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19 nov 2013

Le illusioni sono le cose così come uno le vuole vedere, affinché lo aiuti a vivere.


Ciao vita, non ti preoccupare per me. Vado nel verso in cui mi hai messo.
Erri de Luca
"Tu, mio"

Erasmo da Rotterdam, in "Elogio alla follia" dedica una sezione all'illusione. Rileggendo i miei appunti, ho scorto questa frase: "le illusioni sono le cose così come uno le vuole vedere, affinché lo aiuti a vivere". Tralasciando l'italiano a dir poco scadente, ho pensato: tutte le mie illusioni della serie "se-digiuno-dimagrisco" sono le valvole centrali del mio vivere? Mi spiego meglio: avere tale "offuscamento", o come lo si voglia chiamare, è il modo mio particolare di vivere? Se inizio a pensare all'idea di non poter più digiunare (visto che lunedì incontrerò il Dottor J. e suppongo stabiliremo un giorno per farmi fare la dieta dal suo collega), mi viene facile dedurre che allora non sarei più "io". Ma è anche da ingenui, pretendere di capire se stessi, scoprire chi davvero si è nell'essenza. Magari fosse come dice Husserl nella sua fenomenologia: che esiste un dato elemento di un oggetto/persona che ne determina la sua essenza; vale a dire che senza di esso, quell'oggetto/persona non sarebbe tale. Molto spesso mi è capitato di pensare: ma io, in fondo, chi sono? Come sopportare questa me "estranea"? Sono condannata a portarla con me ed in me. La mia è un'alterità. Un'alterità che è sinonimo di estraneità. Un qualcosa che è "altro" rispetto a quello che vorrei essere. E nonostante tutto, quel tipo di "altro" è sempre là. Sempre presente. Sempre pronto a ricordarmi che non sono quello che sono. E' sempre là, in prima fila.

C'è sempre qualcosa che non mi basta. Così rieccomi a fare i conti con il vuoto. In fondo, me lo porto sempre dietro. E' lì: presente e tangibile, persino quando faccio finta di niente. Quello che si spalanca dentro all'improvviso quando mi fermo anche solo per un istante. Ed allora tutte le cose che seguono, sanno di insoddisfazione. Il mio vuoto è uno struggimento di vecchia data. Si impone. Eppure, nonostante riceva aiuto, come dal Dottor R., dalla Dottoressa D., dal futuro Dottor J., dalla mia cara amica C., e dalla tenerissima amica di vecchia data M.; la mia paura resta. Sempre. Come quella frattura che ci si porta dentro. Perchè non si tratta di passare da un "prima" in cui tutto va male, a un "dopo" in cui tutto è perfetto. Non si tratta di tornare indietro e cambiare la propria storia. Dovrei trovare un modo per far pace con quello che è accaduto, quello che si è perso, quello che non si ha mai avuto. E lo so che la vita è difficile per tutti. Perché nessuno ha mai quello che vuole, e che nonostante le apparenze, siamo tutti fragili e insicuri. La paura c'è. Sempre. Perchè quando si attraversa la bufera, il rischio di essere sommersi non sparisce mai.

L'altro giorno le lacrime mi hanno appannato gli occhi. Ho ripensato a tutte le volte in cui volevo dare l'apparenza di essere una persona forte, imbattibile. In fondo, G. si era avvicinato a me, per questo. Ed allora, ripensandoci, ho iniziato a piangere: potrò mai essere me stessa con un'altra persona, evitando però che questa non scappi a gambe levate? G. non aveva capito un granché. Si era fidato troppo delle apparenze, e solo ora ho capito che lui non è diverso dagli altri. Che anche lui mi ha giudicata senza capire. Che anche lui non ama quelle zone d'ombra che mi porto dentro e che mi accompagneranno per tutta la vita. Quel giorno mi sono sentita molto triste: la paura di rimanere sola per sempre, ha sfiorato i miei occhi. Insomma, ci sarà mai qualcuno pronto ad accettare anche il mio buio più pesto? Ad ora, so solo pensare che resterò con la fragilità di sempre. E' il mio impasto. Resterò così: forse un pò più sola. Forse un pò più delusa.

C'è chi scrive per raccontare storie. Per far sognare. Per divertire. E qualcuno ci riesce anche molto bene. Ci sono libri capaci di prenderci per mano e accompagnarci alla scoperta di tanti universi diversi, fatti di storie tristi o felici. In fondo, poco importa. Ciò che conta è la scoperta, la meraviglia, lo stupore che si sente quando si cavalcano le pagine di un libro. Mettere da parte il proprio quotidiano per vivere quello che altrimenti non si sarebbe mai potuto conoscere. C'è chi scrive per ricostruire il mondo, per dargli un inizio ed una fine, una logica. Dopo averlo smontato, per mostrarne i problemi. Per spiegare come ci si dovrebbe comportare. Il giusto e il bene. Il valore delle cose ed il loro rispetto. Io, però, non scrivo né per raccontare storie, né per delineare il profilo del mondo. Io scrivo solo perché non posso fare altro che scrivere. Perché talvolta le parole irrompono. Perché è l'unica cosa che mi piace veramente. Perché forse è l'unica cosa in cui riesco. Scrivo per rintracciare il bandolo della matassa della mia vita. Scrivo per fare chiarezza all'interno della mia testa e, forse, anche del mio cuore. Scrivo per mettere delle parole su quello che provo. In fondo, scrivo per me. Anche se talvolta mi capita di leggere che qualcun'altra si riconosce in quello che scrivo: questa è la magia della scrittura. Che sorprende chi scrive, forse ancora di più di chi legge.


Un saluto esistenzialista, da Val.

1 commento:

  1. cara Val, collega.

    Collega in tutto e per tutto, dal digiuno, al binge eating, alla filosofia.

    So cosa sia il BED, ci sono rimasta in mezzo non un anno, appena meno.
    Dopo la mia prima anoressia.
    Ricordo ancora la data in cui tutto crollò, il 20 giugno.
    Maledico quel giorno, odio il 20, odio giugno, sono arrivata ad odiare - un po' - la persona che era con me quel giorno, la mia migliore amica del tempo.

    Passai un estate ed un inverno (si, meno di un anno decisamente quindi) ad alzarmi dal letto per mangiare - tutto.
    Quell'estate fui a Parigi, quell'autunno feci uno stage in un azienda.
    E tutto quello che facevo era, letteralmente, mangiare.

    Mi viene male solo a pensare, neanche pronunciare, questa parola: mangiare.
    Come scrive Deleuze nel suo "Logica del senso": parlare di cibo o mangiare le parole.
    Dov'è il senso?

    Ma tornando a noi, ho un brivido che mi uccide ogni volta che penso alla frase che ho appena scritto, quella di Deleuze.
    Oggi ho mangiato.
    Ma ho scritto sul mio diario che domani non mangerò.
    Probabilmente lo farò lo stesso, nel mio modo diligente della fase controllatrice, annotando tutto.
    Se bevo non mangio.
    Se mangio non bevo.
    Se mangio lo conto.
    Se non mangio lo conto?

    Conto e controllo per sentirmi tranquilla.
    La mia mente mi porta avanti nel digiuno di mezza settimana, vorrebbe prolungarlo, ma ho paura di fare dei disastri.
    So che devo evitare, quando perlomeno sono a casa.
    O forse no.
    Ma sarà la situazione mentale della giornata a deciderlo.

    Come ho scritto, mi sento in colpa, tremendamente in colpa.
    E non va bene.
    Non va bene nemmeno che dopo otto ore fuori casa a digiuno io torni alle sette di sera e mi pesi.
    Ma vedere l'ago scendere di mezzo chilo mi piace, lo ammetto.
    Anche se non è la realtà, è semplicemente vuoto fisico, vuoto atomico, spazio.
    Ma lo spazio è pesante?

    Forse noi siamo, la nostra alterità.
    Il difetto.
    Siamo il difetto.
    Ma chi mai ammetterebbe - a se stesso - di essere il proprio difetto?
    Che fine farebbero la virtù, la morale, il bene, se tutti noi ci identificassimo veramente con quello che siamo per essenza, se questa essenza fosse l'alterità?

    L'esistenza è una realtà, la vita è una costruzione, e una costruzione ipocrita.

    Spero domani di vedere le cose in un modo diverso.

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