondo, sono-parte-di-mondo, tuttavia è il loro modo-di-essere che è diverso. Un modo di essere che nel malato si conclude in quello che oggi possiamo chiamare "disturbo mentale". O almeno questa è la mia trasposizione personale binswangeriana ai tempi odierni. Il disturbo mentale scaturisce perchè la persona non riesce ad autodeterminare il proprio modo-di-essere. E dunque vive concentrato in questo suo mondo, ed è solo in esso che egli riesce a vivere. Queste sono alcune delle cose che ho estrapolato dal lavoro che sto svolgendo per la tesi, e mi piaceva condividerle con voi. Ovviamente è una trascrizione superficiale ed ancora non molto approfondita dell'argomento, tuttavia mi ha affascinata molto la teoria di Ludwig Binswanger inerente la non-distinzione tra "sano" e "malato". Interpretazione affascinante e direi anche giusta, dal mio punto di vista. In fondo sono sempre stata un pò esistenzialista anche io: Sartre mi ha sempre affascinata, ad esempio. Ed allora, mi sorge una questione: se questo è il mio modo-di-essere, se dunque si "risolve" nel disturbo alimentare (con diverse varianti ovviamente), come posso far sì che il mio essere sia altro? Cioè, seguendo l'analisi binswangeriana dunque io non dovrei appartenere a questo essere, no? Perchè come si è detto prima, questo modo-di-essere non è altro che un diverso modo di essere-al-mondo. Ed allora, qual è il mio essere?

Ludwig Binswanger, in "Per un'antropologia fenomenologica" ha scritto: 
"Bisogna sempre tener presente che non soltanto l'uomo "possiede" un corpo, che non basta sapere come è fatto questo corpo, ma che egli è sempre, in qualche maniera, corpo. Ciò non vuol dire soltanto che l'uomo vive col corpo, ma anche che di continuo egli parla e si esprime corporalmente".

Se fosse per me, trascriverei tutto quello che ha detto a riguardo, ma basta solo leggere queste poche righe per intuire quello che poi dirà. Insomma, quando viene meno quel linguaggio, quella parola, quell'urlo, il corpo è l'espediente per colmare quella mancanza. Ma, nell'anoressia (almeno questa è la mia deduzione), quel corpo diviene un "peso" (scusate il gioco di parole). Diviene il nemico da combattere, si è ostaggio di sé stessi e non se ne può fare a meno. Percepiamo quel vuoto dell'esistenza (Erlebnis, come lo definisce Binswanger [e non solo]) in cui si affaccia la pesantezza del vissuto corporale. Questo vuoto, non è altro che il nulla. Il nulla esistenziale per eccellenza. Non si riesce a "digerire" la vita, detta banalmente. Ed allora ci si rifugia in un folle modo-di-essere, che per me, è diventata l'anoressia. Questo è divenuto il modo-di-essere mio personale, che mi determina nell'essere-nel-mondo. Perchè, come dice ripetutamente Ludwig Binswanger, il mondo in cui il mio essere è gettato, è il "mondo" di chiunque altro essere. Solo che io mi sono costruita una mia nicchia personale, il mio modo-di-essere personale, ed è solo in esso che sono capace di essere-altro. Si vuole non-essere per essere. L'anoressia (sempre a mia interpretazione nata dalle prime letture che sto facendo), è la negazione di un che si percepisce come vuoto, come privo di quel famoso arché di cui Heidegger parla tanto. Ma pur fermo restando questo, è nello stesso disturbo alimentare che si ricalca quel vuoto esistenziale. Un esempio pratico? Parafrasando un altro filosofo, (e questa volta si tratta di Arthur Schopenhauer), è quella rincorsa a quel desiderio così vano che sebbene si riesca pure a raggiungere, non è mai abbastanza. Ed è lì che il vuoto esistenziale viene ad essere ricalcato, evidenziato maggiormente. E' lì che l'insoddisfazione si fa perpetua, e rilancia quindi nuovamente l'ennesima corsa ad un ulteriore desiderio. E' l'essere che si attorciglia su se stesso, alla ricerca di un senso, alla ricerca di un qualcosa che dia significato al proprio Dasein (l'esser-ci).

Siamo l'enigma che nessuno risolve (parafrasando, questa volta, il famoso scrittore norvegese, Jostein Gaarder).

Basta esistenzialismi. Per oggi la finisco qui.

Un saluto binswangeriano, da Val.

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