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14 mag 2011

Citando Fernando Pessoa, in "Il libro dell'inquietudine".

Poco a poco ho trovato in me lo sconforto di non trovare niente. Non ho trovato una ragione ed una logica [..] per giustificarmi. Non ho pensato di curarmi da questa cosa -perchè mi sarei dovuto curare?-; e che cosa significa essere sani? Quale certezza avevo che quello stato d'animo dovesse appartenere alla malattia?
Lentamente mi sono corazzato contro il sentimento del ridicolo. Ho insegnato a me stesso ad essere insensibile agli appelli degli istinti, alle sollecitazioni. Ho ridotto al minimo il mio contatto con gli altri. Ho fatto quello che ho potuto per perdere qualsiasi attaccamento alla vita.
E io sono così, futile e sensibile, capace di impulsi violenti e coinvolgenti; buoni e cattivi; nobili e vili; ma mai di un sentimento che perduri, mai di una emozione che continui e penetri nella sostanza dell'anima. Tutto in me tende ad essere poi un'altra cosa: una impazienza dell'anima verso se stessa, come verso un bambino inopportuno; una inquitudine sempre crescente e sempre uguale. Tutto mi interessa e nulla mi prende.
Noi non ci realizziamo mai. Siamo due abissi -un pozzo che fissa il cielo.
E' forse arrivata l'ora che io faccia lo sforzo concreto di dare uno sguardo alla mia vita. Mi vedo nel mezzo di un deserto immenso. Parlo di quello che ieri letterariamente sono stato, cerco di spiegare a me stesso come sono arrivato fin qui.
Riconosco, non so se con tristezza, l'aridità umana del mio cuore. Cosa buttata in un algolo, straccio caduto in strada: in tal modo il mio ignobile essere si finge di fronte la vita. Invidio tutte le persone per non essere me.
Sono in questo momento in cui mi sto vedendo, un improvviso solitario, che si ritrova esiliato nel luogo in cui si è sentito sempre cittadino.
Mi sento a volte preso, non so perchè, da un preavviso di morte..un malessere indefinito, che non si materializza in dolore e per questo tende a spiritualizzarsi in un fine, cioè, una stanchezza che richiede un sonno così profondo che il dormire non gli basta.
L'isolamento mi ha conformato a sua immagine e somiglianza.
E' umano volere ciò di cui abbiamo necessità, ed è umano desiderare ciò che non ci è necessario ma che è per noi desiderabile. Il male consiste nel desiderare con uguale intensità ciò che è indispensabile e ciò che è desiderabile, soffrendo per non essere perfetti come se si soffrisse per la mancanza del pane. Il male romantico è questo: volere la luna come se esistesse il modo per ottenerla.
Mi stanca tutto, anche quello che non mi stanca. La mia allegria è dolorosa come il mio dolore. Tra la vita e me c'è un vetro sottile. Per quanto io veda più nitidamente e comprenda la vita, non la posso toccare. I miei sogni sono uno stupido rifugio, come un ombrello contro il fulmine. Per quanto tenti di imboscarmi, tutti i sentieri del mio sogno conducono alle radure dell'angoscia.
Quando finirà tutto questo, queste strade dove trascino la mia miseria e questi gradini dove rannicchio il mio freddo e sento le mani della notte fra i miei stracci?
Sono così stanco del mio abbandono. Non ho mai prestato attenzione a chi mi ha detto di vivere. Sono sempre appartenuto a ciò che non sta dove mi trovo io, e a quello che non sono mai potuto essere. Tutto ciò che non è mio, per quanto infimo, è sempre stato poesia per me. La mia mania di creare un mondo falso mi accompagna ancora, e solo alla mia morte mi abbandonerà.
Vivere mi sembra un errore metafisico della materia, una disattenzione dell'inazione. Non bado neanche alla giornata, per vedere cosa mi offre per distrarmi da me stesso e perchè, trascrivendolo qui in forma di descrizione, io possa chiudere con le parole la tazza vuota del mio non volermi.
A volte mi succede, e quando accade è quasi all'improvviso, che nel bel mezzo delle mie sensazioni si manifesti una stanchezza della vita così terribile che non esiste neanche la minima ipotesi di azioni per dominarla. Tutto muore in me, persino il sapere che posso sognare. Non sto bene in nessuna posizione. Tutte le cose morbide su cui mi adagio hanno spigoli per la mia anima. Tutti gli sguardi, verso cui guardo, sono così scuri perchè batte su di loro questa luce impoverita del giorno che si lascia morire senza dolore.
Ho fallito in anticipo la vita, perchè neppure sognandola, essa mi è apparsa deliziosa.
Come si spiega questo? A chi mi sono sostituito dentro di me? E' come se trovassi un vecchio ritratto, indubbiamente mio, con una statura diversa, con dei lineamenti sconosciuti -ma indiscutibilmente mio, spaventosamente io.
Cerco, e non trovo. Voglio e non posso. Ho un'indigestione dell'anima.
Conosco, in forma traslata, la sensazione di aver mangiato troppo. La conosco con la sensazione, ma non con lo stomaco. Ci sono giorni in cui dentro di me si è mangiato troppo. Sono pesante nel corpo e rozzo nei gesti; non mi va affatto di spostarmi da lì.
So che ho fallito. Assaporo il piacere indistinto del fallimento come chi attribuisce un valore esausto a una febbre che lo stare rinchiuso. Non possiedo il mio corpo -come dunque, posso possedere attraverso esso? Non possiedo la mia anima, non comprendo il mio spirito.
C'è qualcosa di distante in me in questo momento. Me ne sto, infatti, sul terrazzo della vita, ma non precisamente di questa vita. Sto al di sopra di essa, e la sto vedendo da dove vedo. Giace di fronte a me, degradando in terrazzi e scivolando, come un paesaggio diverso, fino al fumo sopra le case bianche dei villaggi a valle. Se chiudessi gli occhi, continuerei a vedere, dato che non vedo. Se li aprissi non vedrei più, dato che non vedevo.
Sono svenuto un poco dalla mia vita. Cammino, non per strada, me nel mio dolore. Le case allineate sono coloro che non capiscono e che mi circondano l'anima; i miei passi risuonano sul marciapiede come un ridicolo rintocco a morto, un rumore spaventoso nella notte, finale, come una ricevuta o una prigione.
Mi separo da me e vedo che sono il fondo di un pozzo.

Se mi domandate se sono felice, vi risponderei che non lo sono.


Zara.

6 commenti:

  1. Fare di tutto per perdere ogni attaccamento alla vita...funziona forse. *Un forte abbraccio cara Zara*

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  2. Questa citazione..è tutto. Semplicemente tutto.
    Ti abbraccio.
    Laura <3

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  3. Pessoa è uno dei miei autori preferiti anzi, è il mio autore-uomo preferito proprio perchè.. bhe, basta rileggere quanto hai trascritto e non credo di dovermi motivare.
    E hai ragione, un giorno forse arriverò a saper coniugare i verbi all'imperativo e non pià al condizionale

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  4. Come si chiama questo libro?
    Sarà il prossimo che ti ruberò dalla libreria.
    Avrei voluto avere io il coraggio di saper esprimere così bene quello che sento dentro.

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  5. Ma forse, dopo, non sarei più capace di guardarti negli occhi e vederci riflessi i miei.
    Ma forse, dopo, non sarei più capace di guardarti negli occhi e capirti.
    O forse tu dovresti stamparti quelle parole sul cuore e smetterla di dispensare consigli e cominciare a seguirli.
    Come dovrei fare pure io. :)
    Ti voglio benissimo.

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  6. Ho letto il libro e Fernando Pessoa è uno dei miei autori preferiti.

    Se la Vita fosse anch'essa un sogno, sarebbe libera e anch'essa breve.

    Ivan.

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