Pagine

23 ott 2013

Diario di una teeneger italiana in bilico.


Fammi essere forte, forte di sonno e di intelligenza e forte di ossa e di fibra; fammi imparare, attraverso questa disperazione, a distribuirmi: a sapere dove e a chi dare, a riempire i brevi momenti e le chiacchere casuali. [...] A non essere amara. Risparmiamelo il finale, quel finale acido citrico aspro che scorre nelle vene delle donne in gamba e sole. Non farmi disperare al punto da buttar via il mio onore per la mancanza di consolazione; [...] non farmi essere tanto debole da raccontare agli altri come sanguino dentro; come giorno dopo giorno gocciola, si addensa e si coagula.
Sylvia Plath 
"Diari"

Mi è sempre stato difficile capire come funziono. Alle volte credo di essere fin troppo riflessiva, da rischiare di far scoppiare il cervello. Continuo a pormi dubbi, domande, problemi, questioni; ma non sia mai che trovi una risposta. E' stancante. Ho avuto l'altro ieri, il colloquio con la Dottoressa D., dopo una pausa di due settimane. Ora dovrò tornare nel centro di Castro Pretorio, anziché avere lei che viene a casa mia: causa i miei orari dell'università che sono di mattina. Comunque, abbiamo ripetuto il solito esercizio, ma, non so perchè l'ho trovato più difficile del previsto e di quelli passati. Eppure non indossavo niente di così elastico o cose del genere. Era un maglione stile "nonna", soliti jeans neri. Invece mi sembrava essere nuda. Mi sentivo a disagio e mettermi davanti allo specchio, cominciare a parlare del mio corpo senza alcun tipo di valutazione descrittiva..è stato più stremante del solito. Quando la Dottoressa D. mi chiedeva di alzare leggermente il maglione per descrivere al meglio la parte delle gambe ma anche quella dell'addome, osservarmi di profilo affinché svolgessi al meglio l'esercizio (saper riconoscere l'ansia, e lasciarla andare via) mi sentivo come un groppo in gola. Ero arrabbiata, perchè non riuscivo a fare a meno di valutarmi: mentre parlavo non facevo altro che ripetermi di far schifo, mi sentivo ridicola con tutto quel grasso, e lo specchio sicuramente non mi aiutava ad evitarmi. In un frangente dell'esercitazione mi sono fermata, e non me la sentivo di andare avanti in realtà. La Dottoressa D. mi ha chiesto cosa mi sentissi in quel momento ed io ho ammesso che avrei voluto piangere. Mentre l'ho detto, ho guardato lo specchio, o meglio, ho guardato me: chi era quella ragazza riflessa nello specchio? E di chi erano quegli occhi spenti? Perchè non avevo la gioia nelle mie iridi? Perchè non sono mai stata serena come tutte le altre? Perchè devo ancora piangere e sopportare tutto questo?

La Dottoressa D. mi ha detto che se volevo potevo terminare l'esercizio, anche se sarebbe stato meglio continuare ed imparare ad affrontare il disagio, osservarlo, riconoscerlo, e "lasciarlo andare". Questa è la mindfullness di cui ho parlato un paio di volte già nel mio blog. L'esercizio della consapevolezza, insomma. Ho esitato, prima di riprendere l'esercizio dal punto in cui mi ero interrotta, ma poi mi sono fatta coraggio ed ho ripreso, sforzandomi nonostante il forte disagio che stavo sentendo. Da 1 a 10, sono sicuramente certa che il livello di ansia era a 10. Mi veniva voglia di scappare via da quella stanza, allontanarmi da quello specchio che continuava a riflettere quello che non volevo vedere: me e il mio corpo. Due cose totalmente distinte. Sono solita parlare del corpo come un qualcosa a sé stante, come un qualcosa che mi è stato dato senza che io lo abbia richiesto. Come un capo di abbigliamento che purtroppo non posso cambiare perchè non ho lo scontrino. Dopo aver concluso (e fatemelo dire) finalmente l'esercizio, credevo di essere sopravvissuta alla guerra del Vietnam. La Dottoressa D. si è congratulata con me, dicendomi di essere stata bravissima, che nonostante l'ansia che persino lei aveva percepito, si era meravigliata della mia impresa di voler continuare a fare l'esercizio sebbene più volte mi avesse ripetuto che qualsiasi cosa, avrei potuto interrompere. Spesso mi ripete che non sarà facile quello che faremo, ma che lei è lì per questo: per supportarmi, per darmi una mano. Conosce quello che provo, sa quello con cui mi vado ad impantanare, ma "non sei sola" mi ha detto più volte.

Di "progressi" (sempre se si possono definire tali, dato che la situazione attuale non è delle più rosee) so di averne fatti in questi anni. Ogni tanto mi vado a rileggere i miei primissimi post pubblicati qui sul blog, ed il più delle volte mi rendo conto di essere cambiata. Eppure, spesso mi ritrovo a dovermi interpretare. Ripeto: non so come funziono. All'inizio della terapia di due giorni fa, ho ammesso alla Dottoressa D. del disagio che provavo (e provo) del mio (riscoperto) peso, ed ho anche riconosciuto che, sì, non ne ho dato così tanto valore, ma che allo stesso tempo c'è qualcosa che mi fa pensare e rimuginare: se anche perdessi 5 kg, non starei male, anzi, forse mi piacerei di più dato che ad oggi la mia valutazione di me stessa non è cambiata. Solo che, appunto, continuo a scontrarmi con pensieri contrastanti l'un con l'altro: imparare a convivere con 60 kg, saperlo accettare, o provare a perdere 5 kg perchè mi sentirei meglio? Perchè la prospettiva è più allettante di quella che ad oggi non riesco a sopportare? Fisicamente non sono anoressica, e questo lo sappiamo tutti. Ma so che la mia mente lo è ancora. Io non lo so davvero cosa voglio, ed è questo il dramma. Nel senso: a cosa devo credere? Cosa voglio davvero? 60 kg o 55 kg? Ho espresso tutto questo alla Dottoressa D., e lei mi ha consigliato di usare anche qui la mindfullness: ormai sono abbastanza consapevole da riconoscere il "pericolo" o comunque sia tale "dubbio". Quindi perchè non fare usare anche qui l'esercizio di riconoscere il dubbio, e lasciarlo scemare? Più ci penso, e più però mi confondo. Non riesco a "lasciarlo passare". E' un dubbio che continua a tartassarmi la testa, perchè in fin dei conti si tratta del mio corpo, ed io il corpo me lo "porto" addosso. E' impossibile non notarlo, non farci caso. Il dubbio di cui parlo, viene fatto scaturire ogni qual volta "sento" il mio corpo, le mie forme: sempre.

D'ora in poi, affinché il mio comportamento ossessivo nei confronti dello specchio (controllarmi, studiarmi, guardarmi, studiarmi) diminuisca, si è deciso con la Dottoressa D. di pesarmi una volta a settimana, quando andrò da lei. In fondo un pò ho sempre creduto che la mia compulsione verso il mio riflesso fosse dovuto al fatto che non potevo pesarmi: la superficie di vetro è divenuta l'unico mezzo per "controllarmi", sebbene di controllo non ne abbia per niente. Continuo spropositamente a mangiare di tutto e di più. Ora, anche il Dottor S. ha deciso di non darmi più alcun psicofarmaco. Avendone tratto più svantaggi che vantaggi, dice, è meglio che almeno per questo momento non assuma niente. Sono scettica anche su questo: quel poco progresso che ho fatto (non troppi sbalzi di umore ad esempio), ho ritenuto che merito delle pillole, ed ora che non prenderò più nulla..non so contro cosa dovrò scontrarmi.


Un saluto non-so-cosa, da Val.

1 commento:

  1. Mi piace un sacco leggere il tuo blog
    Perché contro ogni difficolta , ossessione, disagio
    C e un lavoro costante, un lavoro positivo
    E sopratutto c e coraggio.

    RispondiElimina