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27 gen 2013

Avida di silenzio.



Vorrei perdere la ragione ad un unico patto: essere sicuro di diventare un pazzo allegro, brioso ed eternamente di buon umore, senza problemi né ossessioni.
Emil Cioran
"Al culmine della disperazione"


Ore 22.00, ci ritroviamo alla "Cuccagna", il pub più giovanile al centro di Roma, vicino al Pantheon. Questa volta siamo in sei. Tre coppie, per la precisione: mia sorella ed il suo ragazzo, una nostra amica con il ragazzo, io e G. Ci sediamo fuori dal pub, nonostante facesse molto freddo. Però ci siamo riscaldati con molto alcool. Un paio di invisibili alla fragola a testa..e via.

Io e G. siamo seduti uno dinanzi all'altra, leggermente fuori dal tavolo dato che eravamo in troppi. Accarezza le mie gambe lateralmente, mi bacia le mani e sorride. Mi ripete che da me non scapperebbe mai, per nulla al mondo. Continua così, a tenermi stretta a lui, a parlare con gli altri a parlare, scherzare, mentre le sue mani erano avvolte nelle mie, mentre le ginocchia contornavano le mie per darmi quel calore che non ho mai ricevuto. Testa contro testa, ci guardavamo diritti negli occhi, senza dire nient'altro.

E così le sue mani entrano sotto la mia giacca nera, scavano sotto la maglietta, e tocca i miei fianchi. Pelle contro pelle. Mani contro grasso. Inizio ad agitarmi,  a provare un profondo disagio, di quelli che ti metteresti addirittura ad urlare tanto ti danno fastidio. Avrei voluto strepitare. Ho tentato a toglierli le mani dai miei ingombranti fianchi, dicendogli di smetterla. Più ci provavo, più lui era saldo nella sua presa, e quindi il contatto delle sue dita si sono strette ancora di più intorno al mio corpo. Ho sentito quel grasso, quell'addome che per una sera volevo dimenticare. Ho percepito il grasso che lui stringeva. Ho sentito i suoi polpastrelli accentrarsi sul mio ventre, per spostarsi nuovamente sui miei fianchi. Mi sono accovacciata su me stessa, ed ho iniziato a piangere silenziosamente. La mia schiena tremava per il terrore, per il disagio sentito, per la paura avuta in quei pochi istanti che sembravano essere un'eternità. Piangevo perchè mi sono vergognata del mio corpo, perchè in quel momento se fossi stata più magra e con un ventre molto più piatto, allora forse lo avrei fatto fare. Ho pianto per l'imbarazzo. E mentre ero piegata su me stessa, sentivo ancora di più i rotoli della mia pancia che combattevano tra di loro per chi doveva sporgere di più. E giù in pianti.

Singhiozzavo ed il respiro andava e veniva. G. si è accorto della mia reazione, mi ha avvolto tra sue braccia, stile "mamma chioccia"; mi ha chiesto scusa, di non piangere, di non fare così, che non voleva, che forse aveva sbagliato. Avevo gli occhi lucidi, e lui li studiava per capire se stavo ancora piangendo. Voleva vedere il mio volto, scorgervi le lacrime, e la paura nei miei occhi. Gli ho stretto con forza le mani, come se volessi spezzargliele, come se desiderassi che non mi toccasse più, come se volessi cancellare quello sporco grasso che lui aveva appena sfiorato con le sue dita, come se volessi cancellare quell'atto impuro dai suoi polpastrelli. Ma quello che ho toccato mi è piaciuto, mi ha detto dopo. No, non puoi aver provato piacere a farlo perchè il mio corpo è assolutamente orribile ed imperfetto, gli ho risposto. Ma lui non ne ha voluto sentire. Vuoi rimanere da sola fino a quando non sarai sicura di piacerti? ha esordito. Ammetto di esserci rimasta male, perchè con quelle parole forse è stato anche questo il motivo per cui non ho mai vissuto una storia, o non mi sono mai impegnata nel farlo. E non sa di avermi colpita nel profondo, con quelle parole. Ha tentato in tanti modi, con tante parole a farmi capire che gli piaccio così come sono, che così per lui sono stupenda, che non sono grassa, che non ho motivi per cui dovrei crederlo, che quello che ha toccato del mio corpo gli è piaciuto. Che adora il mio corpo. E che fa difficoltà a non toccarlo, dice. Ed io mi inorridisco solo di più, perchè non faccio altro che riconoscere invece che questo grasso involucro che vesto non è possibile toccarlo, amarlo, desiderarlo. Ma riconosco di essermi comportata come una 13enne in preda al panico.

Ci siamo poi avviati per tornare a casa, tutti e sei. G. avrebbe ricevuto un passaggio dal ragazzo di mia sorella, il quale poi sarebbe rimasto a dormire da noi. G. lo sapeva, perchè, simpaticamente, il ragazzo di mia sorella gli ha consigliato i giorni in cui può rimanere a dormire a casa mia, perchè mio padre va dalla compagna. Così, tra un abbraccio ed un bacio, lui mi ha chiesto se poteva venire a dormire da me. Non se ne parla neanche ho risposto. Dormiremo soltanto: se ti dà fastidio che ti tocchi la pancia, figuriamoci se voglio fare altro, ha cercato di convincermi. Mi è apparso che corresse troppo: tralasciando i miei problemi sul mio corpo che mi spingono ad avere difficoltà nei rapporti fisici e cose simili, forse non è un pò troppo presto per pensare anche solo di dormire con la sottoscritta? Ovviamente, non gliel'ho detto, come al solito.

Basta così. Ho solo voglia di silenzio.

Un saluto avido, da Val.

2 commenti:

  1. Io voto per la teoria dell'alticcio. Magari l'ha detto davvero senza paure e/o cattiverie. Spero che ti richiami x3

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  2. il nostro problema è che magari dobbiamo trovare per forza del marcio nelle cose. come mai, perchè, che vuole etc non godendoci il bello delle piccole cose... comunque se tu pensi che lui stesse correndo troppo hai fatto bene a mostrarti rigida..dai tempo al tempo però non credere che ogni cosa sia fatta con un doppio senso! goditi di piu il momento!

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