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04 feb 2014

Rassegnazione mode on.



"Sei felice, cara?"
"Non esattamente, sono disperata"
Margaret Mazzantini
"Manola"

Ieri ho avuto le due ore di psicoterapia sia con la Dottoressa D., che con il Dottor R., anche se tra l'una e l'altra avevo un'ora "di pausa". E' stato un pomeriggio devastante quello di ieri. 

La Dottoressa D., prima di farmi mettere davanti allo specchio in mutande e reggiseno, ha voluto istigare, se così si può dire, i miei pensieri valutativi sul mio corpo, facendomi vedere foto di modelle molto magre. L'esercizio è stato difficile a suo modo, ma soprattutto ne ho risentito nell'ora successiva, e durante quella con il Dottor R., a cui ho esposto il mio scetticismo su queste tecniche. Il fatto è che mi è inutile l'esercizio che svolgo con la Dottoressa D. (e questo a lei gliel'ho detto già un paio di volte): che io in quell'ora svolga quel tipo di esercizio, alla fin fine non mi cambierà nulla. O per lo meno, tanto poi torno a casa, mi guardo allo specchio e ci saranno sempre quei pensieri. E' un esercizio che faccio sporadicamente quella volta a settimana con lei e basta. Io l'esercizio non lo replico a casa, e non tanto perchè l'ultima volta che l'ho fatto poi ho eseguito atti autolesionisti, piuttosto perchè non mi cambia niente, non mi giova fuori da quella porta dello studio di Castro Pretorio. Lo scopo, invece, dovrebbe essere quello di favorire anche l'abitudine ad un certo tipo di stimolo, quindi sentirlo sempre meno ansiogeno, sempre meno male. Io invece i pensieri li faccio miei, quando in realtà la "tesi" primaria dell'esercizio è che quest'ultimi non sono realtà oggettivate; quindi dovrei prendere distanza da questi. Ed il problema è che non ci riesco. Capisco l'importanza che potrebbe avere qualora avesse effetto, ma su di me non ce l'ha. 

Il Dottor R. sostiene che stia ridimensionando il risultato. Ad esempio, la prima volta che mi era stata proposta questa cosa, all'idea di far vedere il polpaccio ad esempio, tremavo. A distanza di 5 mesi sono invece riuscita a fare una cosa che neanche minimamente credevo di riuscire a fare: stare in mutande e reggiseno davanti alla Dottoressa D., e dunque mi è stato chiesto: per quale ragione quindi questo progresso non lo ritengo valido? L'obiettivo, parole del Dottor R., non è quello di andare in giro fischiettando "che-gran-fisico-che-c'ho". Al che mi sono quasi sbilanciata di tono, chiedendo "Ma allora perchè questa tecnica di terapia!". E lui, subito a replicare se mi sembrasse allora una cavolata quella di essere riuscita ad espormi con la Dottoressa D., in mutande e reggiseno. Il concetto chiave è l'abituazione (come l'ha chiamata lui) insieme all'accettazione di certe situazioni: tanto più mi abituo alla presenza di un'idea, alla conoscenza di certe cose e tanto più riesco a conviverci. Nel giro di poco tempo, tramite l'esercizio, riuscirei a sentirmi a mio agio con il corpo, e non dicendo "che-figa-che-sono" (questo sarebbe l'opposto), ma imparare a conviverci bene, a starci tutto sommato bene. Non puntare in termini estremi sulla soddisfazione per lo più fisica, anche perchè oggi allora nessuno sarebbe soddisfatto. Anzi lui è piuttosto convinto persino che nell'arco di diverso tempo probabilmente riuscirei anche ad "accettarmi": non tanto o non solo puntando sull'aspetto fisico, ma piuttosto sulla mia totalità. Le sue dimostrazioni sono che non utilizzo più aree di specialità di competenza mie al fine di compensare aree di vulnerabilità/difetto. Secondo lui riesco a fare una valutazione di me più globale. Appena dettami questa cosa, allora ho pensato che mi ritenesse non tanto una fallita, piuttosto una ragazza mediocre, con nessun tipo di valore personale, con nessuna particolare dote. Ho fatto il parallelo con i voti universitari che traballano, al che mi sono sentita un'ignorante. Ed eccoli lì: il succedersi di pensieri di brutti giudizi sulla mia fallibilità, sulla mia mediocrità, sul mio essere-niente.

Il fatto è che non generalizzo i risultati a casa perchè non ne vedo. Allora lo psicoterapeuta ha voluto ragionare sul processo in cui da che stentavo a far vedere il polpaccio, alla fine sono riuscita a mettermi in mutande e reggiseno. Ho parlato della "costrizione": la Dottoressa D., mi aveva chiesto di farlo, e quindi l'ho fatto. Ma appena ho accennato a questa teoria, il Dottor R. (almeno questa è stata la mia sensazione) ha alzato il tono (non di molto, ma abbastanza da farmi diventare piccola piccola, e da farmi sentire molto in colpa per aver detto quello che avevo detto): potevo benissimo non andare, non continuare, non volerlo fare. Appena ha reagito in quel modo, mi sono sentita stupida, più di quanto non mi sentissi prima. 

Se mi trovassi in una stanza con sei persone, di cui una è oggettivamente estremamente molto magra, e le altre cinque sono "come me", o anche più in carne, potrei sentirmi più tranquilla. Ma non "tranquilla" nel senso di non avere più i miei soliti pensieri, ma sentirmi solo più tranquilla. Questo sarebbe un risultato? No. Non lo è. Ma il Dottor R., insisteva a suo modo: secondo lui tollererò maggiormente il mio corpo ed avrò meno paura rispetto alla paura iniziale se ci sarà un esercizio costante. Trascuro la difficoltà da parte mia a considerare importante l'esercizio ai fini del risultato, cosa che invece faccio in altri ambiti (come ad esempio la palestra): per riuscire a far diventare questa una consuetudine, devo allenarmi, e quindi devo soffrire. Ma il fatto è che io non voglio provare quella sofferenza perchè non penso che poi abbia un riscontro che superi questa sofferenza. A me, queste tecniche che svolgo con la Dottoressa D., danno più l'idea di accontentarmi del mio corpo grasso. E nonostante il Dottor R. (così come sempre ha fatto la Dottoressa D.) continuasse a spiegarmi il contrario, io non riesco a smuovermi da questa mia impressione sull'esercizio.

Sono uscita da Castro Pretorio con i lacrimoni agli occhi e sinceramente sono rieccheggiate idee autolesioniste. E' stata una giornata di merda, ed anche oggi non è da meno: mi strascico queste brutte sensazioni, come fossero contenute in un trolley che non posso abbandonare per strada. Avrei voluto tagliarmi ieri sera, ma alla fine non l'ho fatto: ho ripiegato nel dannato cibo. E quindi anche oggi le percezioni/sensazioni si sono come moltiplicate. Sono uno straccio. Guardo il cassetto destro della scrivania: sono piena di Topamax e Fluoxetina. Quel vecchio pensiero sucidario squarcia l'anticamera del cervello, ma lo lascio andare. Sarei troppo banale e mediocre, anche in questo. 


Un saluto molto rassegnato, da Val.

1 commento:

  1. forse non centra niente con il post, forse non è nemmeno un commento intelligente , ma ...non sei "troppo" seguita?nel senso....un supporto terapeutico è importantissimo, e che tu ti cimenti nel seguirlo ancora di più...ma a me da quasi la sensazione (ripeto sensazione mia) che ci sia come un sovraccumulo, come un "troppo".

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