Pagine

15 mar 2013

Il mio cervello è una puttana.



Quelle come me urlano in silenzio, perchè la loro voce non si confonda con le lacrime. 
Alda Merini
"Quelle come me"


Che i problemi dei DCA complicassero anche le relazioni interpersonali, non avevo dubbi, già ne ero a conoscenza: d'altronde ci ho perso anche una cara amica in passato. Lo so che spesso ci si ritrova da sole, che prima o poi si vuole scavare ancora di più in questo stato di tristezza costante, plasmandosi in un mondo totalmente diverso da quello che il resto della gente vive quotidianamente. E so anche che si rischia di perdere tutto. Ed il fatto è che accade tutto così in fretta, da un giorno all'altro ci si può ritrovare da sole, senza nessuna mano tesa ad aiutarti a farti alzare da terra. Lo so. Ed è la paura che ho. Quella fievole voce di coscienza, ieri sera, me l'ha fatto capire. Ero con G., abbiamo mangiato a casa mia, ed io non ho avuto l'accortezza di sapermi frenare dinanzi a polpette egiziane, un trancio di pizza-kebab ed un millefoglie che avevo preparato io per lui. All'improvviso ho sentito la pesantezza di quelle kcal calare verso il ventre, facendolo gonfiare, ingrossare. Ho sentito il cibo diventare bile, che si è andata a schiantare sui miei fianchi. Ed il ventre era palesemente prorompente. Mi sono resa conto troppo tardi del danno. Ma non era troppo tardi quando, invece, mi sono astratta. Mi sono come spenta all'istante, e nella mia testa girovagava esclusivamente il pensiero di come G. potesse vedere il mio corpo. Di come apparivo in quel momento ai suoi occhi. Sapeva il motivo per cui mi stavo comportando in quella maniera, e per mettermi alla prova, provava a toccarmi la pancia. Dopo un paio di tentativi, in cui scacciavo via la sua mano, ho dato un calcio al bracciolo del divano, e l'ho rotto. 

"Ti pare normale reagire così?"

Ad ogni sua stretta, i miei occhi diventavano lucidi, ed a stento sono riuscita a rimandarle dentro. Ho provato ad incassare il colpo. Quel dolore, quell'odio che mi va immobilizzare le braccia. Avrei voluto sferrare colpi addosso a qualcosa, urlare e dirgli di smetterla, perchè mi facevo schifo e che lui, in quella maniera, non mi aiutava. Non riuscivo proprio a smettere di pensare a quello che poteva pensare, toccando il mio ventre. Ma provavo a non piangere, a non mostrargli nulla di quel dolore. Anche se è servito a ben poco.

"Ti sembra normale che io, che sono il tuo ragazzo, non possa toccarti?"

Ed è stato con queste due sole frasi che mi sono sentita davvero un mostro. Non mi sono fatta toccare da lui perchè ho sempre quell'infernale cantilena che mi tormenta "Sei grassa. Non puoi permettere che qualcuno possa sentirti così enormemente ingombrante". Non abbiamo neanche fatto l'amore, perchè avevo paura di mostrarmi in tutte le mie curve ed adiposità cellulari. In tutto il mio grasso, il mio orrore corporeo. Non che nelle volte precedenti mi sentissi una modella da copertina. In quelle due frasi ho potuto percepire la delusione, la stanchezza. E ne sono rimasta ferita. Mi sono sentita profondamente in colpa. Per un momento ho avuto timore che mi mollasse lì, sul divano e se andasse. E' che le persone si stufano di me, delle mie paranoie. Sbuffano e se ne vanno. E spero che questo non accada con G. Perchè è solo così, con quelle parole, con il suo timbro vocale quasi stufo, i suoi occhi scuri stanchi, che mi sono resa conto di essere stata un'egoista: che per questi caos personali, non dò alcun conto agli altri, non ascolto nessuno se non il mio ego, se non quello che voglio io. Se dovessi dirgli qualcosa, in questo preciso istante gli direi che mi dispiace tanto. Sarebbe contraddittorio dire che non è colpa mia..perchè in realtà sono io che permetto di comportarmi in una certa maniera, sono io che gli vieto di toccarmi nonostante lui mi dica che non sono grassa o cose affini. E' colpa mia eccome. Non posso negarlo, sarei solo un'ipocrita. 

Chiamerei ipocrisia quando, ad esempio, oggi ho digiunato a pranzo..e che all'idea di cenare stasera con G. a casa sua, mi viene da piangere. Perchè potrei comportarmi come ieri. Ma nonostante abbia la coscienza di deluderlo di nuovo come la sera precedente, ho deciso comunque di privarmi del cibo. Potrei rinchiudermi di nuovo in questa cella e rimanerne dentro finchè non sia giunto il sole del giorno dopo, in cui posso ancora ripetermi mantra assurdi di promesse che forse non manterrò. Il fatto che dovrò mangiare, poi rimanere a dormire da lui, con il suo corpo e le sue mani a stretto contatto con il mio, mi fa venire voglia di piangere. Perchè non sono come vorrei. Perchè voglio un corpo nuovo, ma non riesco a costruirlo. Ogni volta che metto un paio di mattoni, questi non sono ben solidi, così ogni qualvolta ne aggiungo un altro, crolla tutto. Come un castello di carte. 

E vorrei essere bellissima..


Un saluto ipocrita, da Val.

1 commento:

  1. Io non so nemmeno come spiegarti come mi posso sentire in questo momento a leggere le tue amare parole.
    So bene come ti puoi essere sentita ieri dopo aver esagerato, so come ti sei vista, dopo tutte quelle calorie ingerite.
    Non sai quanto ti capisco, nemmeno te lo immagini.
    Ma sai cosa? Rialzati dopo ieri, con G al tuo fianco,perchè lui non se ne andrà, questo è sicuro.
    Lo sai che c'è il rovescio della medaglia con semi digiuni,voglie e cazzate varie.. Ora anche lui,avrà visto e per questo ti resterà accanto.

    Un forte abbraccio, Efs

    RispondiElimina