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17 nov 2011

Svogliata.




YES!



Ho deciso di non guardarmi più allo specchio, salvo poco prima di uscire.
Forse è perchè mi odio ancora a tal punto da non volere più vedere il mio riflesso. O forse è perchè non credo che sia così importante continuare a martellarmi la testa con pensieri del tipo "Guarda che pancia, guarda che grasso".
Ho deciso di permettermi una merendina per la colazione, oltre che ai soliti quattro biscotti con lo yogurt non più light (mi è stato "vietato" di fare la spesa: secondo mio padre questo potrebbe "aiutarmi" ad "allontanarmi" dal "problema").
Ho deciso di provare ad essere più spensierata.
Ma appena ci provo, mi rendo conto che sto solo fingendo.

Ma nel contempo, non riesco ancora a capire se il desiderio di guarire, lo stia facendo per gli altri, o per me stessa. Vivo in un dualismo costante: riconosco la gravità della situazione, ma ho sempre paura di ritornare a quello che ero prima. Lo testimonia anche l'ultima seduta con lo psicoterapeuta: egli stesso ha confermato che se ci sto provando, in realtà non è ancora propriamente per me, e che sto mentendo a me stessa. Come lo si capisce? Semplice: non mi interessa di avere l'amenorrea o di soffrire di ipotermia. Eppure, quando mi ha chiesto "Fai finta che conosci una ragazza (non sofferente di DCA) che ha l'amenorrea. Come la classifichi? Come la vedi?"; io ho risposto "Beh, è un disagio fisico". Ma se si tratta di me, per l'appunto, non la riconosco come tale, non vedo il bisogno e la necessità di fare il possibile per rimediare al problema. E perchè vivo questo dualismo? Perchè continuo ad ascoltare continue voci esterne che perennemente mi dicono che il mio pensare, il mio credere sono pienamente falsi. Rimbalzo da un'opinione all'altra, non capendo quale sia quella giusta. O, più che altro, non ne sono ancora convinta, ecco tutto.

Finalmente, ho lasciato pallavolo. Peccato che mio padre abbia avuto la brillante idea di compensare questo abbandono con il mandarmi a fare volontariato alla Protezione Civile. Si chiama "volontariato" perchè ci si augura che una persona sia dedita a questo tipo di attività, che ci vada perchè lo vuole. Sfortunatamente, io non lo voglio. "Fallo per me, allora" (cit.), ha detto mio padre. E meno male che poi mi viene mossa contro l'idea che io sia egoista. Più credo di fare le cose per gli altri piuttosto che per me stessa, e più mi dicono che non penso alla gente che mi vuole bene. Anche qui, vivo una sorta di dualismo: appena faccio qualcosa, ho paura che ci sia sempre qualcuno a puntarmi il dito contro. Ed io, ripeto, non voglio fare volontariato. La sola idea di sentirmi costretta a fare una cosa che non desidero, mi fa impazzire: inizierei a strepitare, se solo non mi prendessero per pazza. Quindi, continuo ad incassare, e me ne rimango zitta. Chissà, magari poi va a finire che farò missioni per la pace, stile "Medici senza frontiera". Ma per ora, l'unica frontiera che non vorrei oltrepassare, è la mia porta di casa: non ho voglia di uscire con nessuno. Amen.

I'm gonna be crazy.

Zara.

1 commento:

  1. E' normale avere ripensamenti sulla guarigione e la spensieratezza, non siamo mica abituati a cose così positive! Piano piano troverai il tuo equilibrio...stai su! ^-^

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