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20 gen 2013

Vorrei sapere chi fu il pazzo che inventò il bacio.



Soffro di iperattività immaginativa, la mia mente tende a saltellare un pò qua e di là ed ho qualche guaio tra fantasia e realtà. 
Woody Allen 

Terzo appuntamento. Terzo incontro di me e G. Ore 21.30 alla fermata della metro Libia, zona limitrofa del mio quartiere, che conosco come le mie tasche. Sono stata io a decidere il posto e l'ora. Il cielo sembrava minacciare la nostra uscita serale, ma fortunatamente non ha creato grandi danni. Lo porto in un pub stile irish, abbastanza confortevole ed alla mano. Patatine fritte ed una birra da 7.5° dal nome impronunciabile per lui, un caipiroska alla fragola per me. Chissà. ho pensato, forse la fragola mi addolcirà. Purtroppo era più caipiroska che fragola. Ci raccontiamo, gli chiedo dettagli delle sue esperienze, approfondiamo discorsi di cui avevamo accennato la volta prima ma che non avevano avuto una fine. Muove le mani, fa giochi di prestigio con l'accendino, mi fa ridere e cerca di farmi capire che sono magra e che sto bene così come sto. Che con qualche chilo in più starei ancora meglio. Che sono più magra di quelle che girano nei video musicali. Che preferisce me a Keira Knightley. Che io sono magra. Che io sono bella. Che non avrebbe mai pensato che io sarei mai stata interessata a lui. Che non si sarebbe mai immaginato che sarei uscita con lui. Come se io fossi quel tipo di donna irraggiungibile, troppo lontana dall'idea di poter frequentare un tipo come lui.

G. "Guardami. Sono serio. Ora, ascoltami: tu sei magra. E non te lo sto dicendo tanto per dire. Te. Sei. Magra. Te. Sei. Bella". 

Ci sono stati silenzi in cui rimanevamo ad osservarci, con un tavolo quadrato di legno che ci separava. Non fu tanto un guardarsi. E non era neanche un avere timore del silenzio che si innalzava tra di noi. Per lo meno non da parte mia. Con lui mi sento al sicuro. Piuttosto era come se stessimo parlando, ma non usavamo la voce per farlo. Solo le nostre iridi scure. I sorrisi nascosti dalle mani, un pò di imbarazzo per la situazione.

Lo porto poi da Romoli, il bar dove fanno i maritozzi con la panna più buoni di tutta Roma a mio modesto parere. Un bignè gigante di calorie  per lui (ma che io non mangio). In cambio, prendo un cornetto alla crema. In quel bar non si può uscire senza niente di dolce da mangiare. Parole sussurrate, un pò balbettate forse: se aspetti che ti baci io, ci impiegherò gli anni per farlo. Sono stata io a dirglielo. Proprio io, che ho sempre evitato di creare una situazione tale da farmi baciare. Sono stata io che ho dato l'assist. Così, senza pensarci due volte, mi ha chiuso tra le sue braccia. Ci siamo baciati. Ci siamo abbracciati. Ci siamo presi per mano. La sua che teneva la mia fortemente e mi accarezzava il palmo. E ci ribaciamo. Di nuovo. Ed ancora. Una, due, tre, quattro, cinque volte. Intensi baci in cui non so se ho sentito qualcosa. Il cuore non batteva a 1000. Forse a 50. Non lo so. Sono stati momenti di dolce confusione, di mente annebbiata. Alle volte ero concentrata sulle sue mani, sul posto del mio corpo in cui si sarebbero posate. Ha sfiorato i miei fianchi, i reni. Ci siamo baciati nel buio freddo della notte, senza che nessuno potesse vederci, perchè dice di essere timido. Mi accarezzava il collo, le sue dita si intrecciavano tra i miei capelli, il suo anello che sfiorava il mio viso, le sue labbra carnose, la ricrescita della barba che mi faceva il solletico. La mano più forte che mi abbia mai stretto. Il bacio più dolce che io abbia mai ricevuto. Scrivendo queste parole, ricordare la serata trascorsa, mi fa contorcere lo stomaco. Segno di emozione? Non lo so.

Ci siamo diretti verso la metro, mano nella mano. Ascolto le sue parole, osservo il suo sorriso, guardo i suoi occhi, tengo stretta la sua mano. Aspettiamo il suo vagone. La voce metallica dice che il treno per direzione Laurentina arriverà tra due minuti. Lui si mette seduto, e vorrebbe che io mi mettessi sulle sue gambe. Mi rifiuto categoricamente di farlo, e così mi siedo accanto. Prova a prendermi in braccio, ma gli scanso la mano. Tocca le mie cosce e dice che quelle non sono grasso. Mi chiudo a riccio, abbasso il volto e sussurro "Ti prego, no. Non farlo, ti prego". Senza dire niente, mi prende per il viso e mi bacia. Perde volutamente il treno. Altri due minuti, mi dice. Però la voce metallica rimbomba: il prossimo sarà l'ultimo treno sia per la sua direzione che per la mia. Un ultimo bacio, una buonanotte sussurrata e via..a casa.

20 Gennaio 2013. Forse il giorno in cui sono stata bene con qualcuno.

I miei timori sul sesso/il mio corpo davanti ai suoi occhi/il mio grasso/preliminari non hanno bussato all'anticamera del mio cervello ieri sera. Solo ora sto pensando al futuro. Solo ora sto temendo il peggio. Non poteva andare tutto bene, vero? Devo per forza reagire così? Ed ora?

Un saluto calorico, da Val.

1 commento:

  1. Io di emozione ne leggo tra una riga e l'altra comunque, che bello.. sono contenta per te.
    A piccoli passi, senza fretta, son sicura che arriverai a qualcosa, magari una prima parvenza di accettazione di te, anche se, a volte le nostre menti sono troppo rumorose per ascoltare altro, a volte non basta neanche quello; ma intanto è bello camminare no? L'importante e non stare fermi, stando fermi sei sicura di non arrivare a niente, quindi keep going!
    Un abbraccio calorico, per ricambiare :)

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