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29 gen 2014

La psicoanalisi non fa per me.


Non so mai cosa provo fino a quando è troppo tardi.
Jeffrey Eugenides
"Middlesex"


Cambio di nuovo marcia. Ho ripreso a digiunare a pranzo. Mangio solo a colazione e a cena. Ho perso peso, ma non in un tempo troppo ristretto: tre chili in tre settimane. Niente di che, ecco. Se non fosse stato per ieri sera in cui ho spizzicato diverse volte fino a che non sono andata a dormire, allora potrei dire di essere riuscita a "controllarmi" dignitosamente. Non faccio ancora salti di gioia perchè è più che probabile che possa ricadere nelle mie (dis)abitudini, quelle che mi fanno solo che ingrassare. Quindi non canto vittoria e non voglio esaltarmi. Ormai ho imparato che in qualsiasi momento si può mandare tutto all'aria. Silenziosamente, quindi, sussurro solo di aver perso del peso, ma non mi costruisco castelli in aria. Preferisco così, va.

Quando sono stata l'ultima volta dal nutrizionista (il Dottor J.), ho espresso il mio lamento sul peso che voleva farmi raggiungere: un rotondeggiante 60 kg. Gli ho addirittura confessato di avere messo in atto azioni autolesioniste, e che è stata  precisamente dalla penultima (avvenuta a inizio Gennaio) che ho deciso di restringere di nuovo (motivo per cui ho perso peso). La sua reazione non so se sia stata dettata da preoccupazione o da disappunto, perchè in realtà mentre mi chiedeva se avessi bisogno di medicazioni o altro, aveva un tono piuttosto cupo. Comunque alla fine siamo riusciti a giungere ad un compromesso: mi ha chiesto quale fosse dunque il peso che volevo raggiungere, ed in seguito al mio nominare "55 kg", mi ha offerto il patto di poterci anche arrivare, ma solo se lo si fa gradualmente e con calma e non con i miei metodi repentini. La cosa mi ha rassicurata, e mi ha placata d'animo. Ora che dalla "mia parte" ho un esperto nutrizionista, sono molto più serena, perchè significa che allora tutto il mio "programma" si può svolgere al meglio. Una cosa che mi ha dato molto fastidio però è stata il suo (ennesimo, aggiungerei) tentativo di psicoanalizzarmi. Dopo avergli riferito che i tagli sono sull'addome, ha iniziato a fantasticare (perchè si tratta di questo, in fondo) intorno al fatto che simbolicamente i tagli sul ventre potrebbero rappresentare la paura della maternità, il terrore di essere donna e cose analoghe. Più continuava a spiegarmi questi concetti alla Freud (e ci metterei di mezzo anche Massimo Recalcati, famoso psicoanalista dei nostri tempi), più avevo desiderio di fargli capire che non c'azzeccava affatto. Infatti non ho resistito, e gliel'ho detto: il simbolismo psicoanalitico non combacia per niente, non per altro per me "essere donna/femmina" consiste nell'essere magra. Ergo, il rifiuto per il sesso femminile non sta né in cielo, né in terra. Proprio così, gli ho detto, testuali parole. Così il Dottor J. ha cercato di ricomporsi, comprendendo che con me doveva solo svolgere la sua mansione pratica di nutrizionista e non destreggiarsi a fare lo psicoanalista mancato. Che poi sia un grande esperto nel suo campo, qui non c'è dubbio, anzi tanto di cappello. Solo che è una cosa che detesto. Intendo dire l'essere psicoanalizzata per mezzo di teorie lacaniane o freudiane che siano. E' una cosa che non sopporto, perchè a me le tesi freudiane non piacciono affatto, e figuriamoci la sua teoria dell'inconscio. Non esiste alcun inconscio. Esiste la ragione. Il puro e semplice raziocinio.

Oggi ho svolto l'esame di Filosofia della Religione. Un orribile e misero 26, ché per carità era perfettamente idoneo alla mia (im)preparazione, tuttavia ho avvertito un'improvvisa insoddisfazione riguardo la mia media universitaria: oscillo tra 26, 24, 28. Nella mia collezione c'è anche un 18 preso a Linguistica Generale. Insomma, un orrore. E meno male che aspiro alla perfezione..no? Ho iniziato a pensarci molto probabilmente perchè l'insoddisfazione personale (sul peso, quindi il suo relativo numero, il valore che affido a quest'ultimo e quant'altro) ha ripreso a girovagarmi per la testa più imponentemente di prima.

Avendo dovuto studiare per l'esame dato per l'appunto oggi, tra le diverse registrazioni ascoltate, ho estrapolato una citazione del mio professore, il quale mi ha fatto pensare. Lui in realtà stava spiegando, se non erro, la critica hegeliana rivolta a Fichte, inerente alla questione del "dover-essere", appunto, fichtiano. Ma questo non importa: non penso che a qualcuna possa interessare il contesto da cui ho estrapolato la fonte. Comunque, ho deciso di condividerla qui.

<<Il fatto è che noi ci cogliamo sempre come difettivi, siamo sempre un perenne tendere a raggiungere un obiettivo che in realtà si dà sempre come un'al di là, come qualche cosa in cui il merito sta piuttosto nell'approssimarsi e non nel raggiungerlo. La vita è questa tensione nei termini di dover-essere: quello che mi fa vivere è assumere la mia vita come un perenne compito che non ha mai conclusioni in termini di un "qui ed ora">>.

Un saluto fichtiano, da Val.

1 commento:

  1. trovo ineressante la reazione del nutrizionista
    e sono combattuta sul come definirla.
    Non mi convince, quasi per nulla.
    sai credo che la cosa migliore che tu possa fare sia riprendere piccole cose. Piccole cose che ti diano soddisfazione e che sommate ti portino a un grado di serenità superiore. Magari sbaglio, ma a leggere qui avverto sempre uno stato di inquietudine, di tedio, di indecisione sulla strada da prendere...uno stato di sospensione.
    Hai una media che per te è inacettabile, insoddisfacente? alzala. E non ci vuole un genio per farlo. Non ci vuole un impegno impossibile lo sai benissimo (come come da universitaria lo so io).
    Riprendi ogni piccola cosa
    e forse il quadro generale andrà meglio

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