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12 giu 2013

Una drogata vacca ingorda.



Strinse tra le braccia la disperazione. A quella disperazione accarezzò i capelli. Regalò voce. Raccontò favole.
Isabella Santacroce
"Lovers"


In realtà per questo post avrei voluto inserire una citazione di Camus: "Per suicidarsi bisogna amarsi molto". In realtà, a primo impatto, ritengo che Camus si riferisca anche all'egoismo. Sono passate notti, giorni, minuti, ore, secondi. Dimensioni del tempo durante le quali non ho concluso nulla. Al massimo ho peggiorato la mia situazione. Sono sempre la solita perdente. Sono una ragazza suicida. Inutile aggiungere che ho pensato intensamente al mio annullamento. Come se fosse una tendenza naturale del mio essere. Ho speso non so quanto del mio tempo ad osservare la finestra della mia stanza, immaginando la scena, lo stupore (forse) di chi avrebbe sentito il rumore dell'impatto del mio corpo, schiacciarsi al suolo. Ma sono solo al quarto piano, e non sono sicura che avrei ottenuto quello che desidero. Forse avrei dovuto abitare al quinto ed ultimo piano del palazzo. Ecco, forse sarei riuscita nell'intento. Ho speso notti in lacrime per causa di questo mio pensiero persistente, ho scritto al Dottore, dichiarandogli questo mio desiderio di annullamento. Ha detto che avere momenti di scoraggiamento di questo calibro è abbastanza naturale quando non si hanno apparentemente prospettive, quando si hanno avuto diversi fallimenti e anche le giornate sembrano passare senza alcuno stimolo. Ma confida nel fatto che se ho richiesto il suo aiuto vuol dire che ho intenzione di stare meglio. Oggi ci siamo rivisti. Mi fa sempre piangere il Dottor R., anche se in qualche maniera tento sempre di contenermi. E mi viene su quel nodo di lacrime ancora a pensarci. Come se le lacrime potessero provenire dal cuore, e attraversassero la gola, fino a sgorgare dagli occhi. Simboleggiano le parole che non riesco a pronunciare quando devo spiegare a lui qualche mio comportamento: come il motivo per cui, quando mi sveglio 2-3 volte a notte, e mentre cammino per raggiungere la cucina e divorare tutto, non ho la capacità di fermarmi. Non sono riuscita a spiegarlo. Continuava a dirmi che dovevo pensarci, che dovevo riflettere, ed io avevo solo voglia di battere il pugno sul tavolo ed urlare che non lo sapevo, dannazione. Poi, pur non ricordando bene le circostanze per cui le abbia pronunciate, quando ho sentito fuoriuscire le parole "drogata vacca ingorda", subito, quasi come un principio di causa-effetto, ecco di nuovo che i miei occhi si sono stratificati di lacrime, e, seppure cercassi di rimandarle indietro, reprimerle come ogni mio sentimento, non riuscivo a non far notare le mie iridi completamente appannate. Sono uscita dallo studio peggio di prima, a dire la verità. E' che alle volte mi fa arrabbiare: mi sprona a trovare motivazioni che io non vedo, racconta cose di me che io non sono mai riuscita a notare; ma so che quello che dice è vero. E forse è proprio per questo che mi dà fastidio. Come quando mi ha ripetuto che il vuoto che provo a colmare con il cibo, è anche per il fatto che in realtà non mi sento realizzata in nulla, che non ho stimoli, che non so ancora quello che farò, che subisco ma non agisco. Come quando ho scelto di intraprendere la via politica: iniziai assiduamente ad andarci più per il fatto che lì mi sentivo qualcuno, che la gente mi prendeva come punto di riferimento, che potevo valere qualcosa; più per il fatto che amo la politica e la nostra attività.

E' un tunnel interminabile. Un vortice continuo. Un malessere costante. Continuo a riempire il vuoto di cui tanto parlo, ma che non riesco mai ad identificare. Lo riempo delle solite cose, che non sto neanche a ripetere. Forse perchè mi riscontrerei di nuovo nei miei fallimenti, nelle mie promesse non mantenute. Come al solito. Come sempre. Lo stesso dolore che mi attanaglia e mi divora. Imlploderò, se sono certa. Morirò. Di stanchezza. Di insoddisfazione. Di dolore. Morirò di una morte incerta. Morirò a causa di questo mio vuoto.


Un saluto morto, da Val.

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