Pagine

17 mag 2011

Citando Stefania Sabbadini, in "Trenta Chili".

In realtà l'anoressia è la mia unica forza, l'unica sicurezza che ho. Eppure le premesse erano diverse, c'era stato un tempo in cui sapevo scegliere e sapevo anche come fare per prendermi quello che volevo e rifiutare ciò che gli altri organizzavano per me.
Ero capace di pensieri che non potevano essere condivisi, pensieri che dovevo negare perchè mi facevano sentire cattiva.
Non la volevo io la verità, non la volevo io. Era lei a volere me, era pronta ad agguantarmi, mi aspettava laggiù, sul ciglio della strada, e sembrava anche stupita del mio ritardo.
Non è facilissimo muoversi nel Mondo senza farsi notare e tentando di non notare il Mondo, esserci per non esserci, questo è il segreto.
Non sopportavo una sola cosa della psicoterapia, le recriminazioni materne per i soldi che servivano a pagare le sedute, il vero dolore passava attraverso il denaro che i miei spendevano, questa era la mia vera vergogna, non ero capace di amarli, di dimostrare loro il mio affetto con l'unica cosa che mi chiedevano essere una ragazza come tutte le altre: sana, perbene e serena.
Ritornai sulla mia nuvoletta a tranquillizzarmi, mi vedevo laggiù sempre più patetica ed in balia di una vita che mi aggrediva senza che io riconoscessi quello che voleva da me, sempre confusa, sempre incapace di muovermi, sempre intrappolata in un corpo che assomigliava ad una bolla d'aria, per quanto cercassi di renderlo magro, impossibile capire dove iniziavo e dove finivo, impossibile fermare chi ci si tuffava dentro o anche solo prevedere quanto vicino o lontano dovessi tenerli prima di sentirmi totalmente invasa. Sulla nuvoletta a non sentire l'angoscia che mi divorava, a organizzare un modo per vivere, per sentire di meno la paura di non farcela ed il desiderio di provarci.
Mi bastava pochissimo per sentirmi in agitazione, mi bastava un'espressione del volto di chi mi stava davanti per sentire aprirsi una voragine sotto ai piedi, era simile ad un graffio crudele nell'anima, arrivava con una battuta o con un semplice gesto, immediatamente io leggevo la disapprovazione o magari la semplice critica e mi sentivo condannata senza possibilità d'appello. Vivevo nel bisogno dell'approvazione degli altri e nella paura che questa non arrivasse, uno stato penosissimo di inquietudine continua, che non trovava soluzione se non nel confronto che però costituiva il solito rischio, partecipare ad una gara significa accettare la possibilità di perderla, così avvicinare qualsiasi persona implicava la possibilità di non essere apprezzata.
Era tutto nella mia testa, l'orco cattivo ed i sogni, il serpente e la paura, la delusione che avevo provato nel capire che mia madre aveva mentito, la forza per spegnere tutti gli incendi dell'anima. Se si chiamava anoressia o pazzia non mi interessava, era l'unica certezza che avevo, la mia unica risorsa, ed io non avrei permesso a nessuno di portarmela via.
[..] Non mi sentivo affatto tanto mistica, ma capivo bene quello stato perenne di agitazione [..], conoscevo quella specie di euforia, di eccitazione che si prova quando non ci si alimenta per un pò, sembra simile a uno stato di ebbrezza senza spiacevoli inconvenienti da abuso di superalcolici.
Avevo una sola forza, c'era un'unica risorsa dentro di me, la vera potenza di cui disponevo, la mia capacità di sopravvivere a me stessa.
Come possono scorrere i giorni, i mesi in questo modo insulso è difficile da spiegare, non ho alcuna memoria di stati d'animo particolari, ero sempre inchiodata al momento che vivevo, come se non ci fosse mai stato il giorno prima, mi trascinavo da un punto all'altro della mia vita, senza alcun coinvolgimento.
Cerco di fare il punto della situazione nella mia testa, quello che io cercavo non era affatto un posto che mi facesse guarire, io volevo solo arrivare ad un rimedio per sostenermi abbastamza da restare magra come volevo essere e fare tutto quello che volevo fare [..].
Perchè in realtà io non sentivo proprio niente o forse non ero capace di riconoscere quello che sentivo. Mi piaceva per esempio l'idea di essere una sorta di bozzolo, totalmente invischiato nella sua stessa bava, incapace di trovare  una via d'uscita e spaventato allo stesso tempo. Ragionavo lucidamente sull'aspetto estetico, riconoscevo quanto fossero belle alcune donne paffutelle, ma io con i miei chili avevo comunque una pancia esagerata, il mio stomaco era dilatato fino all'inverosimile. Capivo che dal loro punto di vista questo non era vero, ma se guardavo il mio corpo io vedevo qualcosa di inaccettabile, una grassona perdente ed indifesa.
Come anoressica avevo una mia identità, tutti sembravano capire chi fossi, non dovevo faticare a dare di me alcuna immagine particolare, non avevo niente di cui preoccuparmi tranne non aumentare di peso, solo mantenere il mio ruolo e perfezionarlo. Anche questa è una verità, almeno sul piano pratico, almeno così me la vivevo e me la raccontavo.
Avevo da fare i conti anche con lo specchio, mi  guardavo e mi rendevo conto delle deformità, la malattia fisica, il dolore soprattutto, mi restituivano un pò di obiettività soggettiva, ma era sempre un guardarmi da lontano, da troppo lontano per decidere di aumentare di peso.

Zara.

7 commenti:

  1. In realtà l'anoressia è la mia unica forza, l'unica sicurezza che ho. Eppure le premesse erano diverse, c'era stato un tempo in cui sapevo scegliere e sapevo anche come fare per prendermi quello che volevo e rifiutare ciò che gli altri organizzavano per me.
    queste parole sono verissime, hai pienamente ragione cara. ma c'è molto altro oltre l'anoressia, sbloccati, apri gli occhi, sei così bella zara, potresti arrivare a qualsiasi traguardo.
    stay strong dear.
    (L)

    RispondiElimina
  2. Ritratto efficace, il libro non l'ho letto, merita?

    Invece ti consiglio: "Il cuscino di Viola" di Paola Bianchini e Laura Dalla Ragione, è pieno di testimonianze e riflessioni molto belle.

    Ciao

    RispondiElimina
  3. Posti delle citazioni bellissime, alcune te le ho rubate :)

    RispondiElimina
  4. In realtà l'anoressia è la mia unica forza, l'unica sicurezza che ho.

    Gesù cristo, è ancora così.

    RispondiElimina
  5. Preferisco Pessoa :-)

    Ivan.

    RispondiElimina
  6. Avevo 5 anni quando ha iniziato ad ammalarsi. Ne avevo 27 quando se ne è andata, una mattina d'estate, senza far rumore, come era lei. Per 22 anni l'ho amata e odiata, senza capire nulla di lei, ascoltandola, e guardandola appassire ano dopo anno. Poi ad un certo punto la svolta. Ha tirato fuori la rabbia, ed è rinata. Guarita, finalmente, nell'anima più che nel corpo. Aveva fatto pace con se stessa e con tutti noi, aveva mostrato se stessa. L'ho vista l'ultima volta un mese prima che se ne andasse, e mi ha detto che aveva dimenticato il mio regalo di compleanno. Invece l'ho persa, ancora una volta, ma stavolta per sempre. Lei voleva vivere. Aveva deciso di vivere. Ti prego, per quanto sia difficile. Vivi anche per lei. Un abbraccio, Silvia

    RispondiElimina