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27 dic 2013

Con una consapevolezza in più.



Si tratta di piegare un pò di più una virgola
che in un testo non possiamo correggere
Roberto Juarroz
dalla poesia "Si deve cadere e non si può scegliere dove.."


Io è da molto tempo che non perdo peso. Di controllo non ne ho più da un bel pezzo direi, e ne ho avuta conferma anche con queste vacanze natalizie. Però me lo ricordo bene quel "periodo d'oro". Che in fin dei conto, non è stato così tanto d'oro. Solo apparentemente brillava e scintillava. Perchè, forse con una consapevolezza maggiore, ora posso dire che più si perde peso, più la vita diventa pesante. Roba che il principio di contraddizione aristotelico impazzirebbe per questo. Nonostante il nome fuorviante dell'"anoressia" che significa (come tutte noi sappiamo) "assenza di fame", in realtà se ne ha eccome. Si ha fame di amore, si ha fame di riconoscimento, si ha fame di essere. E' una voglia di essere riconosciuti per quello che si è, e non per quello che si deve essere. Ho cercato e desiderato la leggerezza dell'essere, deprivandomi però dal cibo pensando che fosse l'unico mezzo per ottenere quello che volevo. Ho voluto cancellare quello che io ero, nel bene e nel male d'altronde. Io vorrei non dipendere più in maniera così esagerata dallo sguardo e dal giudizio altrui. Mi sottometto alle aspettative altrui, quando in realtà vorrei poter riconoscere il mio valore indipendentemente da quello che possono pensare gli altri. L'anoressia fa conseguire due tipi di morte: quella fisica o, come nel mio caso, quella psichica. Io, in fin dei conti, sono morta di morte psichica.
Un evento, dice Hannah Arendt, è tutto ciò che accade, che ci sconvolge e che alla fine ci costringe a rimetterci in discussione. Il mio evento, rispetto a quello della filosofa che fa riferimento al totalitarismo, è sicuramente un evento con la "e" minuscola. È l’evento a partire dal quale tutta la "mia filosofia" si è strutturata. In questo senso, nel mio caso l’anoressia è un evento anche in termini filosofici, per dirla con le parole di Hannah Arendt. L'anoressia mi ha attraversato (e mi attraversa ancora), e mi ha costretto a rimettere tutto in discussione. Io non ho più potuto pensare se non a partire da lì. Come ho detto poco sopra, nella parola “anoressia” vi è l’alfa privativa. Il significato letterale è “senza fame”. Questo è tra l’altro uno dei problemi con cui ci si scontra, in quanto nel momento in cui si riceve l’etichetta di “anoressica”, la gente pensa che non si abbia fame. In realtà non è questo il problema. Nell’anoressia si ha fame. Si ha fame di tutto, ed è una fame senza fine, che si accumula proprio perché il problema che c’è dietro è che questa fame è collegata ad un desiderio di niente, come diceva Lacan “desir de rien”. Non si desidera nulla e quindi si ha fame di tutto proprio perché c’è un’asimmetria tra il desiderio ed il bisogno. Che cos’è questa fame di tutto, ma allo stesso tempo desiderio di niente? È un sintomo. È un’etichetta che effettivamente si dà, ma per qualificare ciò che non è altro (non è per banalizzare, anzi) che un semplice sintomo. E quando dico questo, è perché in quanto sintomo, ciò che manifesta l’anoressia, è una sofferenza profonda, che rinvia ad un vuoto, ad una mancanza, ad un non-riconoscimento. E, al tempo stesso, è un sintomo che protegge. Ecco perché bisogna far estremamente attenzione a non dover eliminare il sintomo senza prima capire di ciò di cui l’anoressia è sintomo. Finché il sintomo è lì, ci si protegge da qualcosa che è questo abisso che si ha all’interno. In quanto sintomo che ci protegge, lo si esprime tramite la volontà di controllo. Controllo che si esercita prima di tutto sul cibo. Io controllo quello che entra e quello che esce, e nel controllarlo o nell’illudermi di farlo, ho la sensazione di poter controllare tutto quello che mi sfugge, quello che si ha intorno, ho la sensazione di poter controllare le reazioni, ed eventualmente l’atteggiamento stesso degli altri. Il problema è che noi non possiamo tutto. Il fatto di poter tutto controllare in realtà è proprio un’illusione e non solo perché la realtà resiste per definizione (come direbbe l'epistemologo Kuhn), ma anche perché dal punto di vista psicologico-esistenziale, più si cerca di controllare, più tutto sfugge. E poi c’è un ritorno di boomerang: se ci si rende conto del fatto che tutto quello che cerco di controllare in realtà mi sfugge, allora ci si colpevolizza. Tanto più si cerca di controllare, tanto più si ha la sensazione, il sentimento e la certezza che tutto sfugge. Infatti nell’anoressia è il corpo che va alla deriva. Il corpo è la realtà, e prima o poi ci rinvia tutto quello a cui lo si è sottomesso. Vedete me: sono stata due anni in amenorrea, per esempio; ho dovuto abbandonare la pallavolo perchè non ce la facevo più ad esercitarla. E se non è subito, lo farà a distanza di anni: il corpo ci rinfaccia e ci chiede i conti del nostro atteggiamento. Un’altra parola chiave nell'anoressia, è il concetto di abbandono, perdita. Freud diceva che si cerca sempre di ritrovare l’oggetto che si è perduto. Tutti perdono l’oggetto iniziale del proprio amore. Solo che in alcuni casi, quando c’è di fondo un non-riconoscimento o un non-amore, è una perdita più radicale in quanto l’oggetto-soggetto del nostro amore è colui o colei che per vari motivi non ha avuto la capacità di riconoscerci per quello che siamo, cioè di riconoscere la nostra profonda alterità rispetto a loro. Si può avere, come ad esempio nel mio caso, una madre incapace di riconoscere che si può essere altro rispetto a lei, che si può essere diverse da quelle che potevano essere le attese di lei, e dunque io esercitavo diversi sforzi continui solo per corrispondere all'immagine che questa donna potesse avere. Il riconoscimento è un termine molto importante: perché ogni essere umano ha bisogno di essere riconosciuto? Perché nel momento in cui non si è riconosciuti per quello che si è, cioè nel momento in cui poi non si è amati per quello che si è, si incontra e ci si confronta con il problema della costruzione della propria identità. C’è un nocciolo duro, una base dura che non si riesce a consolidare: se non si viene riconosciuti, come si può avere fiducia in noi stessi? Se non si è sufficientemente adeguati alle aspettative dei genitori, che valore ci si può mai dare? Ecco perché il riconoscimento, come dice Axel Lunette, è la base stessa della fiducia in sé. Un esempio letterario è la lettera al padre di Kafka, in cui l’autore spiega al genitore che non c’è stato da parte sua questo riconoscimento, in quanto c’era sempre quella istanza giudiziaria, lo sguardo del padre che schiacciava il figlio (in termini freudiani, si può parlare di “super-io”). Per me, è stata importante la psicoterapia. Grazie al Dottor R. sto cercando di recuperare quel filo interrotto di un pensiero che si era incastrato. Quel pensiero in cui volevo far tornare tutto, persino le contraddizioni, in cui nulla poteva far difetto. Ma poi, mi sono detta, l'uomo è difettoso, balbetta. Lacan diceva “L’io non è dove io penso, l’io è altrove e dove io penso non c’è l’io”. Quello che io sono e desidero, si esprime in un discorso probabilmente che non è razionale e che, per l'appunto, balbetta. In questo percorso, in cui l’io cerca di identificarsi, c'è qualcosa che esiste e che non si ripara mai. Quello che è stato non lo si può cambiare, non si può fare come se nulla fosse successo. La frattura, la mancanza, il nulla esistono. Non esistono bacchette magiche: in questo percorso difficile e doloroso, ci vuole coraggio di decidere che si vuole smettere di soffrire e non è più nell'anoressia che si trova quel qualcosa che ci tiene in vita. È solo in quel momento che le cose si vedono in maniera diversa. Il dolore non ha mai senso. Oggi forse sono una persona capace di aprire gli occhi.Oggi, ho le parole per dirlo, per esprimerlo, solo grazie al Dottor R., perchè dall'esterno non si vede nessun segno, nessun indizio. A me le persone dicono che ho "tutto": amici, discreti voti universitari, una "famiglia". Anzi, se si guarda dall'esterno, pare andare tutto bene. Ma come far capire agli altri che in quel "tutto" manca proprio l'essenziale, come la semplice banale evidenza che vivere è bello? Manca la pace, la forza di affrontare il mondo. So solo che devo. Devo fare qualcosa. Devo muovermi. Mi sono sempre giustificata, ed ho sempre dovuto mostrare il sentimento di dover fare qualcosa. E' la vita che fa paura. D'altronde cos'è la filosofia, se non imparare a nominare le cose in maniera giusta? Questo l'ha sempre detto Albert Camus: "Quando si nominano male le cose, si aumenta il disordine e la sofferenza nel mondo".

Un saluto psicoanalitico, da Val.

1 commento:

  1. La tua bravura esiste, ed e' tangibile.
    Il resto e' solo vuoto.
    Il resto e' solo chi non sa comprendere.

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