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19 gen 2014

"Non sei più quella bambina di tanti anni fa".



Ma, se io parlo, il dolore non si lenisce,
e se io taccio, non se ne va da me.
Giobbe


"Non sei più quella bambina di tanti anni fa".

E' con queste parole che la seduta con la Dottoressa D. stava per giungere al suo termine. Io ero seduta sulla poltrona nera, troppo soffice per i miei gusti: mi faceva affondare verso il basso per quanto era morbida. Addirittura, sono riuscita a pensare che se mai fossi pesata di meno, molto probabilmente non sarei sprofondata in essa. Appena udite quelle parole, nella mia mente sono passate non so quante miriadi di immagini del passato, roba che sarà tutto durato un decimo di secondo, ma è stato in quello stesso decimo di secondo che ho rivissuto tutto: le prese in giro, i paragoni fatti con mia sorella, le esperienze da cui ne uscivo sempre sconfitta e dove c'era sempre un motivo per sottovalutarmi, la figura di mia madre sempre troppo presa nelle sue turbe piuttosto che dare ascolto a me. Ecco, è passato un lasso di tempo così breve, che se non avessi fatto attenzione forse me lo sarei addirittura perso. Ma purtroppo non è successo, ed anzi è stato in quel preciso frangente che allora le lacrime sono sgorgate dagli occhi. Ho chinato la testa, ringraziando i miei capelli  che coprivano il volto, tenevo le mani a circondare il capo, per non farmi vedere. E' stato un tipo di tristezza sotto forma di pianto liberatorio: come se quel passato, quel vissuto, quelle esperienze pesassero ancora troppo su di me. E sebbene ci abbia pianto sopra, io questo macigno lo sento ancora. E poi, a dirla tutta, non so davvero più come valutare tutto questo: io che non faccio altro che plasmare la me-piccola alla me-adulta, continuando quindi a percepirmi come la maggior parte delle persone dicevano che fossi, vale a dire grassa od additandomi altri aggettivi negativi. Senza avere nessuno anche solo che mi stesse accanto, che provasse a smentire, o che mi tenesse per mano, che mi abbracciasse (proprio come la me-adulta avrebbe fatto con la me-piccola [vi rimando al post della Imagery with Rescripting]). Mi sono quindi sempre convinta di essere per forza così; ed allora il fatto che la Dottoressa D. abbia pronunciato proprio quelle parole, ecco non so, mi ha fatto reagire in quella maniera proprio perchè forse non so più a chi/a che cosa credere. Ogni volta che con lei svolgo l'esercizio di fronte allo specchio, provando quindi a descrivere il mio corpo senza alcuna valutazione e ad imparare a gestire l'ansia "standoci dentro ed aspettando che se ne vada", mi sta diventando molto difficile. Il compito che svolgo insieme a lei, lo interpreto come una sorta di esercizio il cui fine è quello di farmi mettere l'anima in pace: sono grassa. Punto. Della serie: caput. Come se mi si volesse "addestrare" a fare pace con il mio corpo grasso e farmelo piacere a forza. E, pensandola in questi termini, allora non ci riesco per niente. La scorsa volta, per la prima volta, ho svolto il compito in mutante e reggiseno. Solo a ricordare quelle immagini, ho le lacrime agli occhi. Mi rivedo osservarmi nel riflesso di quello specchio, con mutante e reggiseno neri, con le mani che si attorcigliavano, che si incastravano tra di loro e sulle quali esercitavo il disagio che stavo percependo in quel momento. E' stata ardua, come un nodo in gola che non voleva sciogliersi e scendere giù. La stessa psicoterapeuta si è accorta di tutto questo, e sebbene mi abbia fatta stare diverso tempo a svolgere quell'intollerabile esercizio (prima parlando ad alta voce, e poi facendolo a mente), mi ha fatta smettere. "Ti viene da piangere?" mi ha chiesto, ed io ho annuito. "Vuoi rivestirti?" mi ha domandato subito dopo. Ho annuito anche qui, per risposta. Così mi ha accarezzato il capo e mi ha fatta (grazie al cielo) coprire l'orrore che vedevo nello specchio: me, il mio corpo. Sapete cosa avrei voluto fare, anche? Abbracciare qualcuno. Per scaricare qualcosa di indefinibile. Io sono un tipo che difficilmente tende ad abbracciare una persona. Se lo faccio, tutti mi chiedono a cosa devono "tutta" quella dimostrazione di affetto. E non so mai cosa rispondergli. Ecco, in quel momento avrei voluto abbracciarla, e magari farmi scappare una lacrimuccia. Sono dal pianto facile con la Dottoressa D., come il Dottor R., e probabilmente questo è dato dal fatto che sento sempre questo macigno pesarmi nello stomaco, o perchè ci sono parole che solo a sentirle pronunciare da loro, mi fanno reagire così. Il Dottor R., mi conosce alla perfezione, sa benissimo come sono, come funziona il mio sistema cognitivo e mi sa dare una risposta a tutto. Anche quando mi ha detto (più volte) che le persone mi vogliono bene perchè esisto.

Thana mi ha scritto nel mio precedente post dove fosse la Val che ha "conosciuto" in questo tempo. Sai una cosa, mia piccola e poetica Thana? Io non lo so più, davvero. Ed hai ragione: in quest'ultimo periodo non faccio altro che scrivere sulle mie sedute psicoterapeutiche. Forse è perchè è solo in queste che riesco a darmi un "ordine", in cui riesco a modificare una linea curva in una linea retta. E sebbene poi ritorni ad essere circolare, almeno quella linea sono riuscita a toccarla, o anche solo a vederla. Sono molto scoraggiata in questo periodo. E sono certa che tutte le parole del mio vocabolario mentale non sarebbero capaci di rendere abbastanza l'idea. Basta un giorno per farmi pesare persino il naturale aprirsi e chiudersi dei polmoni. Basta poco per farmi vedere tutto sotto-sopra. O forse, in realtà, ho sempre visto in maniera distorta qualsiasi cosa. Ed allora, forse è per questo che il mio blog traccia le descrizioni delle mie sedute psicoterapeutiche: perchè sono appunto quello di più solido che io ho sotto i piedi. Sono il terreno su cui mi muovo, e che mi aiuta a procedere, sebbene spesso inciampi, stenti a rialzarmi. Almeno ce l'ho un sostegno, no? E questa è la psicoterapia. Trascrivere quelli che sono i miei colloqui, mi aiuta, mi rassicura ed è anche vero che alle volte mi dà l'effetto contrario. Però, ripeto, la psicoterapia mi sta dando indicazioni, consapevolezza. Se non avessi accanto a me il Dottor R., come la Dottoressa D., mi sarebbe stato molto difficile arrivare ad una "maturazione" personale. Se vai a rileggere il mio primo post, lo stampo dei miei scritti è prettamente "pro-ana", cosa che ormai mi fa raddrizzare i peli delle braccia se solo ci ripenso. E se si legge dal primo post in cui ho conosciuto il Dottor R., è come se da lì in poi fosse tutto cambiato. E' vero, sto ancora dentro il problema, ma cavolo, ora ho una consapevolezza maggiore. Ecco perchè preferisco dunque mettere nero su bianco il mio percorso psicoterapeutico. Quindi, di nuovo, non saprei cosa risponderti alla domanda: chi è la Val che ho conosciuto? 

Non lo so.

Un saluto introspettivo, da Val.

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