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03 nov 2013

Pensieri schopenhaueriani.


La mia storia non è amena, non è dolce e armoniosa come le storie inventate, sa di stoltezza e confusione, di follia e sogno, come la vita di tutti gli uomini che intendono più di mentire a se stessi.
Hermann Hesse
"Demian"


Anche oggi ho ispirazioni filosofiche: tutto è nato dal fatto che sto lavorando alla tesi triennale. Ho deciso di preparare una tesi in filosofia della religione, centrando l'argomento del mio discorso sul mastodonte Arthur Schopenhauer e il suo "ateismo". Quindi, tra una fonte e l'altra, non ho potuto fare a meno di dedicare un post su questo provocatore della filosofia (anche se spesso messo da parte) e di quanto quello che abbia detto possa facilmente ricollegarsi alle questioni odierne, come ai DCA. Sebbene il mio argomento tratti della religione, non ho potuto fare a meno di "studiare" il pensiero schopenhaueriano in toto. Almeno per quanto mi è possibile. Così tra diverse letture introduttive al filosofo e qualcosa di specifico sul tema che vorrei trattare, ho riscontrato qualcosa di interessante.


Arthur Schopenhauer dipinge l'esistenza umana come una "cosa spiacevole": siamo essere gettati nello spazio e nel tempo infiniti, senza un dove e un quando (molto esistenzialista come posizione). Dice che la vita è già dall'inizio un dolore, ma soprattutto, è tesa tra dolore e noia. Alla base dell'essenza dell'uomo c'è quello che rappresenta il tema centrale di tutta la filosofia schopenhaueriana: la volontà di vivere. Non fatevi ammaliare troppo da tali parole: in Schopenhauer c'è di tutto, fuorché ottimismo. Tutto è volontà di vivere e tutto è vita della volontà. Noi siamo pure apparenze, il nostro corpo ci rivela l'assurdità del desiderio: siamo tutto un desiderio, ed è proprio questo che produce dolore. Ma la cosa che più mi ha spinta a voler scrivere, è stato quando ho capito che è proprio quando Schopenhauer, nella sua chiarissima scrittura, dice che è quando non abbiamo ciò che desideriamo che soffriamo; e quando l'abbiamo ci annoiamo, finché non rinasce il desiderio a farci ri-desiderare, a ri-soffrire. Ed è proprio in questo raddoppio dato dal "ri" che ho teletrasportato la tesi filosofica schopenhaueriana nei DCA: anche se mai la bilancia potrà segnare un etto in meno, quello che si ha "tra le mani" sarà una felicità fuggevole, e nel momento in cui la si ha dinanzi non si ha il tempo neanche di contemplarla che sarà già scivolata via e ricomincerà così la noia, ed il desiderio di ri-desiderare. Vedendo il numero che cala, non si è mai soddisfatte, o no? Quante di noi sono mai riuscite a dire che bastava così, e che non c'era bisogno di perdere altri chili? Nessuna. Oscilliamo tra il dolore e la noia (Schopenhauer usa la metafora del pendolo): anche se abbiamo avuto la capacità di soddisfare un determinato desiderio, non sarà mai abbastanza e si continuerà ad essere sempre insoddisfatti. E ditemi: non è palesemente quello che accade nei DCA? I nostri desideri, le nostre brame sono illimitati, insaziabili, inestinguibili. Che cosa è l'intera esistenza se non un continuo desiderare causato dall'indigenza, che altro è se non un continuo dolore? E' questo quello che, sommariamente, dice Arthur Schopenhauer. Riflettendoci ancora: non pensate che abbia ragione? Forse io sono di parte, dato che è il mio filosofo preferito ed è stato anche il primo in cui mi sono imbattuta alla tenera età di 13 anni. Ma pensiamoci meglio: cerchiamo sporadicamente una felicità tangibile, un qualcosa che annienti quello stato di tensione in cui ci troviamo, per la mancanza di qualcosa che non si ha e che si vorrebbe avere. Questo desiderio non è altro che assenza, vuoto. Lo cerchiamo in un numero, in una taglia, in un riflesso nello specchio, in un metro che misuri i centimetri. E ditemi, quante volte siete state Felici, con la "f" maiuscola? Non si è mai soddisfatte, che sia una volta: mai. Quel piacere che si crede di ottenere non è altro che un momento di scarsa durata, senza intensità, vanamente perseguibile, poiché pura illusione. Una frase scritta sempre da Arthur Schopenhauer, che credo possa rispecchiare al meglio questa mia futile spiegazione è:


Nessun oggetto del volere, una volta conseguito, può dare appagamento durevole, bensì rassomiglia soltanto all'elemosina, la quale gettata al mendicante, prolunga oggi la sua vita per continuare domani il suo tormento.


Non c'è cosa più magnifica della filosofia e degli spunti che ne traggo. Per qualcuno potrà essere una semplice cosa da nulla, per qualcuno non potrà valere un fico secco, per qualcuno non interesserà di vedere come riadatto Schopenhauer ad una tematica quale i DCA. Ma, sapete una cosa? Ho riscoperto la bellezza della filosofia, il suo essere così "antica" ma allo stesso tempo avere il potere di riecheggiare nel presente così impetuosamente. Non è affascinante?

Questo post era per scrivere qualcosa di diverso. Non ci sono miglioramenti, anzi. Ecco che ho cercato di fare qualcosa di "nuovo".


Un saluto schopenhaueriano, da Val.

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