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26 gen 2013

Citando "Le fantasticherie del passeggiatore solitario", di Jean-Jacques Rousseau.



Da che mi trovo in questa strana situazione, essa mi sembra ancora un sogno; m'immagino sempre di essere tormentato da un malore o di dormire un sonno cattivo e di stare per risvegliarmi. [...] Sì, senza dubbio, senza accorgermene devo aver fatto un salto dalla veglia al sonno, o meglio dalla vita alla morte. Strappato, non so come, dall'ordine delle cose, mi son visto precipitare in un caos incomprensibile dove non vedo più niente; e più ripenso alla mia situazione attuale, meno riesco a comprendere dove sono. Oh, ma come avrei potuto prevedere il destino che mi attendeva, se non lo posso concepire neppure ora che ne sono in balia?

Mi sono dibattuto a lungo, violentemente, ma invano. Senza direzione, né arte, né dissimulazione, né prudenza; franco, aperto, impaziente, col dibattermi non ho fatto che  incatenarmi sempre più.

Infine, sentendo inutili tutti i miei sforzi e tormentandomi invano, ho preso l'unica risoluzione che mi rimaneva, quella di sottomettermi al destino senza ribellarmi oltre alla necessità. In questa rassegnazione ho trovato il compenso di tutti i mali, poiché essa mi procura una tranquillità quale non mi poteva venir concessa nel continuo travaglio d'una resistenza tanto penosa quanto vana.

Tutto è finito per me sulla terra. Nessuno può più farmi né bene né male: non ho più niente né da temere né da sperare in questo mondo, ed eccomi tranquillo in fondo all'abisso, povero infelice mortale.

Sono sulla terra come su un pianeta estraneo sul quale fossi caduto da quello che abitavo. Se intorno a me riconosco qualcosa, non sono che oggetti dolorosi e strazianti per il m io cuore e non posso volger lo sguardo su ciò che mi tocca e mi circonda senza trovarvi qualche motivo di sdegno che mi indigna, o di dolore che mi affligge.

Solo per il resto della vita, poiché non trovo consolazione, speranza e pace che in me, non devo né voglio occuparmi d'altri che di me.

Posso far risalire a quel tempo la mia assoluta rinuncia al mondo e quel vivo giusto per la solitudine che non mi ha più lasciato da allora. L'opera intrapresa non si poteva eseguire che in un totale isolamento; richiedeva meditazioni lunghe e pacate che il tumulto della società non consente. Così per un certo tempo fui costretto a cambiar modo di vivere, e di questo in seguito mi trovai così bene che da allora non l'ho interrotto che per forza e soltanto brevemente, e ripreso subito dopo con tutto il cuore attendendomici senza rammarico non appena mi è stato possibile.

Che appoggio possono dare alcune illusioni che cullano soltanto me nel mondo? Tutta la generazione presente non vede che errori e pregiudizi in quel sentimento di cui io solo mi nutro, trova la verità e l'evidenza in un sistema contrario al mio, sembra perfino non poter credere che io l'adotti in buona fede; ed anch'io, pur accettandolo con tutta la volontà, vi trovo difficoltà insormontabili che non so risolvere e che però mi impediscono di persistervi.

Può darsi che senza accorgermene, anch'io sia cambiato più di quanto avrei dovuto, ma quale temperamento resisterebbe senza alterarsi, in una situazione simile alla mia?

Non essendo in condizioni di agire bene né per me né per gli altri, mi astengo dall'agire, e questa situazione (innocente solo perchè forzata) mi spinge a trovare una specie di dolcezza nell'abbandonarmi pienamente, senza rimprovero, alla mia inclinazione naturale.

Ecco quel che mi accade naturalmente quando il mio cuore, serrato dall'angoscia, avvicinava e concentrava in sé tutti i movimenti per conservare quel resto di calore che stava per dissiparsi e spegnersi, nell'abbattimento in cui a grado a grado cadevo.

Questa vita tempestosa non mi lasciava né pace all'interno né riposo al di fuori; in apparenza felice, non avevo nemmeno un sentimento che potesse sostener la prova della riflessione e nel quale potessi veramente compiacermi: non ero mai assolutamente contento né degli altri, né di me. Il tumulto del mondo mi stordiva, la solitudine mi annoiava [...]

Che mi mancava dunque, per essere felice? Non so, eppure non lo ero. Che mi manca ora per essere il più infelice degli uomini?

L'anima offuscata, ostruita dal corpo, si accascia ogni giorno di più, e sotto il peso di tale massa non ha più abbastanza vigore per slanciarsi, come altre volte, fuori del suo vecchio involucro.

Tuttavia, a meno d'essere sciocchi, come considerare la mia situazione [...] senza morire di dolore e di disperazione? Al contrario, la contemplo e scompongo; e senza lotta, senza sforzo su di me, mi vedo quasi con indifferenza in uno stato in cui nessun'altro uomo, forse, sopporterebbe la vista senza spavento.

Come si può vivere felici e tranquilli in questo spaventevole stato? Eppure, io mi ci trovo più che mai sommerso [...].

La felicità è uno stato permanente che  non sembra fatto qua in terra per l'uomo; tutto, quaggiù, è in un flusso continuo che non permette a nulla di assumere una forma costante. Tutto cambia intorno a noi, noi stessi cambiamo, e non si può avere nessuna certezza di amare domani quel che amiamo oggi; così, tutti i nostri progetti di felicità per questa vita sono chimere. 

5 commenti:

  1. In questo momento sono proprio le parole che avevo bisogno di leggere. Credo che lo stamperò.

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    1. Stampalo pure trecento volte. Sono contenta che ci siano persone a cui piacciano questi tipi di post :)

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  2. E' molto difficile non essere egocentrici, persino un comportamento altruista è in funzione di chi lo compie: lo fa per scappare dai propri problemi, concentrandosi su quelli altrui. Quindi vivere per sè non mi pare sbagliata come scelta.
    Come disse Shakespeare, il pensiero inibisce l'azione.

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  3. ciao, grazie mille per il tuo commento, mi fa piacere che ti sia arrivato quello che io davvero intendevo... neanche nel mio blog si parla di rose e fiori, anzi... nei moementi più bui della bulimia e del binge ho scritto una marea di post davvero da "depressioen mode on"... e credo che potrei continuare a scriverne perchè un blog è un blog proprio quando si parla di sè senza censure. Io intendevo soltanto che magari molte ragazze giovani ci leggono e quindi è giusto dare un messaggio che non faccia trasparire il digiuno come qalcosa di cui esser fieri... un bacio

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  4. Parole bellissime.
    Grazie per il tuo commento e no, non ne vale la pena ma lo facciamo comunque perché tutto questo ci rende vivi.. È una realtà triste.

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