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30 ott 2013

L'incompiutezza filosofica.


Ahimé, oggi lo so: non c'è al mondo nulla di così ostico all'uomo come percorrere la strada che conduce a se stesso.
Hermann Hesse
"Demian"

Per Seneca la filosofia è un'ars vivendi, cioè teoria e pratica del vivere. Mai tali parole furono più giuste. Spesso è con la filosofia dei grandi nomi che hanno percorso la storia del pensiero, che riesco a toccare i miei, di pensieri: le loro parole sono così adatte che sembrano descrivere precisamente quello a cui non riesco a dare fiato. Sembrano indossare egregiamente e divinamente tutti i pensieri a cui non so dare una forma vera e propria. E' capitato parlando di Hegel durante filosofia della religione, e di nuovo con Leibniz durante filosofie e problemi dell'intersoggettività, per finire poi con Platone in antropologia filosofica. Sebbene non sia propriamente di stampo leibniziano (soprattutto per le sue tesi della teodicea e, di conseguenza, della tentata dimostrazione di Dio), è stato proprio con quest ultimo che ho avuto una sorta di "eureka" (rimanendo sempre in campo filosofico). Il filosofo tedesco dice (e sicuramente con parole migliori delle mie) che appena pensa di essersi avvicinato a riva, non fa altro che rendersi conto di essere rigettato in mare aperto, perdendosi di nuovo nell'infinito. Deleuze "criticherà" per così dire l'autore, dicendo che per un filosofo non c'è niente di più bello proprio che questo: vivere in un una continua incompiutezza, pensare di essere giunti ad una soluzione, ma accorgersi che non sarà mai quella giusta; non riuscire mai a mettere la parola "fine": questo è il meraviglioso mondo della filosofia. Per carità, è affascinante l'interpretazione di Deleuze, mi ha colpito moltissimo anche il pensiero leibniziano, peccato che non sia un filosofo (o forse dovrei dire "una filosofa"?).

Sapete, spesso è la filosofia che mi fa riflettere: non sempre in termini positivi, ma pur tuttavia mi è sempre utile per la contemplazione, come in questo caso con Leibiniz. Mi piace pensare, contemplare, riflettere. Sono attimi che vorrei riuscire a catturare, ma come scrive Jostein Gardeer, "la testa è un traboccare di voci". E la mia testa ribolle. E' come un gorgoglio di centinaia e centinaia di pensieri. Continuano incessantemente a sgorgare. Fino a un certo punto è possibile controllarli, ma difficilmente si riesce a non pensare. L'animo ribolle; non arrivo neppure a fissarli che subito vengono rimpiazzati da nuovi pensieri. Non riesco ad evitare che si confondano. Raramente sono in grado di ricordare quello che ho pensato. Prima che arrivo a riflettere su una determinata cosa, succede sempre che questa si trasformi in un'ulteriore pensiero, ma anch'esso talmente evanescente nella sua essenza che mi devo sforzare di metterlo bene a fuoco, e così si ricomincia da capo. Quest'impetuosa moltitudine di anime, che usano le cellule cerebrali per farfugliare l'una con l'altra, riesce sempre a stremarmi. Il problema è che non ho sufficiente serenità d'animo per ospitare tutto.

Ecco, quindi in termini leibniziani: quando ho intrapreso il "nuovo" percorso terapeutico (con il Dottor R. e la Dottoressa D.), e quando soprattutto avevo capito di essere più consapevole del mio problema, credevo davvero di essere riuscita ad avvicinarmi ad un porto sicuro. Mi ero illusa che il luogo di approdo fosse visibile, almeno. Invece mi rendo conto che, appena pensato ciò, mi ritrovo di nuovo scaraventata e gettata in alto mare. Sono una naufraga, dispersa tra le infinite acque della vita, senza alcun orizzonte a darmi una speranza tangibile. Continuo a sguazzare nel liquido trasparente, ormai stanca, e vulnerabile (forse anche troppo). Non sono disillusa, forse..sono solo stanca e basta. Stanca di trovare sempre un motivo per non andare bene, stanca per vietarmi di fare cose perchè non me le merito, stanca di mangiare e non porre limite all'ingordigia notturna, stanca dei sensi di colpa, stanca di non avere gioia sincera. Desidero semplicemente vivere come un essere umano, perchè non mi ricordo più come si fa. Voglio vivere nel mondo reale e lasciarmi alle spalle tutto, e vivere, solo vivere. Ma poi, mi rendo di non avere più forze. E mi dico che non importa, non ho più nulla da difendere, in fondo. L'acqua in cui sguazzo si solidifica, ed il ghiaccio comincia a creparsi e, sotto la superficie, si spalanca l'abisso freddo e oscuro. Non ci saranno alcune piroette. Da questo momento in poi, devo imparare a nuotare nell'abisso.


Un saluto leibniziano, da Val.

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