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05 giu 2013

Non ho mai scelto niente.


La fame sono io. Per fame, intendo quel buco spaventoso di tutto l'essere, quel vuoto che attanaglia, quell'aspirazione non tanto all'utopica pienezza quanto alla semplice realtà: là dove non c'è niente, imploro che vi sia qualcosa.

Amélie Nothomb
"Biografia della fame"


Ho ripreso la terapia, sì. Non ve l'avevo detto, perchè sapevo che avrei scritto lo stesso giorno in cui sarei entrata di nuovo nel suo studio. O forse semplicemente perchè prima non avevo nulla di così importante da dire. 

Ebbene ho re-intrapreso un percorso terapeutico con Dottor R. Ho avuto il coraggio di chiedere a mio padre di farmi aiutare di nuovo. Ovviamente non esplicitando il fatto che in realtà non sia mai migliorata in tutto questo tempo. Perchè so che la mia taglia 42 è una falsa 42. In realtà non ho mai voluto tornare in una situazione di normopeso. Io aspirerei ancora ai 49-50 kg di un tempo. Solo che il binge me lo impedisce. In qualche maniera, sono io stessa ad impedirmelo.

Ci sono andata proprio ieri. Sarà stato per l'ennesimo episodio di binge, che ormai si dilata sempre più ogni notte. Sarà stato per tutto il peso della vita e del mondo che sono sempre stata sicura di non essere capace a gestire..fatto sta che appena entrata, ed appena lui mi ha chiesto come stavo, ho iniziato quasi a piangere: "Non ti frenare, se vuoi piangere. Ho comprato i fazzoletti nuovi, li inauguro con te", mi ha detto strappandomi una sorta di sorriso.

Non ce la facevo più a tenere tutto dentro, di nuovo. Non ce la facevo più a sopportare il dolore da sola. Non ce la facevo più, e basta. Avevo bisogno di lui. Avevo bisogno delle sue parole, che nessun'altro sa darmi, avevo bisogno di potermi mettere a nudo, avevo bisogno di rendermi ridicola con qualche piantarello, forse. Avevo bisogno delle nostre chiaccherate. Da che ho esperienza, ogni volta che ho ripreso una terapia, la prima seduta è sempre stata "traumatica" per così dire. Si rispolverano pensieri che prima si erano cercati di imbottire, di coprire. Si riprendono in mano delle situazioni alle quali non avevi dato molto conto, ma che poi all'improvviso diventano pregne di significato. Caro David Hume, avevi ragione: l'esperienza insegna. Infatti questa è stata una di quelle sedute. 

Sinceramente non ho molta voglia di entrare nei dettagli della nostra chiaccherata, perchè in fin dei conti si è parlato del binge e di come risolverlo: e lo so già come si fa. Ma a teoria è tutto più semplice. Mettere in pratica è tutt'altra cosa. Io quando mangio ho quel senso di gonfiore che, analogamente, me lo fa paragonare allo schifo, al grasso. In realtà, a parere del Dottor R. quella è una delle mie tante visioni distorte: non è reale il mio pensiero, non è reale il significato che io gli do per lo meno. Ogni volta che stavo per dire che non mi piaccio così, con una taglia così abbondante, gli occhi si celavano di lacrime, e non riuscivo a proseguire, tanto era lo sforzo che facevo per tenerle dentro. Mi ha chiesto se ci sia mai stato un momento nel quale io non abbia pensato così intensamente al dimagrire, magari con G. ha ipotizzato. E sapete una cosa? Forse neanche con G. è stato assente questo pensiero. Anzi, più stavo con lui, più dovevo dimostrare, non solo a me stessa ma anche a lui, che potevo essere più bella, più magra. E che, anche per gli stessi problemi dei DCA, lui mi ha lasciata. Stranamente il Dottor R.è rimasto leggermente basito (almeno a mia impressione) in quanto non gli avevo mai detto che G. mi aveva lasciato anche per questo. Credo che in quel momento abbia capito realmente quanto la mia testa non si sia mai staccata dal pensiero fisso del perdere peso. 

Tanto è importante dimagrire, che ho ammesso che mi dispiaceva questa settimana di non riuscire ad andare in palestra: sarei dovuta uscire per due sere di seguito per festeggiare il compleanno di una mia collega. E, egoisticamente, ho ammesso che non mi andava affatto: non ero abbastanza magra per uscire, non ero abbastanza carina per farmi vedere da sconosciuti, avevo paura di non essere all'altezza delle altre ragazze. E non me ne importava niente del divertimento: io posso divertirmi solo se sono magra. Ho detto proprio così. "Allora perchè ci vai?", mi ha chiesto. Ho risposto che questa mia amica era così felice all'idea che festeggiassi con lei il compleanno che non volevo deluderla, che mi dispiaceva vederla triste, e che non potevo mollarla così, il giorno del suo compimento dei 21 anni, solo per un mio capriccio personale. Così, mi ha chiesto perchè do così tanta importanza al dimagrire, perchè ancora aspiro così tanto al perdere peso, il quale per carità, se fatto in maniera sana, può essere comunque un obiettivo, ma che io gli do un particolare significato. Ho risposto, testualmente: "Perchè mi dà un senso". Eccolo. Il punto di non ritorno. Il punto in cui si sono aperte le acque: 

"Allora non sei tu che dai lui il senso. E' il dimagrire stesso. E' come se non fossi stata te a scegliere. E forse in realtà non hai mai scelto in vita tua. Ad esempio la facoltà di Filosofia: è stata solo una scorciatoia, un'ultima spiaggia. In realtà te volevi fare psicologia. La stessa cosa vale per il compleanno della tua amica: in realtà tu non ci vuoi andare, ma lo fai lo stesso. Per non deluderla. Hai ancora paura del giudizio degli altri, e per questo non fai delle scelte tue volute; ti adegui agli altri".

Il messaggio è stato chiaro e conciso. Nulla di più, nulla di meno. La domanda che mi sorge spontanea allora è chi sia io davvero. Quale parte di me sia davvero quella vera, e quale quella distorta. Domande che palesemente non giungono a nessuna risposta. Ma va bene lo stesso. Sono abituata a non trovare soluzioni. 

Verso la fine della seduta, il Dottor R. mi ha proposto di prendere degli stabilizzatori dell'umore: "Onde evitare sbalzi di umore, in cui ci sono picchi di euforia, anche se con te non c'è rischio" mi ha detto sdrammatizzando e strappandomi anche qui un sorriso "io mi preoccuperei piuttosto per questi tuoi picchi di tristezza assoluta. Io non posso prescriverteli, ma c'è un mio caro collega che viene qui ogni 15 giorni il quale, essendo anche psicoterapeuta, può capire sicuramente la situazione. Farai un piccolo colloquio con lui, e se sarà il caso, inizierai a prenderli". Si è anche scelto di non dirlo a mio padre: lui, in fin dei conti, pensa che io, in qualche modo, sia migliorata e che vada dal Dottor R. a causa di questo periodo in cui mi sento di nuovo sola, a causa, in qualche maniera, di G. Se scoprisse dunque il contrario, non so cosa potrebbe accadere. Così, ho accettato. Così, me ne sono andata, con il mio solito picco di tristezza più assoluta. 


Un saluto tristemente assoluto, da Val.

2 commenti:

  1. Ciao Val...
    Ma questo Dottor R. è uno psichiatra? Mi sembra in gamba, anche io vorrei incontrare un dottore così :)
    Mi dispiace molto che stai così, dico davvero... Comunque scrivi molto bene e in certi aspetti ci assomigliamo... Spero non ti dia fastidio questo mio commento.
    Un abbraccio sincero.

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  2. L'unica domanda che non smettiamo di porci e': "chi sono?". Ogni disturbo della mente ha dentro di se questa domanda, poiche' la malattia distorce la realta' e ci perdiamo in un mondo fittizio.
    Allora e' davvero importante riflettere su di una cosa: e' importante parlare di cio' che gia' conosciamo di noi, e riempire la mente dei soliti pensieri, oppure cominciare il viaggio verso la ricerca do cio' che non conosciamo?
    Ti voglio bene.

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