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03 feb 2014

Aspettative di risultato devastanti.




"Che cosa sono adesso?" pensava, contemplandosi allo specchio. E lo specchio replicava con la brutale sincerità degli specchi "Non sei nulla"
Virginia Woolf
"Flush, biografia di un cane"



Il Dottor R. ha chiaramente esplicitato che vuole definire con me degli obiettivi di lavoro che hanno a che fare con le relazioni. Quelle parentali (genitori, sorella), amicali (in particolar modo C.), ma soprattutto quelle rivolte all'altro sesso. Definire quindi dei confini di limiti di rapporto chiari da raggiungere a breve e medio termine con mia madre (anche se il lavoro più importante che ho ottenuto con lui è stato sul fronte del rapporto materno), mio padre (vorrei rimettere un assetto di rapporto su un versante più adulto), con mia sorella (nota più dolente). 

E sinceramente, non ne ho la minima idea. Avete presente quando avreste molte cose da dire, pensieri che girovagano per la testa, ma nel momento in cui si possono esplicitare, non vi viene in mente niente? Ecco, è quello che è successo a me. Non sono riuscita a mettere nero su bianco nulla di concreto. Spero quindi nell'arte dell'approssimazione quando ne dovrò parlare la prossima volta con lui. 

Sulle relazioni amicali, ha voluto concentrarsi su C., chiedendomi quale fosse il motivo di questa affiatata amicizia. E sebbene gli abbia detto che ho altre amicizie, per lui invece è fondamentale sapere che tipo di base c'è al nostro rapporto. Sono stata sincera, ed ho ammesso che la cosa che ci ha unite prima di tutto è stato il problema comune di DCA. Non so se a C. potrebbe andare bene che parli di questo qui, però voglio essere chiara a tutti i costi. In fondo questo è l'unico mio spazio personale. Ci lega questa esperienza, è vero. Per quanto C. sia una persona molto importante per me, secondo il Dottor R., non è ben definita la nostra relazione. Sa che parlo sempre molto bene di lei, ma quello che continuava a chiedermi era se il supporto, ed altri aspetti più importanti, avessero messo da parte la ragione per cui ci siamo conosciute. Gli ho detto di sì, che non è esclusivo all'origine del "male". Benissimo, l'ho convinto (credo).

E poi le relazioni sentimentali: il mio tallone d'Achille. Al Dottor R. farebbe piacere che la prossima esperienza che farò con un ragazzo, sia un'esperienza basata anche su errori fatti in passato, per non rifarli. Mi ha infatti chiesto quali sono le caratteristiche che possono colpirmi maggiormente, e cercare di capire se sono caratteristiche sane o deleterie. Per esempio, O., probabilmente troverà una persona che perfettamente si integra con lui e che non vive male il suo narcisismo: le sue richieste sul piano sessuale che possono diventare motivo di richiesta di attenzione. Tuttavia questa "relazione" con me ha avuto un peso particolare, come la sua modalità di relazionarsi, il suo essere centrato su se stesso, essere poco attento a certi aspetti che per me erano importanti. Sebbene il Dottor R. sappia che sono convinta che una persona così non vorrei mai più incontrare/frequentare, ma è anche convinto che in una situazione di conoscenza di un ragazzo, le caratteristiche che ai tempi mi avevano fatto interessare ad O., potrebbero colpirmi nuovamente.

Abbiamo parlato anche di G., e del fatto che io a lui mi sono presentata nelle vesti di una persona forte. Il consiglio dello psicoterapeuta sarebbe quello di mostrarmi per quello che sono. Il mio mettermi in una luce differente agli occhi degli altri ha due scopi, uno marginale ed uno centrale. Il primo è un mezzo di protezione, la seconda invece è rispetto ad un'idea di invalidità: se anche una persona mi vede sbagliata, mi provoca una sensazione molto più sgradevole e (parole del Dottor R.) "devastante".




Su FB, esiste un gruppo di "Vendo/Scambio vestiti a Roma" a cui mi sono appena segnata. Non è passato neanche un giorno che ho già deliberatamente speso buona parte dei pochi risparmi che ho. Giusto stamane mi sono incontrata con una ragazza per comprare due capi di abbigliamento di cui mi sono letteralmente innamorata. Ho acquistato un maglione vintage taglia L (e mi sta fortunatamente bello largo) ed un paio di pantaloncini rossi jeans, taglia 42. Tornata a casa, ho subito indossato i pantaloncini, e non potete immaginare il disgusto devastante (tanto per stare in tema con quello detto poco sopra). Ero frenetica: volevo premiarmi per i tre chili persi, comprandoli. Mi dicevo che mi sarebbero stati bene, e mi ero quasi riuscita a convincere. In fondo, mi sono detta, una taglia 42 mi starà comoda, o per lo meno giusta, no? Affatto. Mi sono guardata allo specchio, messa di profilo, a tre quarti, frontale. Niente di niente, questi pantaloncini non mi hanno dato alcuna soddisfazione e mi stanno malissimo. Lascio immaginare quali idee mi siano scorrazzate per la testa: perdere altro peso, perdere altro peso, perdere altro peso. Per carità, ho il "via" da parte del nutrizionista, tuttavia quel capo d'abbigliamento che prima credevo potesse cadermi a pennello, non ha fatto altro che influire sui metodi erronei di come perdere peso. Mi sono arrabbiata, ed in questa battaglia ne sono uscita sconfitta. Ormai dovrebbe essere un'abitudine, ed allora perchè lamentarsi tanto? Ed una voce rieccheggia: Val, c'è poco da fare, sei una vacca.  


Un saluto devastante, da Val.

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