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17 dic 2013

Memorandum psicoterapeutici.


Cercò di liberarsi la mente di questa cosa, scrivendola in un memorandum che scendeva ad esaminare in particolare il severo regime che l'attendeva; le possibilità di un'altra crisi della malattia sotto i dolori che il mondo le avrebbe inevitabilmente inflitto: in tutto e per tutto un memorandum che avrebbe convinto chiunque, eccetto colui che l'aveva scritto.
F. Scott Fitzgerald
"Tenera è la notte"


So di avere le mie fratture, le mie vulnerabilità, la mia sofferenza personale. Il corollario dell'anoressia, d'altronde, non è solo la perdita di peso, ma è soprattutto la perdita di ogni speranza. Non si tratta solo delle macerie del corpo, ma anche delle macerie della vita. L'anoressia è complicata: c'è una sofferenza molto più profonda come la volontà di corrispondere alle aspettative altrui. Io, ad esempio, sono sempre stata una bambina "troppo" obbediente, soprattutto nei confronti di mia madre. Con il tempo sono stata capace di anticipare anche le critiche che sarebbero potute arrivare in qualsiasi momento. Avevo quella che si potrebbe chiamare la "sindrome da prima della classe". Dovevo essere, in fondo, invincibile e più forte di ogni cosa e persona. E questo, in qualche maniera, era un comportamento che a forza di cose, mi ha insidiato lei nel corso della mia infanzia ed adolescenza. E' per questo che ad oggi, non riesco a dimostrare affetto se non tramite gesti. E' per questo che ad oggi sono ancora convinta di potermi garantire e permettere affetto se io in cambio do qualcosa. "Do ut des": mia madre mi ha insegnato questo, d'altronde. So solo che io posso essere me stessa, ad esempio, con C., la quale per via di cose, mi accetta così come sono, con le mie vulnerabilità, le mie insicurezze. Con C., c'è un'amicizia sincera e vera. Forse perchè ci accomuna questa patologia. Ne ho parlato con il Dottor R.: lei è la sorella che mi è sempre mancata durante tutta l'infanzia ed adolescenza. Lei è quella figura che non ho mai avuto a mio fianco, per abbracciarmi. Lei è, in fondo, una sorella. Il Dottor R. vorrebbe tanto farmi capire che la gente mi può voler bene a prescindere da quello che faccio per loro; ma semplicemente perchè esisto. Per lui è sicuro: C. mi vuole bene perchè esisto. Quando me lo ha detto, ho sorriso e gli occhi si sono velati di lacrime; probabilmente per la gioia. Ancora però questa è una concezione assolutamente assurda per me e non riesco ad adeguarmici, purtroppo.

Mia madre è sempre stata lì a pronta criticarmi, a sminuirmi, a dare ragione ai bambini che mi schernivano di essere cicciona. Era sempre lì, a spiegarmi che d'altronde anche io stessa dicevo di essere grassa, e che non potevo quindi mica lamentarmi se me lo dicevano anche gli altri: c'era un fondo di verità in quello che i bambini mi urlavano. Voleva dire che sarei dovuta dimagrire, ma tanto lei lo sapeva che non ce la facevo perchè ero la golosona di casa. Ma nonostante tutti i miei sforzi per corrispondere alle sue aspettative, tutto questo non bastava mai: le mie azioni, le mie parole non erano mai abbastanza per lei. Allora, mano a mano, mi sono costruita il mio mondo, in cui io "dovevo-dovevo-dovevo", ma non ho più saputo, con il tempo, quello che volevo davvero. Ho costruito un mio mondo, piccolo piccolo, in cui "si deve" e ad un certo punto questo "dovere" è diventato talmente tanto grande che non ho più avuto nessuna gioia. Soprattutto da bambina, per mia madre, mi sforzavo di essere la migliore, perchè solo così forse potevo ricevere un surrogato di affetto da parte sua: per lei ero brava se portavo un 8 in storia, un 9 in filosofia. E così, per poter rispecchiare quello che mia madre voleva che fossi, ho cercato di andare al di là della realtà, di quelli che poi sono anche i limiti di un essere umano in quanto tale. E' stata una corsa folle quella che ho intrapreso, perchè poi, alla fine, si arriva purtroppo a dimenticare se stesse. Ed una volta che mi sono dimenticata di me stessa, ho dimenticato di essere anche una persona con dei limiti, che in fondo posso essere anche una persona fragile, che posso essere stanca. Ma tutte queste cose, con mia madre, sono scomparse dal mio orizzonte, non erano tollerabili. Io dovevo rispettare un certo suo tipo di canone. Sono divenuta così, nel tempo, l'aguzzina di me stessa. Non posso certamente pretendere che siano gli altri a dover cambiare, a questo punto. Come sono riuscita a capire che non ne vale la pena accanirsi contro mia madre, il Dottor R. ha detto che dovrei provare a riuscirci anche con mia sorella. Il problema dell'anoressia, almeno credo, è che c'è sempre una vittima: io sono stata una vittima. Però, dall'altro lato, non c'è stato un vero e proprio colpevole: in fondo mia madre, a sua volta, era "figlia di..". Anche lei si è portata dietro tutta una sua storia ed un suo vissuto. Ed anche mia sorella, è figlia di mia madre. Siamo "state addestrate" da lei, no? Solo che quando c'è una vittima, arriva il momento in cui bisognerebbe fare in modo di rompere il circolo della ripetizione. Il Dottor R. è convinto che io lo stia facendo. La mia, è stata una sofferenza mai ascoltata, e che ho saputo buttare solo lì, vale a dire nell'anoressia. Nell'anoressia non si ha più voglia di nulla, non si sa più quale sia il senso della vita e mancano anche le parole per esprimerlo. Nell'anoressia c'è il crollo di tutto, nonostante si ricerchi il dannato controllo. Nell'anoressia si chiude il mondo a chiave e non si ha più la gioia.

So di essermi allontanata dal vivo del problema. E per questo credo (anzi no, sono assolutamente sicura al 100%) di dover ringraziare il Dottor R. e (sebbene ci parlo da poco tempo) anche la Dottoressa D. per via dei quali si sta seguendo un percorso psicoterapeutico fatto a pennello per me medesima. Con il Dottor R., siamo riusciti a parlare e toccare quel sintomo. La malattia è altro, come ad esempio il non riuscire (banalmente parlando) a pensare che la vita sia bella. Il sintomo, invece, vale a dire l'anoressia ed il controllo, sono il modo per proteggersi. E se li si tocca troppo velocemente, allora si apre il vuoto, il baratro. E dunque non si ha più questa difesa del controllo, e a quel punto si rischia di precipitare. Ma grazie al Dottor R. sono riuscita a non cadere, ma, anzi, a trovare le parole. Ed una volta riuscita in questo, mi sono spostata di un piccolo passo da questa sofferenza. Ripeto: so di essermi allontanata dal vivo del problema. Non perchè la sofferenza si sia dileguata, affatto. Quella c'è ancora, e purtroppo non sono ancora sulla via della guarigione. Il discorso sarebbe imparare a non dire tanto "prima andava male, e poi tutto va bene". Si tratta di volere stare male, ma come gli altri, quindi stare male per un male normale e non "patologico".

In realtà, quando si parla di guarigione, è uno spostamento progressivo, che ci porta a capire quello che siamo. Ed io spero di incamminarmici per questa guarigione. In un futuro, che per ora non vedo ancora.


Un saluto introspettivo. da Val.

1 commento:

  1. Guarisci per te stessa, guarisci per tua scelta. Te lo auguro

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