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04 mag 2013

Sono un ammasso di errori.



Ero un fiore sputato dal fango. Un pesce rosso picchiato dall'acqua. Un passerotto strangolato dall'aria.
Stefania Santacroce
 "Revolver"


Mi chiedo come la semplice assenza di una persona, possa far stare così male. E' paradossale. Cosa rende una persona tanto speciale, quasi vitale per un'altra? Sicuramente la chimica ha la sua importanza. Quando si tocca la pelle di una persona qualunque e sai che c'è qualcosa di più intimo di una semplice stretta di mano; o quando vedi quei pozzi profondi e neri, così belli da volerci affogare, dove altri vedono solo occhi. La mente fa un lavoro più sottile, sottinteso, che ti entra dentro di nascosto, quando sei più vulnerabile, magari mentre sogni. Comincia a mancarti un atteggiamento a cui non avevi mai fatto caso, o un particolare modo di pronunciare una parola, il semplice alzare gli occhi al cielo per esasperazione, lo sguardo attento durante una conversazione. Si comincia con poco a sentire un'assenza, forse con un deja-vu, una canzone. L'assenza, paradossalmente, è una costante presenza nella nostra vita, qualcosa di cui non vi liberate. L'assenza c'è ogni giorno. E quel vuoto, non riuscendo a gestirlo, lo riempo con il cibo. Sempre. E mi sento davvero persa. Mi sento una fallita, una stupida inetta. E davvero, non so che fare di me stessa, della mia (in)esistenza. Stanotte, mentre stringevo a me il pigiama che G. ha dimenticato qui a casa mia, mi è come passata la rassegna stampa della mia vita: ed ho constatato che sono un ammasso di errori, un ammasso di grasso, un ammasso di nullafacenza, un ammasso di delusioni. Sento come se in questi 21 anni di vita, io non abbia costruito niente. Neanche l'ombra di qualche castello di sabbia. Sai, anche se poi potesse essere demolito, almeno si avevano delle fondamenta costruite intorno a sé. Io non ho neanche quelle. Neanche un granello di sabbia. Niente che mi riempa il vuoto che mi abita. Niente che mi faccia dire "Però". Davvero. La mia mente contorta ha fantasticato sull'ipotetica stesura di diverse lettere, come ultimo addio. A mio padre, mia sorella, G., due colleghe universitarie, altre due mie care amiche,  il dottor R. Non sto scherzando. E' la prima volta che l'idea è quasi nitida nella mia mente. Però, poi penso: non dovrebbe essere fatto in silenzio, senza che nessuno lo sappia? Se lo sto scrivendo qui, non significa invece che potrebbe essere una richiesta di aiuto? Un urlo di disperazione, sperando in qualcuno che mi dia una mano? Ma poi penso: chi potrebbe mai farlo? Vorrei ricominciare la terapia con il dottor R., perchè so che forse, grazie a lui, potrei smettere di piangere, di deprimermi, di strillarmi. Magari, smetterei anche di avere episodi di binge, non so. Solo che non posso chiedere a mio padre di ricominciare la terapia, sennò capirebbe che non ho fatto alcun progresso. Lui ora, vedendomi ingrassata, pensa che sia guarita, che non mi faccia più problemi di kcal, peso, corpo, forme e chi più ne ha, più ne metta. Sa però che la notte mi trasformo in Mister Hyde, e sbrano qualsiasi cosa possa essere commestibile. Quattro notti fa è capitato che mi mangiai un'intera millefoglie: il giorno dopo, mio padre, mi lasciò un biglietto con su scritto le solite cose; come che sono un'egoista, che si è stufato, che non dovrò più pretendere niente da lui. Morale: non mi parla da quel giorno. Ed io non parlo con nessuno. Non dico niente a nessuno. Potrei recare solo disturbo. Noia. Esasperazione. Così rimango in silenzio. Il mio sensei di karate diceva "Soffrite in silenzio". Forse è l'unica cosa che mi riesce meglio. Crearmi dialoghi mentali, tra me, me stessa ed io. Crogiolarmi in quella che dovrebbe essere la mia vita, pur avendo in mente costantemente l'idea di decapitarla. 

So che avrei molte cose da scrivere, ma non lo so fare. Non riesco a trovare le parole giuste. Quindi, basta. Basta così per oggi. 


Un saluto suicida, da Val.

2 commenti:

  1. Ciao, ti leggo da un po. Secondo me non meriti affatto di essere chiamata egoista. Anzi il fatto stesso che sei titubante a chiedere a tuo padre di ricominciare la terapia e che non vuoi parlare dei tuoi problemi tenendoteli dentro solo per non creare disturbo, mostra come tu in realtà sia troppo altruista. Se stai male e gli altri non vogliono sentirti, forse sono loro ad essere egoisti. Stai passando un momento che definire difficile sarebbe troppo poco. Posso solo immaginare il tuo dolore, e devi cercare di reagire. Se tornare in terapia potrebbe essere la soluzione, chiedi aiuto. Non è egoismo mangiare un'intera millefoglie, è una silenziosa richiesta di aiuto. Cerca di essere forte xkè meriti di meglio, meriti di ritornare ad amare ed essere contraccambiata con la stessa intensità. Non ti arrendere. Un bacio

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  2. Sembra di essermi specchiata in te, nella voracità di lettura con cui ho scorso tutte queste parole. Te in un post e così mi sento esattamente in linea con quello che scrivi..Necessitiamo di pace e di tanto piangere liberatorio..

    Sono con te*

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